14 maggio 2026

Cremonesi Così –Flavia Lorenzoni: dal Castello di San Lorenzo Picenardi ai grandi casi di cronaca nera, allo spettacolo italiano, la forza gentile di un giornalismo che sa ancora ascoltare

Esistono luoghi che non si lasciano davvero mai. Restano dentro, silenziosi, come una voce familiare che continua a chiamarti anche quando la vita ti conduce lontano. È il richiamo delle radici, quel filo rosso sottile ed invisibile che unisce passato e presente, persone e territorio, sogni e memoria. Proprio da quel filo, ogni volta, riparte Cremonesi Così, la rubrica di CremonaSera che va alla ricerca di storie autentiche, vite che hanno preso strade diverse ma che continuano a custodire un legame profondo con la terra cremonese. Un viaggio fatto di incontri, emozioni, identità.
Un racconto che attraversa esperienze umane, passioni, sacrifici e successi, senza mai dimenticare il luogo da cui tutto ha avuto inizio.

Questa volta siamo andati alla ricerca di una nuova protagonista. Una donna che ha fatto della parola una missione, del coraggio una compagna di viaggio e dell’umanità la cifra più autentica del proprio lavoro. Una donna che, pur vivendo tra i grandi scenari dell’informazione nazionale, non ha mai smesso di portare dentro di sé il respiro lento e sincero della campagna cremonese. La nostra storia oggi ci conduce tra le mura senza tempo del Castello di San Lorenzo Picenardi, in provincia di Cremona, dove ad accoglierci ci sono i pavoni che attraversano i giardini, il silenzio elegante della storia e lo sguardo intenso di Flavia Lorenzoni, volto noto RAI, protagonista per oltre vent’anni della cronaca nera del TG1.

Ci sono donne che entrano in una stanza senza fare rumore, eppure restano. Restano negli occhi, nelle parole, nella memoria. Flavia Lorenzoni è una di quelle donne. Una donna di carattere, una guerriera ma con quella rara delicatezza che appartiene soltanto a chi ha attraversato il dolore senza lasciare che il dolore la consumasse. Prima di diventare giornalista RAI, prima dei collegamenti televisivi, dei casi di cronaca nera che hanno inchiodato davanti allo schermo milioni di italiani, prima delle notti passate davanti a una casa transennata o a un tribunale, Flavia era una bambina seduta tra i banchi di scuola con un sogno troppo grande per tenerlo chiuso dentro un quaderno. Voleva fare la giornalista e lo diceva senza paura. Non era un sogno dato per scontato. Non era uno di quei sogni che arrivano già apparecchiati. Era un sogno scomodo, difficile, feroce. Uno di quelli che chiedono studio, sacrificio, chilometri, rinunce. Uno di quelli che ti costringono a lottare. Soprattutto se sei donna e lei ha combattuto. Con grazia, ma ha affrontato una vera e propria battaglia.

Per oltre vent’anni ha raccontato quella parte d’Italia che tutti guardano ma nessuno vorrebbe vedere davvero. La cronaca nera. I delitti che hanno spezzato famiglie, diviso opinioni pubbliche, lasciato ferite aperte nel cuore del Paese. Dal delitto di Avetrana al caso irrisolto di omicidio di Chiara Poggi, passando per l’omicidio di Melania Rea e molti altri casi che hanno segnato la storia recente italiana, Flavia Lorenzoni è stata lì. Sempre. In prima linea, ma la differenza — quella vera — non l’ha fatta la telecamera. L’ha fatta il modo. Perché si può raccontare il dolore anche senza violentarlo. Si può entrare nella tragedia senza diventare avvoltoi. Si può informare restando umani e Flavia questo lo sa bene. Lo difende quasi come fosse una missione. Per lei il giornalismo non è soltanto una professione: è responsabilità, è rispetto. È verità raccontata senza cinismo. In un tempo in cui la fiducia nei giornalisti si è incrinata sotto il peso dei cattivi esempi, lei continua a credere che questo mestiere possa avere ancora un’anima e, soprattutto, non lo si svolge con copia ed incolla, ma si va per strada. Forse, è proprio questa sua ostinazione gentile a renderla diversa. 

