28 aprile 2026

Cremonesi Così. Maria Majori, la cura come missione: dalle rive del Po alla guida della Pneumologia di Parma

C’è un filo sottile ma resistente che lega ogni storia alle proprie origini. È il filo delle radici, quello che continua a guidare anche quando la vita porta lontano. È da qui che, ogni volta, riparte CremonesiCosì, la rubrica di CremonaSera che racconta storie autentiche di vita intrecciate con il territorio cremonese: un viaggio fatto di persone, percorsi e identità che, pur muovendosi altrove, custodiscono il valore profondo da cui tutto ha avuto inizio.

La protagonista di questo nuovo appuntamento è la dottoressa Maria Majori, oggi direttrice della Struttura Complessa di Pneumologia ed Endoscopia Toracica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, medico, ricercatrice e docente ma, soprattutto, figura capace di incarnare con discrezione e forza, il senso più autentico del prendersi cura.

Per comprendere davvero Maria Majori dobbiamo partire da Cremona. Dai ricordi della fanciullezza, dal legame con il padre Felice, la Famiglia e da quelle giornate sul Grande Fiume. A bordo della iole, partendo dalla Canottieri Flora, attraversavano il Po. Non era solo un gesto, ma un rito. Un tempo condiviso fatto di silenzi, acqua e orizzonti larghi. Sono immagini che restano, che formano uno sguardo. È lì che si costruiscono i primi valori: attenzione, ascolto, rispetto.
È lì che nasce e si consolida anche l’esperienza dello scoutismo, che diventerà una guida silenziosa nel suo percorso umano e professionale. Radici profonde, che ancora oggi emergono nel modo in cui guarda le persone.

Un percorso costruito con rigore e passione. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Parma, la specializzazione in Malattie dell’Apparato Respiratorio e il dottorato in fisiopatologia respiratoria sperimentale, il percorso della dottoressa Majori si sviluppa nello stesso contesto accademico e ospedaliero.

Un passaggio fondamentale è rappresentato dall’esperienza internazionale a Montpellier, presso la Clinique des Maladies Respiratoires. Dal 2001 entra a far parte della Pneumologia dell’Ospedale di Parma, assumendo negli anni responsabilità sempre crescenti fino alla direzione della struttura, nel 2020. Accanto all’attività clinica, la ricerca e l’insegnamento: docente universitaria, relatrice in congressi internazionali, autrice di numerose pubblicazioni scientifiche di rilievo. Un curriculum di alto profilo, costruito con costanza e competenza.

Ma ciò che definisce davvero il suo percorso è altro. Per Maria Majori fare il medico significa prendersi cura. Lo sottolinea più volte: «Ho sempre desiderato fare il medico, non tanto per l’aspetto scientifico, quanto per il desiderio di prendermi cura delle persone» 

In questa frase si condensa una visione chiara: la medicina come relazione, prima ancora che come tecnica. Nel suo lavoro convivono clinica, ricerca e insegnamento, ma non come dimensioni separate: «In un’azienda ospedaliero-universitaria tutto si integra: scienza, formazione e cura del paziente» Una professione che richiede molto e restituisce poco in termini materiali, ma che trova senso nella sua natura più profonda «È un lavoro che ha a che fare con la sofferenza delle persone. Per questo serve passione», parole a cui è impossibile restare indifferenti.

Qui inizia la nostra intervista. La versione completa la troverete nel video qui sotto.

Dottoressa, lei è originaria di Cremona. Quanto hanno influito le sue radici e il suo percorso personale nella scelta di diventare medico? C’è stato un momento in cui ha sentito che questa sarebbe stata più di una professione, quasi una vocazione?

Ripensando all’ambiente in cui sono cresciuta, non posso non citare mio padre, che ha dedicato la sua vita alla sanità cremonese, sia professionalmente sia nel volontariato. Questo ha avuto sicuramente un’influenza su di me. Non saprei indicare un momento preciso in cui ho scelto questa strada: ho sempre desiderato fare il medico. Non tanto per l’aspetto scientifico, quanto per il desiderio di prendermi cura delle persone. La cura, per me, è sempre stata centrale. Lo scoutismo e la fede hanno rafforzato questa attitudine, poi è diventata una professione e un vero e proprio modo di vivere.

Nel corso della sua carriera ha unito attività clinica, ricerca e insegnamento. Come riesce a mantenere questo equilibrio? E quale dimensione sente più rappresentativa?

