11 settembre 2026

Undici settembre 1806, fuoco a teatro. 220 anni fa bruciava il Nazari progettato dallo Zaist

Undici settembre 1806: fuoco a teatro. Le fiamme mandarono in cenere l’antico e primo teatro cremonese, quello voluto dal marchese Giovanni Battista Nazari progettato e costruito dall’architetto cremonese Giovanni Battista Zaist nel 1747 e inaugurato, tra il 1747 e il 1748, con l’opera L’Orazio di Pietro Auletta, uno dei ‘pasticci’ più noti ed eseguiti nella metà del Settecento in tutti i teatri europei. 

Il Nazari sorgeva nell’antica ‘contrada San Bartolomeo’, poi ribattezzata ‘contrada del Teatro’, esattamente nello stesso luogo dove ora è collocato il teatro Ponchielli. Lo Zaist era stato scelto perché vicinissimo alla scuola dei Bibiena di Bologna, già ideatori di moltissimi teatri nel nord Italia: Pavia, Firenze, Venezia, Parma Piacenza, Bologna e poi, più tardi, il celeberrimo ‘teatro Scientifico’ di Mantova che porta ancora il nome degli architetti emiliani.

Quello che accadde nella notte dell’11 settembre lo racconta Elia Santoro nella sua monumentale Il Teatro di Cremona 1801 1850 .“Un gravissimo incendio scoppiato nella notte (…) riportò tutti i cremonesi ad una realtà. Le fiamme divamparono per tutta la notte e quando i cittadini al mattino successivo, sgomenti e terrorizzati, si presentarono nella contrada del teatro per conoscere l’entità del sinistro, non videro che travi fumanti e cumuli di detriti. Del vecchio Teatro del marchese Giovanni Battista Nazari c’erano solo ceneri. Nulla era rimasto in piedi che potesse riutilizzarsi”. 

Erano così andati in fumo: “quattro ordini di palchi (12 a destra, 12 a sinistra) collegati al centro da 4 palchi più grandi riservati all’autorità di Governo, al comandante militare della piazza e all’autorità cittadina. In complesso (…) 100 palchi 48 sulla parte destra e altrettanti sulla sinistra costruiti in legno (…) abbelliti da tappezzerie rosse e dipinture a piacimento dei singoli palchettisti. L’ornamento comprendeva anche i soffitti dei palchi e le intere pareti della sala con il soffitto a volta “. (Elia Santoro, Roberto Fiorentini, Laura Pietrantoni I Teatri di Cremona, Nazari, Concordia, Ponchielli )

Subito dopo il disastro i primi a farsi vivi furono proprio i proprietari del fondo che costituiva la vera ragione della Società del teatro a cui, nel tempo, era appartenuto il teatro, dopo la vendita da parte degli eredi del marchese. Nell’atto infatti figurava la clausola che solo in caso di incendio i palchettisti (ovvero i nuovi proprietari’ avrebbero perduto ogni diritto sulla proprietà del teatro cremonese.

Quali siano state le cause che fecero divampare le fiamme, non sono tecnicamente note. In quella stagione d’autunno era in programma l’opera di Giovanni Paisiello Il fanatico in berlina su libretto di G. Tonioli.

Ma gli incendi nei teatri tra Settecento e Ottocento erano piuttosto frequenti visto il materiale con cui erano costruiti: prevalentemente legno. E il conseguente utilizzo di candele accese che spesso venivano a contatto con i tendaggi e i tessuti presenti nei palchetti. Capitò più volte che l’origine fosse proprio da ricercare nella sovrabbondanza di tessuti. Bastava un minimo di disattenzione da parte delle maestranze di scena per provocare roghi di dimensioni paurose, era accaduto anche a Milano con il teatro Ducale. 

“I dodici proprietari, che componevano l’Associazione teatrale, si convocarono d’urgenza in casa del nobile Alessandro Schinchinelli”, appunta Santoro e “intavolarono trattative sul modo di ricostruirlo. Prevalse la generale volontà di riedificare il Teatro più grande e più bello, facendo tesoro dell’esperienza e dei nuovi criteri che in altre città erano stati adottati per i locali di pubblico spettacolo. Nel corso della discussione si ravvisò l’urgenza di interpellare qualche esperto in costruzioni teatrali e qualcuno propose come modello il teatro Carcano di Milano da poco costruito da Luigi Canonica, l’architetto cremonese che si era già fatto un nome per la sua bravura e abilità”.

Così andò. Canonica realizzò una sala a ferro di cavallo, con quattro ordini di palchi e galleria e uno dei palcoscenici maggiori d'Italia e gli fu dato il nome di ‘Concordia’; eretto per la ‘Concordia dei soci’. La stagione operistica poté riprendere tre anni dopo nel 1809 a Carnevale, con Il principe di Taranto; musica di Ferdinando Paer su libretto di Andrea L. Tottola. 

Purtroppo, anche questa seconda sala andò distrutta per colpa ancora di un devastante incendio nella notte tra il 6 e il 7 di gennaio del 1824 mentre erano in corso le rappresentazioni dell’Italiana in Algeri di Gioacchino Rossini.  

 

rf


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