11 agosto 2026

‘Palla in Curva’ con Stefano Lucchini: “La Cremonese mi ha dato tanto, mi ha cresciuto come calciatore e come uomo. Mi opposi all’esonero di Tesser e tornammo in Serie B”

«Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano». Amori indivisibili, indissolubili, inseparabili. E’ un passaggio di una canzone di Antonello Venditti che sembra scritta apposta per raccontare il legame profondo tra Stefano Lucchini e la Cremonese. Una storia d'amore calcistica e umana iniziata a soli sette anni, quando un bambino arrivato da Codogno firmò il suo primo cartellino in un calcio d'altri tempi: un'epoca con meno risorse economiche, ma con un’autentica vocazione nel far crescere i giovani del territorio.

Da quel primo passo nei campi del settore giovanile grigiorosso, fino all'esordio tra i grandi a vent'anni, Lucchini ha costruito le basi di una carriera importante ai massimi livelli del calcio italiano lontano da Cremona. Ma il filo grigiorosso non si è mai spezzato. Il destino e la volontà del Cavalier Giovanni Arvedi lo riportarono a casa per completare l'opera: guidare la squadra verso il ritorno in Serie B. Obiettivo centrato, prima di appendere gli scarpini al chiodo.

Oggi, per tutti i tifosi, Stefano è molto più di un ex giocatore: è una bandiera, una maglia, un simbolo di appartenenza e orgoglio. Un uomo che ancora adesso, varcando la soglia dello Zini o incrociando una maglia grigiorossa, non riesce a trattenere un’emozione. Una storia che vale la pena raccontare a chi porta i colori grigiorossi nel cuore.

Benvenuto Stefano e grazie per aver accolto il mio invito. Vorrei iniziare dal principio: com’era la situazione del settore giovanile della Cremonese quando hai iniziato il tuo percorso?

“Sono arrivato a Cremona che avevo solo otto anni e la mia squadra era "inzuppata" di ragazzi che arrivavano un po' da tutte le parti: bresciani, bergamaschi, lodigiani e persino dal piacentino, dato che il pulmino faceva il giro fino a Fiorenzuola. C'era un'organizzazione molto strutturata: c'erano più pulmini e più giri, con dirigenti che andavano a vedere i ragazzi e si tenevano in contatto con le società. C'era una rete davvero importante.”

Nel 2016, dopo un decennio trascorso a consolidare la tua carriera calcistica, sei ritornato a vestire i colori grigiorossi per inseguire un traguardo che sembrava quasi stregato. Cosa ha rappresentato per te questo ritorno alla Cremonese e la memorabile conquista della promozione in Serie B, proprio nella città che ti ha accolto fin da ragazzo e che ha guidato la tua crescita calcistica?

“Sono tornato con la precisa volontà di dare il mio contributo per riportare la Cremonese in Serie B. Erano dieci anni che il Cavalier Arvedi ci provava senza riuscirci. Avevo già avuto una chiacchierata con lui ai tempi della Sampdoria in cui mi disse che voleva riportarmi a Cremona, e io gli risposi che prima o poi sarei tornato. A distanza di anni quel ‘matrimonio’ si è fatto. Sono rientrato consapevole delle difficoltà, ma anche dell'esperienza maturata e di quanto potevo dare all'interno del gruppo. È stato un anno non facile e con qualche problematica. Dopo aver perso 3-0 il derby di ritorno a Piacenza, la società aveva deciso di esonerare Tesser. Come squadra, e in particolare noi giocatori d'esperienza come me e Brighenti, abbiamo cercato di far cambiare idea alla dirigenza, la quale negli anni aveva spesso perso la testa risolvendo i problemi con il cambio d'allenatore. Mi sono esposto dicendo che cambiando allenatore non avremmo risolto il problema, prendendomi una responsabilità consapevole della mia esperienza. Alla fine ho avuto ragione, o sono stato solo fortunato, non abbiamo cambiato allenatore e abbiamo vinto il campionato. È stata una stagione molto pesante: a fine anno ero stanchissimo, pur non avendo giocato tantissimo per via di alcuni problemi fisici e mentalmente mi ha stancato parecchio, ma sentivo il bisogno di sdebitarmi con la Cremonese. Dai 18 ai 20 anni la Cremonese mi ha dato tanto, facendomi diventare calciatore e uomo attraverso una trafila di 11 anni tra settore giovanile e prima squadra.”