Oggi il suo sguardo si è spostato verso il mondo della cultura e dello spettacolo. Un universo diverso, fatto di luci, cinema, arte e grandi protagonisti internazionali. Flavia Lorenzoni ha incontrato, per citare solo qualche nome, star del calibro di Angelina Jolie, Sharon Stone e Ron Howard, così come volti amatissimi del nostro cinema come Alessandro Gassmann, Carlo Verdone e Roberto Benigni. Eppure, anche davanti ai riflettori più abbaglianti, il suo modo di raccontare non è cambiato. Resta umano, curioso, autentico. Uno sguardo capace di cogliere non soltanto il personaggio ma,  soprattutto, la persona. A volte intenso, altre volte ironico e persino divertito, perché Flavia conserva quella rara capacità di entrare in sintonia con chi ha davanti senza mai perdere naturalezza.

Ma capire davvero Flavia Lorenzoni significa anche capire da dove arriva.

Nata a Gambara, cresce in una famiglia numerosa, una dinastia di ristoratori dove il senso della parola “famiglia” non è retorica, ma sostanza quotidiana. Una famiglia che ha saputo costruire, lavorare, sacrificarsi. Una famiglia che nel 1999 decide di compiere un gesto quasi romantico, certamente coraggioso: acquistare in società il magnifico Castello di San Lorenzo Picenardi, che prende il nome dall’omonima frazione San Lorenzo de’ Picenardi, in Torre de’ Picenardi, provincia di Cremona. Allora capisci che questa non è soltanto la storia di una giornalista. È anche la storia di una famiglia che ha scelto di custodire il passato invece di lasciarlo morire.

Il Castello di San Lorenzo Picenardi colpisce lo sguardo, la sua mole scenografica spicca tra i campi della campagna cremonese quasi come un’apparizione. Le origini del castello sono documentate già nel XV secolo. Un tempo era un piccolo gruppo di case fortificate. Oggi è una dimora dal fascino fiabesco, sospesa tra storia e silenzio. Le mura, rimaste intatte dall’alto Medioevo, raccontano il tempo meglio di qualunque libro. Le sei torri merlate e la scenografica facciata ottocentesca portano invece la firma dell’architetto Luigi Voghera, nome molto noto nel territorio lombardo dell’epoca.

Flavia ci accompagna tra i cortili, nei giardini perfettamente curati, attraverso saloni neoclassici sontuosi, sale da ballo, salottini arredati con eleganza, la cappella privata. Fuori, il parco custodisce persino un’elegante vasca ottocentesca poi loro, i pavoni: superbi, teatrali, perfetti castellani, camminano lenti accanto ai visitatori come se fossero i veri proprietari del maniero. Qui tutto parla di bellezza ma, soprattutto, parla di appartenenza. Gli spazi del castello vengono oggi utilizzati per ricevimenti, eventi e produzioni televisive ma ridurre questo luogo ad una location sarebbe un errore perché il Castello di San Lorenzo Picenardi è molto di più: è memoria restituita al territorio.

Parlare di Flavia Lorenzoni significa inevitabilmente parlare anche di questo amore profondo che lei e la sua famiglia dedicano alla terra cremonese. Ormai i Lorenzoni sono cremonesi a tutti gli effetti. Non per geografia, ma per scelta, per legame, per presenza. Forse il segreto di Flavia è proprio lì. Nel non avere mai dimenticato chi era prima della televisione, prima dei riflettori, prima delle tragedie raccontate in diretta. 

Dietro le dirette televisive, i grandi casi di cronaca e le storie che hanno segnato il cuore degli italiani, esiste ancora quella bambina che sognava di raccontare il mondo senza smettere di sentirlo. Ed è proprio da qui che comincia il nostro incontro con Flavia Lorenzoni, una chiacchierata senza filtri. (Nel video qui sotto l’intervista completa)

C’è stato un momento in cui hai capito che il lavoro del giornalista, occuparsi di casi di omicidi, di morte stava cambiando anche te? Quanto è impattante occuparsi di cronaca nera? 

È molto impattante, soprattutto la cronaca nera. Ti trovi a fare i conti con il dolore delle persone. Quando viene uccisa una moglie, una madre, una figlia, oppure quando c’è un incidente sul  lavoro — quelle che vengono chiamate “morti bianche”, ma che di bianco hanno ben poco — si tratta sempre di morti vere, segnate dal sangue.
Non è facile. Devi riuscire a mantenere una certa distanza, pur entrando in empatia con ciò che accade.


Stare così vicino al dolore degli altri lascia inevitabilmente un segno. Come si impara a restare umani senza farsi travolgere?

