"All'alba vincerò". Con Turandot questa sera al via la lirica al Teatro Ponchielli
Nessun dorma con quel suo rutilante finale All’alba vincerò (diventato quasi un inno nazionale) daranno il via alla stagione lirica 2026/2027 del teatro Ponchielli. Turandot, opera ultima e incompleta, di Giacomo Puccini (libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni dall’omonima fiaba teatrale di Carlo Gozzi) alzerà così il sipario su questa lunga stagione dell’Opera a partire dalle ore 20 di venerdì 2 ottobre (in replica domenica 4 ottobre a partire delle ore 16).
Una proposta pucciniana per onorare la prima rappresentazione di quest’opera in tre anni e cinque quadri andata in scena il 25 aprile 1926, al Teatro alla Scala di Milano esattamente cento anni fa. A Cremona, al teatro già diventato Ponchielli, fu rappresentata nello stesso anno della rappresentazione milanese, quasi un unicum.
La storia della sanguinaria principessa proposta dal circuito lombardo Opera Lombardia è un nuovo allestimento con una Coproduzione dei Teatri di OperaLombardia,Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca, Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara per regia, scene e costumi di Nadir Dal Grande.
Direzione musicale affidata ad Alessandro D’Agostini alla guida dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali, del Coro OperaLombardia (Maestro del Coro Riccardo Bianchi) e del Coro Voci Bianche del Teatro Sociale di Como (Maestro del voci bianche Davide Dell’Oca).
Cast vocale di interesse perché composto da voci giovani: Turandot Caterina Meldolesi, Libby Sokolowski (replica); Altoum, Gerardo Dell’Affetto, Timur Baopeng Wang; Calaf, Roberto Aronica , Eduardo Niave (replica); Liù, Songha Lee; Ping, Paolo Ingrasciotta; Pong, Giacomo Leone; Pang, Giulio Putrino; Un Mandarino, Francesco La Gattuta; Il Principe di Persia, Marco Tomasoni; Prima ancella, Chiara Ciurlia; Seconda ancella, Laura Dacomo.
Chiudono la locandina Jenny Cappelloni, light designer e Federica Miani, assistente ai costumi.
LA TRAMA
Atto I
L'azione si svolge a Pechino, «al tempo delle favole»
Turandot, figlia dell'imperatore Altoum, fa annunciare che sposerà quel pretendente di sangue reale che sveli tre indovinelli molto difficili da lei stessa proposti; chi non riesce sarà decapitato.
Il principe di Persia ha fallito la prova e sarà giustiziato al sorger della luna. Tra la folla desiderosa di assistere all'esecuzione, è presente il vecchio Timur che nella confusione del momento cade a terra e un giovane di nome Calaf lo aiuta a rialzarsi. Quest’ultimo riconosce nel vecchio suo padre, re tartaro spodestato e rimasto accecato nel corso della battaglia che lo ha privato del trono. I due si abbracciano commossi e Calaf prega il padre e la schiava Liù, molto devota, di non pronunciare il suo nome: teme i cinesi. Si prepara l’esecuzione fissata nel momento in cui sorgerà la luna. Ai primi chiarori lunari entra il corteo che accompagna la vittima. La folla invoca la grazia ma Turandot, glaciale, ordina l’esecuzione.
Calaf resta impressionato dalla regale bellezza della principessa : decide di affrontare la sfida e risolvere i tre enigmi. Timur e Liù provano a dissuaderlo. Tre figure lo fermano: sono Ping, Pong e Pang, ministri di corte. Anche loro tentano di convincere Calaf a desistere. Il principe non sente ragioni e suona tre volte il gong, invocando il nome di Turandot.
Atto II
È notte. Ping, Pong e Pang si lamentano perché sono costretti ad assistere a troppe esecuzioni. Intanto tutto è pronto per il rito dei tre enigmi. Altoum invita il principe ignoto a desistere, ma quest'ultimo rifiuta. Il mandarino fa dunque iniziare la prova. Entra in scena Turandot che spiega il motivo del suo comportamento. Il suo regno era caduto nelle mani dei Tartari che avevano violentato e uccisa una sua antenata. Per vendicare questa morte, Turandot giurò che non si sarebbe mai lasciata possedere da un uomo: per questo aveva inventato il rito degli enigmi, convinta che nessuno li avrebbe mai risolti. Calaf risponde esattamente ai primi tre enigmi.
Il popolo, esultante, acclama il principe vincitore. La principessa disperata si getta ai piedi del padre supplicandolo di non consegnarla allo straniero: per l'imperatore, però, la parola data è sacra. Turandot si rivolge allora al Principe e lo ammonisce che in questo modo egli avrà solo una donna riluttante e piena d'odio. Calaf la scioglie allora dal giuramento proponendole a sua volta una sfida: se la principessa, prima dell'alba, riuscirà a scoprire il suo nome, egli le regalerà la sua vita. Il nuovo patto è accettato, mentre risuona un'ultima volta, solenne, l'inno imperiale.
Atto III
È notte. Nessuno deve dormire a Pechino perché si deve scoprire il nome del principe, a costo della pena di morte. Liù e Timur vengono portati davanti ai tre ministri. Appare anche Turandot, che ordina loro di parlare. Liù, per difendere Timur, afferma di essere la sola a conoscere il nome del principe ignoto, ma dice anche che non lo svelerà mai. La donna subisce molte torture ma continua a tacere, riuscendo a stupire Turandot, che le chiede cosa le dia tanta forza per sopportare le torture, al che Liù risponde che è l'amore. Poi sapendo di non riuscire a tenere nascosto quel nome, la donna strappa di sorpresa un pugnale a una guardia e si trafigge a morte, cadendo esanime ai piedi di uno sconvolto Calaf. Il vecchio Timur, essendo cieco non comprende immediatamente quanto accaduto; quando la verità gli viene infine cinicamente rivelata dal ministro Ping, il deposto sovrano abbraccia distrutto il corpo senza vita di Liù, che viene portato via seguito dalla folla in preghiera.
In questo punto si interrompe il lavoro di Puccini, morto improvvisamente il 29 novembre 1924. Né Puccini, né i librettisti avevano trovato un definitivo accordo per finire l'opera, sicché nessuno sa come Puccini l'avrebbe potuta e voluta modificare in ultima decisione. Poi ci fu la prosecuzione di Alfano
Calaf è adirato con la principessa, che accusa di aver provocato fin troppo dolore in nome del suo odio e di essere ormai incapace di provare sentimenti. Presto all'odio si sostituisce l'amore di cui Calaf è incapace di liberarsi. La principessa dapprima lo respinge, poi ammette di aver avuto paura di lui la prima volta che l'ha visto e di essere ormai travolta dalla passione, che li porta infine a scambiarsi un bacio appassionato. Turandot tuttavia è molto orgogliosa e supplica il principe di non volerla umiliare, quindi lui accetta di morire per lei, presentandosi finalmente come Calaf, figlio di Timur. Turandot, saputo il suo nome, potrà quindi ucciderlo, se vorrà.
Davanti al palazzo reale, davanti al trono imperiale è riunita una grande folla. Squillano le trombe. Turandot dichiara pubblicamente di conoscere il nome dello straniero: «il suo nome è Amore». Tra le grida di giubilo della moltitudine, la principessa Turandot, felice, si abbandona tra le braccia di Calaf e accetta di sposarlo.
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