I colori grigiorossi hanno aperto e chiuso la tua carriera calcistica. Qual è stato il tuo cammino dopo aver deciso di smettere di giocare?

“Avevo deciso di smettere di giocare perché non volevo più essere un peso per la società, ma mi sarebbe piaciuto rimanere nell'ambiente. Il Cavalier Arvedi mi aveva detto che sarei stato un punto di riferimento e che la Cremonese sarebbe stata casa mia per sempre. All'inizio si era pensato a un ruolo di club manager, cosa che mi intrigava parecchio perché mi lasciava uno spazio tra la prima squadra e la società. Poi, nel giro di tre settimane, le cose sono cambiate: prima mi è stato prospettato il ruolo di responsabile del settore giovanile e infine quello di allenatore dell'Under 16, dato che mancava la guida tecnica. Non era una cosa che non volevo fare, perché nell'ultimo periodo da calciatore qualcuno mi aveva già chiesto di rimanere a collaborare, quindi la cosa non mi è dispiaciuta, anche se mi sarebbe piaciuto partire magari dalla Primavera. All'inizio ho fatto molta fatica perché i tempi sono cambiati e ciò che io mettevo a disposizione del mio trascorso nel settore giovanile era completamente diverso da quello che loro vivono oggi. Mi sono dovuto adattare, ma nella seconda parte di stagione abbiamo ottenuto dei risultati, anche perché io stesso mi sono dovuto mettere in gioco e capire le dinamiche attuali del settore giovanile.”

Nel corso della tua attività agonistica hai indossato la maglia dell'Empoli, con cui hai ottenuto la qualificazione in Coppa UEFA, e quella della Sampdoria, arrivando fino ai preliminari di Champions League. Inoltre, hai conquistato il terzo posto agli Europei Under 21 e ricevuto la chiamata in Nazionale maggiore. Quali ricordi conservi di quelle esperienze?

“A Empoli abbiamo fatto una cosa incredibile raggiungendo la Coppa UEFA, in un anno particolare in cui la Juve era in Serie B e c'erano diverse penalizzazioni. Alla Sampdoria i quattro anni successivi sono stati forse i più importanti della mia carriera, sia per i risultati di squadra, i preliminari di Champions League, sia per gli obiettivi personali. È arrivata anche la convocazione di Prandelli in Nazionale maggiore: non ho esordito, ma ho avuto la fortuna di allenarmi 4-5 giorni con il gruppo. Lì ho raggiunto i sogni di una carriera.” In precedenza, con l'Under 21 di Claudio Gentile, siamo arrivati terzi agli Europei del 2002. Era una squadra fortissima: Pirlo capitano, Pellizzoli, Bonera, Maresca, Brighi, Blasi. In attacco Maccarone, Bonazzoli, Caracciolo, Gilardino.”

Nella passata stagione, nel ruolo di vice di Luciano Zauri sulla panchina del Campobasso in Serie C, siete riusciti a raggiungere i playoff. Come valuti questa esperienza?

“Siamo andati molto bene: siamo arrivati quarti conquistando i playoff in modo inaspettato, dato che l'obiettivo iniziale era rimanere tra l'ottavo e il decimo posto. Abbiamo fatto un campionato incredibile, ma poi abbiamo deciso di non continuare perché le idee per il futuro non combaciavano. Personalmente mi aspettavo qualche chiacchierata in più con varie squadre per instaurare una trattativa, ma ce ne sono state veramente poche. La cosa che mi lascia a bocca aperta è che molti allenatori esonerati o reduci da stagioni negative hanno trovato squadra, mentre chi ha fatto percorsi positivi ed al di sopra delle aspettative è fermo. È l'estraneità del calcio odierno, che non ha più una logica, ma ormai mi sono abituato.

Dopo una stagione caratterizzata da ingenti spese per giocatori d'esperienza che non hanno inciso, la società ha optato per la valorizzazione dei giovani di proprietà. Qual è il tuo parere a riguardo?

