29 marzo 2026

Cremonesì Così torna con un’intervista straordinaria: Alessandra Dolci, la magistrata cremonese impegnata nella lotta alla mafia nel Nord Italia, assume la guida della Procura di Venezia

Torna Cremonesi Così, la rubrica di CremonaSera che racconta storie autentiche, profondamente intrecciate con il territorio cremonese. Un viaggio fatto di persone, percorsi e identità che, pur muovendosi lontano, continuano a portare con sé le proprie radici.

Dopo aver incontrato protagonisti che rappresentano Cremona nel mondo — tra cui il Console Generale d’Italia a Osaka, Filippo Manara — il racconto riparte da Milano, più precisamente dal Palazzo di Giustizia. Un luogo che impone rispetto ancora prima di essere attraversato. 

È una giornata di primavera, almeno sul calendario, ma l’aria ha ancora un sapore invernale. Il vento arriva a raffiche, taglia il passo, quasi lo devia. Per un attimo sembra voler rallentare anche il pensiero. Cammino veloce, decisa. Davanti a me il Palazzo di Giustizia, in via Freguglia, imponente, quasi severo. Entrare lì dentro non è un gesto qualunque. Lo dicono tutti ed hanno ragione. C’è un momento, prima di varcare quella soglia in cui senti il peso del luogo, ed anche una certa tensione. Supero i controlli ed un collaboratore della nostra protagonista mi attende per guidarmi all’interno del labirinto di corridoi. Sono attesa negli uffici della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. È lì che incontrerò la protagonista di questa puntata: Alessandra Dolci, punto di riferimento nella lotta alla criminalità organizzata nel Nord Italia. La incontro mentre tutto attorno a lei è in movimento. Scatole, faldoni, un ufficio che si svuota perché un altro la aspetta.

C’è un momento preciso, entrando in certe stanze, in cui capisci che il silenzio non è vuoto. È disciplina. È controllo. Quando arriva Alessandra Dolci, quel silenzio cambia forma. Non si rompe, si organizza. Passo deciso, sguardo che misura prima ancora di osservare, parole ridotte all’essenziale. Nulla è lasciato al caso. Nulla è superfluo. Mi accoglie nel suo studio in fase di trasloco perché dalla prossima settimana la sua nuova destinazione sarà Venezia. 

Da quasi quarant’anni in magistratura, oggi Procuratore capo di Venezia nominata dal Consiglio Superiore della Magistratura, è la prima donna a guidare la Procura lagunare e la Direzione Distrettuale Antimafia. Un primato che farebbe notizia da solo. Ma in lei non c’è traccia di celebrazione. Solo il peso, molto concreto, della responsabilità.

Nata a Soresina, provincia di Cremona, entra in magistratura nel 1986 dove inizia il percorso professionale come pubblico ministero presso la Procura di Monza. Non è una scelta casuale, è una direzione, nel tempo diventa qualcosa di più: una forma di fedeltà.

Si occupa di indagini complesse. Tangentopoli a Monza, per fare un esempio, quando il sistema iniziava a mostrare le sue crepe. Già in quel contesto la Dott.ssa Dolci utilizza un metodo chiaro: non fermarsi al reato, ma capire il contesto. Non inseguire il fatto, ma leggere il sistema.

Con la Dott.ssa Dolci affrontiamo molti argomenti. Ci racconta che la mafia che ha davanti non è quella che spara. Non è quella che si impone con la violenza plateale. È una mafia che entra nei conti, nei contratti, nei servizi. Che si offre. Che diventa utile. Non alza la voce, si siede al tavolo.

È qui che diventa davvero pericolosa: quando non la riconosci più come qualcosa di esterno, ma la ritrovi già dentro il sistema. Una presenza che non si subisce, ma talvolta si cerca. Ed è qui che il confine si fa sottile. Quasi invisibile.

Basti pensare che nel 2010 l’operazione “Crimine – Infinito” segna uno spartiacque: circa 300 arresti tra Lombardia e Brianza, la prova definitiva che la ‘ndrangheta non è un fenomeno geografico ma un modello capace di adattarsi, infiltrarsi, radicarsi.
Non più emergenza. È struttura.

Negli anni successivi, le indagini si spostano dove il denaro si muove davvero: appalti, cooperative, società di comodo.

Una rete costruita con precisione, conoscenza del territorio, capacità di anticipare.

Per anni accanto a Ilda Boccassini alla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, Alessandra Dolci non ha inseguito il clamore. Ha studiato il fenomeno. Lo ha seguito nelle sue metamorfosi. Lo ha chiamato con il suo nome, anche quando quel nome era scomodo.

Premiata con il riconoscimento dedicato a Paolo Borsellino, resta però lontana da ogni forma di esposizione. Perché il suo lavoro, quello vero, si gioca altrove. Nelle scuole, ad esempio. Nei volti dei ragazzi che ascoltano storie che non sono passato, ma presente. Nel racconto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non come icone, ma come responsabilità. Perché la legalità, prima di essere una norma, è una scelta. E le scelte, a differenza delle leggi, non si impongono. Restano.

Alessandra Dolci non interpreta il ruolo. Lo abita. Parlare con lei di etica e valori è qualcosa di raro. Straordinario, se si pensa al mondo in cui a volte viviamo. Un mondo dove tutto sembra negoziabile, anche ciò che non dovrebbe esserlo mai. E invece no. Non per tutti.