L’umanità devi averla dentro, è qualcosa di innato. Spesso i giornalisti vengono chiamati “avvoltoi”, perché invadono il dolore e la sfera privata delle persone. Si deve, invece, entrare sempre in punta di piedi nella vita di chi soffre. Nessuno è obbligato a raccontarti il proprio dolore: serve creare una connessione. Se ce l’hai dentro, riesci a parlare con persone come la mamma di Sara Scazzi, quella di Chiara Poggi o di Melania Rea. Non è facile: molte volte ho fatto interviste tenendo il microfono mentre piangevo insieme a chi avevo davanti. Si crea un legame che resta nel tempo. Ancora oggi mi sento con alcune di quelle famiglie. È difficile staccarsi.

Lo abbiamo detto. Spesso i giornalisti vengono visti come avvoltoi, ma non è sempre così. La tua esperienza dimostra il contrario.

La professionalità si costruisce sul campo. Nessuno nasce giornalista. Ma deve esserci sempre un angolo di umanità dentro di noi. Altrimenti rischiamo di diventare disumani e di ferire ulteriormente chi soffre.

Durante il tuo lavoro sei stata anche aggredita. In momenti così, cosa prevale?

Devi mantenere la calma. Una delle aggressioni più gravi è avvenuta a Ponte di Nona, a Roma, dopo un caso di droga. Un uomo mi ha scagliato contro due rottweiler: uno mi ha morso al polpaccio. Siamo scappati in macchina, cercavano di ribaltarla. È stato un momento molto difficile. Ma anche in quei contesti serve rispetto. Io avevo chiesto il permesso alle famiglie e infatti loro non erano contro di me. È fondamentale entrare sempre con rispetto nei luoghi e nelle vite delle persone.

Il rispetto, quindi, apre le porte?  

Sì, insieme all’empatia. Anche nelle situazioni più difficili. Se una persona non vuole essere intervistata, si insiste una volta, poi si accetta il rifiuto. Il dolore va rispettato, sempre.

Essere donna nel giornalismo televisivo cosa ha significato per te?

È stato difficilissimo. Le cosiddette “quote rosa” non bastano. Una donna deve impegnarsi di più, lavorare di più, dimostrare di più. C’è ancora molto da fare.

Dopo tanti anni hai scelto di passare dalla cronaca nera alla cultura e allo spettacolo. È stato un cambiamento o una continuità?

Dopo ventiquattro anni di cronaca nera, il peso era diventato troppo. Mi portavo a casa il dolore, soprattutto essendo madre. Sono una mamma single e non volevo trasmettere tutto questo a mio figlio. Così ho deciso di cambiare. È sempre stato un ambito che mi appassionava.

Ora, ci troviamo in un luogo speciale: il castello di San Lorenzo Picenardi, un luogo legato alla tua famiglia. Cosa rappresenta per te?

È un luogo che appartiene a chi lo vive. Noi non lo sentiamo come una proprietà, ma come qualcosa da condividere. Tornare qui significa ritrovare le radici, respirare la storia e riconnettersi con la terra e con le emozioni. È un’oasi di pace.

Se dovessi definire il senso più profondo del tuo lavoro?

Informare con trasparenza e lealtà. Verso gli altri e verso sé stessi.

In un tempo in cui tutto corre veloce, dove spesso l’informazione rischia di consumarsi nel rumore, nell’urgenza e nella superficialità, esistono ancora giornalisti capaci di fermarsi davanti alle persone prima ancora che davanti alla notizia. Professionisti che scelgono di raccontare senza dimenticare il rispetto, l’ascolto, l’umanità. Flavia Lorenzoni appartiene a quella scuola rara di giornalismo che non si limita a informare, ma prova ancora a comprendere. Forse è proprio in questo che dovremmo tornare a credere: non in chi fa più rumore, ma chi riesce ancora ad avere il coraggio di raccontare il mondo senza smettere di sentirne il peso nel cuore.

Nelle foto Flavia Lorenzoni e le sue interviste con personaggi della cronaca e degli spettacoli con il TG1 e il Castello di San Lorenzo Picenardi

Nel video realizzato all’interno del parco del Castello di San Lorenzo Picenardi, in Torre de’ Picenardi, provincia di Cremona, l’intervista completa a Flavia Lorenzoni.

 

Beatrice Ponzoni


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