“Dico meno male e finalmente! Il settore giovanile deve produrre qualcosa; se si tiene solo perché è obbligatorio, diventa una perdita di tempo. L'obiettivo delle società deve essere quello di formare giovani che possano rappresentare il futuro del club. Vedere giocatori che fanno parte della prima squadra e vanno in ritiro è positivo, ma la mia speranza ora è che possano far parte del gruppo fino a fine stagione e non che siano solo aggregati temporanei. Stuckler è ormai una certezza e probabilmente rimarrà tutto l'anno. Per gli altri l'importante è capire se possano essere funzionali e partecipare alla stagione: creare giocatori pronti per la prima squadra è qualcosa di importante e di bello dopo tantissimi anni.”

La società ha scelto di cambiare direttore sportivo, ma di confermare Giampaolo alla guida tecnica. Come valuti questa decisione?

Sì. Giampaolo lo chiamano "il maestro". Purtroppo nella mia carriera non l'ho incontrato; sarebbe stato l'allenatore giusto per la mia Sampdoria nel momento in cui andò via Delneri dopo l'anno della Champions, perché si assomigliano molto nelle idee di calcio. È un bravissimo allenatore e un insegnante di calcio. Mi aspetto che la sua idea di portare qualche giovane vicino alla prima squadra, insieme a giocatori d'esperienza, possa creare l'amalgama giusta per essere protagonisti. Il direttore ha portato un'idea importante cercando giovani per il futuro della Cremonese per costruire qualcosa nel tempo. Giampaolo ha tanta voglia di rivalsa dopo l'ultima stagione e sui giovani sa insegnare calcio: se lo ascoltano e lo seguono, possono togliersi grandi soddisfazioni sia a livello di squadra che personale.”

Le tue parole trasmettono un legame profondo e autentico con la Cremonese. Ti capita ancora di frequentare lo stadio Zini?

“Appena posso torno molto volentieri allo Zini. Quando entro, però, ho sempre un pizzico di dispiacere per non essere riuscito a giocare in questo stadio dopo che è stato sistemato l'anno della promozione in Serie B, quando io decisi di smettere. Ho sempre il pensiero che mi sarebbe piaciuto giocare in uno stadio così, davanti a così tanta gente e magari facendo un anno di Serie A a Cremona dopo aver fatto tutta la trafila giovanile. Tuttavia, venire allo Zini resta sempre una bellissima emozione.”

La stagione attuale coincide con il ventennale della gestione del Cav. Arvedi. Quanto ritiene sia cruciale la sua figura per la Cremonese e per l'intera città di Cremona?

“È una figura fondamentale ed un'istituzione a Cremona, sia in generale per l'aiuto che dà alla città, sia per la società sportiva. Da quando c'è lui, la Cremonese è ritornata ai fasti di un tempo. Bisogna solo dire grazie al Cavalier Arvedi perché ha investito tanto e ha reso possibile il ritorno prima in Serie B e poi due volte in Serie A. Ogni anno, anche dopo una retrocessione, ha sempre deciso di reinvestire e ripartire. Non è una cosa scontata. Purtroppo penso che le persone che gli sono state vicine in questi anni nella gestione della Cremonese non abbiano reso quanto il valore investito. Non si è investito nel migliore dei modi per far sì che la squadra restasse stabilmente in Serie A. Per quanto è stato speso, la Cremonese doveva dare continuità nella massima serie; questi saliscendi non sono giustificati rispetto agli sforzi del Cavaliere. Anche l'anno scorso ha speso tantissimo, persino a gennaio, perché voleva regalare questa soddisfazione. Chi ha gestito la società non è stato in grado di valorizzare economicamente ciò che gli è stato dato: se le risorse erano tante e non ci si è salvati per due volte, significa che chi ha fatto gli acquisti e ha gestito determinate cose ha commesso degli errori. Mancava un po' tutto, anche l'attaccamento alla maglia nei momenti di difficoltà. Nella costruzione della squadra sono stati fatti errori che poi si sono riflessi nello spogliatoio. Serve la forza di dirigenti all'altezza di un campionato di Serie A .”

Ringrazio Stefano per la sua disponibilità e per l'autenticità delle emozioni che ho percepito e che ho cercato di riportare in questa breve intervista e che sono certo che anche i lettori e tutti i tifosi grigiorossi sapranno cogliere.

Daniele Gazzaniga


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