Eppure, oltre il rigore del ruolo, affiora qualcosa di diverso. Più discreto. Più profondo. Dietro l’immagine della magistrata, Alessandra Dolci lascia trasparire una sensibilità che non ha bisogno di mostrarsi. Si riconosce nel modo in cui parla della sua campagna cremonese. Non è nostalgia. È appartenenza. Radici che non trattengono, ma orientano. Luoghi che restano perché continuano a dirti chi sei. E che possiedono un dono raro: quello di farti sentire, sempre, a casa. 

Una sintesi dell’intervista alla Dott.ssa Alessandra Dolci – qui sotto il video completo

Dottoressa Dolci, la sua nomina a Venezia segna un passaggio storico. Che cosa significa, concretamente, assumere oggi un incarico del genere?

«Significa assumersi una responsabilità enorme. Sempre meno colleghi partecipano ai bandi per incarichi direttivi: il carico è gravoso, le difficoltà crescono. Ma è anche una sfida. Per me lo è doppiamente: lascio la Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, un ambiente che conosco bene, per entrare in un territorio diverso. Porto con me un’esperienza maturata sul campo, soprattutto nella lotta alla mafia. E credo che anche in Veneto ce ne sia bisogno».

Al Nord la mafia non spara quasi più: investe, compra, offre servizi. È proprio questa la sua forma più pericolosa?

«Le mafie hanno cambiato strategia da anni. Oggi puntano alla legittimazione sociale. La violenza è residuale, perché non serve più come prima. Ed è proprio questo a renderle insidiose: diventano accettabili. In alcuni casi, addirittura convenienti. Nel Nord Italia esiste una domanda concreta, ad esempio di evasione fiscale. Le organizzazioni mafiose l’hanno intercettata e si sono adattate. Offrono servizi: fatture false, crediti d’imposta fittizi, strumenti per aggirare il sistema. Sono estremamente abili nel leggere il mercato. Ma il vero problema non è solo giudiziario. È etico. Noi possiamo arrestare, processare, condannare. Poi questi soggetti escono dal carcere e spesso li ritroviamo trasformati in imprenditori. Questo significa che una parte della società è disposta a fare affari con loro».

Cos’è l’etica per lei?

«È un insieme di valori. Non basta dire che legalità significa rispettare le regole. Per me la legalità è qualcosa di più profondo. È rispetto per sé stessi e per gli altri, è senso del bene comune. Ed è anche disponibilità al conflitto, quando serve difendere questi valori. Condivido molto una definizione di Nando Dalla Chiesa: “La legalità è un sentimento”. Ecco, è questo: un sentimento che deve guidare le nostre scelte».

Lei porta spesso questo messaggio nelle scuole. Che valore ha oggi trasmettere la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?

«Fare memoria non basta. Bisogna trarre ispirazione. Penso a Borsellino: sapeva di essere un bersaglio, sapeva che l’esplosivo era arrivato. E non è scappato. Il loro esempio deve orientare i comportamenti. È questo il punto. Ai ragazzi dico sempre: arriverà un momento in cui dovrete scegliere da che parte stare. E dovrete fare la scelta giusta».

Il territorio cremonese, da cui proviene, che ruolo ha nella sua vita?

«Sono le mie radici. Mi identifico in quella terra. Quando torno nella pianura cremonese e vedo la campagna, penso: sono a casa».

Essere donna in magistratura ha inciso sul suo percorso?

«Quando sono entrata, nel 1986, le donne erano una minoranza. C’erano pregiudizi, soprattutto da parte di alcuni ambienti. Poi, con il tempo e con il lavoro, l’autorevolezza si costruisce. Non posso dire di aver subito discriminazioni determinanti. Alla fine, contano la professionalità e la capacità. Uomo o donna, se vuoi arrivarci, ci arrivi».

Il recente referendum sulla giustizia ha riaperto il dibattito tra magistratura e politica. Qual è la sua lettura?

«Non l’ho mai visto come uno scontro tra magistratura e politica. È una chiave di lettura sbagliata. Io mi sono sentita prima di tutto cittadina, chiamata a difendere la Costituzione. Il metodo utilizzato per modificarla non era accettabile. La Costituzione, per me, è un testo sacro. Detto questo, il risultato deve portarci a una riflessione interna. Ci sono criticità nella magistratura, alcune non dipendono da noi, altre sì. Dobbiamo cambiare, diventare più aperti. Per troppo tempo siamo stati percepiti come una casta. Parliamo e scriviamo in modo incomprensibile ai cittadini. Questo deve finire. Dobbiamo comunicare, farci conoscere. E l’esperienza del referendum, con i magistrati nelle scuole e tra la gente, ha dimostrato che è possibile».

In chiusura: nella sua vita è stato più difficile combattere o conservare la fede?

«La mia fede non è mai stata in discussione».

Un’affermazione secca, senza esitazioni. In un’epoca in cui le mafie si mimetizzano e si fanno sistema, la linea tracciata da Alessandra Dolci resta netta: il vero terreno di scontro non è solo nelle aule di giustizia, ma nella coscienza collettiva. Forse è tutto lì, il punto. In quella frase tanto apprezzata dalla Dottoressa Dolci, tratta dalla Seconda Lettera a Timoteo di San Paolo Apostolo, che non rappresenta solo una citazione, ma una sintesi della sua essenza: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Combattere è visibile. Conservare la fede, molto meno. Ma è lì che si misura davvero una vita.

 

Nel video di Beatrice Ponzoni l’intervista completa

Beatrice Ponzoni


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