Mi sono formata all’Università di Parma, un ambiente in cui ricerca, insegnamento e dimensione umana sono profondamente integrati. Questo ha influenzato tutto il mio percorso. Lavorare in un’azienda ospedaliero-universitaria significa proprio questo: integrare scienza, formazione e cura del paziente. Nel tempo ho sviluppato maggiormente il lato clinico, ma l’insegnamento per me è fondamentale: è condivisione, non solo di conoscenze ma anche di esperienze e passione. Oggi lavorare in sanità è complesso: c’è uno scarto importante tra responsabilità, richieste e riconoscimento. Per questo serve passione. È una professione che ha a che fare con la sofferenza delle persone: solo pensare di poter essere utile permette di dare a tutto un senso.


Dopo la pandemia da Covid-19, cosa è cambiato nel modo di vivere la professione?

È stata un’esperienza drammatica, difficile da paragonare ad altro. Ci ha segnati profondamente. Non userò mai più l’espressione “andrà tutto bene”. Non è stata realistica. Preferisco dire: “Faremo in modo che vada bene”. Non ne siamo usciti migliori, ma abbiamo scoperto risorse che non sapevamo di avere e nuove modalità di collaborazione che ancora oggi utilizziamo. Dopo il Covid, però, serve ancora più passione.

C’è un episodio o un incontro con un paziente che più di altri le ha ricordato il senso profondo del suo lavoro ed il valore del prendersi cura degli altri?


Ogni paziente ha una storia unica. Tuttavia, ricordo persone con malattie incurabili alle quali siamo riusciti a dare speranza. Il miglior medico è quello che sa infondere speranza, senza creare illusioni. La credibilità è fondamentale. Ricordo Graziano, Lisa – una bambina – e anche un episodio straordinario: in 24 ore salvammo tre bambini che rischiavano di soffocare. Sono esperienze che ti restano dentro. A volte rivedo le foto dei bambini cresciuti, me le inviano le mamme con cui sono ancora in contatto, e mi emoziono. Non ho figli, ma in un certo senso è come se ne avessi anch’io.


Che cos’è per lei la speranza?


La speranza è trovare un senso in ciò che accade, anche quando è difficile. La medicina non è matematica: ogni paziente è unico, ogni malattia si manifesta in modo diverso. Non amo parlare in termini di percentuali: preferisco aiutare la persona a concentrarsi sul proprio percorso. Anche in situazioni difficili, il decorso può non essere così drammatico. Il lavoro di squadra, con un approccio multidisciplinare e il paziente al centro, fa davvero la differenza.


Quali consigli si sente di dare a chi ci segue per prendersi cura della propria salute respiratoria?


Il primo: non fumare. Poi prestare attenzione all’inquinamento, anche domestico: arieggiare gli ambienti, fare attenzione ai fumi di cottura, usare con cautela detergenti e profumi sintetici per ambiente. Alcune professioni espongono a rischi respiratori: è fondamentale utilizzare dispositivi di protezione. Infine, attenzione alle sostanze inalate: droghe e anche sigarette elettroniche possono causare danni gravi. La salute respiratoria si basa sulla consapevolezza. Poi, naturalmente, ogni scelta è personale.

Il messaggio finale è semplice, concreto, quasi quotidiano: prendersi cura di sé è una responsabilità. Dalla prevenzione al rispetto dell’ambiente, fino alla consapevolezza dei rischi legati alle abitudini: ogni scelta conta. Perché la salute, come la vita, è fatta di attenzione, equilibrio e consapevolezza.

Nel racconto di Maria Majori c’è qualcosa che va oltre il curriculum, oltre i titoli, oltre i risultati. C’è una coerenza profonda tra ciò che è stata, ciò che è diventata e ciò che continua ad essere. Le radici cremonesi, il fiume, lo scoutismo, la famiglia. Poi la medicina, vissuta non come un lavoro, ma come una missione. Una missione silenziosa, fatta di gesti quotidiani, di sguardi, di presenza. Perché, in fondo, è proprio lì – nell’incontro tra competenza e umanità – che nasce il senso più autentico della cura. O così, dovrebbe essere sempre.

Nel video l’intervista completa alla Dott.ssa Maria Majori a Parma, presso l’Azienda Ospedaliero – Universitaria nel Dipartimento Cardio – Toracico – Vascolare

Beatrice Ponzoni


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