Cremonesi Così. Francesco Martelli, il custode della memoria che guarda al futuro. A Milano dirige l'archivio cittadino più grande d'Europa
Le radici non trattengono. Le radici accompagnano. Sono la parte più silenziosa della nostra storia ma, anche, quella più resistente. Restano lì, sotto la superficie del tempo, mentre la vita ci porta altrove, ci fa incontrare nuove città, nuove persone, nuove sfide. Eppure, continuano a nutrire ciò che diventiamo. È da questo legame profondo che nasce Cremonesi Così, la rubrica di CremonaSera che va alla scoperta di persone che hanno portato il proprio talento lontano da casa senza mai dimenticare da dove sono partite. Storie di vita, di lavoro, di cultura e di passione che si intrecciano con Cremona e il suo territorio, raccontando come l'identità non sia un luogo in cui restare, ma un patrimonio da custodire ovunque si vada.
Questa volta la rubrica Cremonesi Così mi ha portato a Milano. Non nel cuore scintillante della città delle vetrine e della finanza, ma in un luogo che custodisce qualcosa di ancora più prezioso: la memoria. Tra Niguarda e Bicocca, in Via Ferdinando Gregorovius n. 7, sorge infatti la Cittadella degli Archivi, una realtà che negli ultimi giorni è balzata agli onori della cronaca nazionale per essere diventata il più grande polo archivistico cittadino d'Europa. Un traguardo che non nasce per caso, ma è il risultato di una visione coltivata nel tempo, del lavoro di una squadra competente e della determinazione necessaria per portare avanti progetti che spesso devono superare ostacoli burocratici, logistici e culturali prima ancora che tecnici.
Ad accogliermi è Francesco Martelli, nato a Cremona, una vita vissuta tra cremonese e cremasco, oggi vive a Milano ed è direttore della Cittadella degli Archivi, docente di Archivistica alla Statale di Milano e già Advisor degli Archivi del Museo di Design Adi, un professionista che ha intrecciato la propria carriera con alcune delle più importanti istituzioni culturali italiane, senza mai perdere quel legame con il territorio da cui è partito. Martelli colpisce ancora prima di iniziare a raccontare il suo lavoro. C'è un'eleganza naturale nel suo modo di presentarsi e di parlare, una firma personale che sembra riflettersi anche nella passione con cui custodisce la memoria di una città. Entrando nel suo studio, lo sguardo viene catturato da un dettaglio inatteso: un manichino in legno che conserva con discrezione un abito appartenuto a Philippe Daverio. Da quel particolare prende avvio il nostro dialogo. Martelli ricorda con affetto l'amicizia con il celebre storico e critico d'arte e, poco dopo, quella con Francesco Alberoni. Due incontri diversi ma ugualmente decisivi, due maestri capaci di lasciare un'impronta profonda nel suo percorso umano e professionale. Ascoltandolo, si comprende che il suo non è semplicemente un mestiere: è una forma di responsabilità verso la cultura, la memoria e le storie che il tempo affida alle sue cure.
La sua storia alla Cittadella comincia quasi dieci anni fa. Al tempo, lavorava nel prestigioso Palazzo della Ragioneria Comunale, in Piazza della Scala, negli uffici che furono della Banca Commerciale Italiana. Un contesto ricco di storia e fascino. Poi arrivò la proposta di occuparsi di un progetto nuovo, in una zona periferica della città, in uno stabile che all'apparenza non prometteva nulla di straordinario. «La prima volta che entrai in Cittadella me ne innamorai», racconta.
Da quel momento è iniziato un percorso che ha trasformato un deposito documentale in un laboratorio culturale capace di coniugare conservazione, innovazione e divulgazione. Oggi la Cittadella custodisce la storia amministrativa di Milano dall'Unità d'Italia ai giorni nostri. Una quantità impressionante di documenti che raccontano la vita della città in tutte le sue sfaccettature: urbanistica, politica, sociale, culturale. Disegni dei grandi architetti, archivi dei sindaci, documenti anagrafici, corrispondenze illustri e testimonianze che permettono di ricostruire oltre un secolo e mezzo di storia collettiva. Tra le carte custodite emergono autentici tesori: il carteggio con cui Giuseppe Verdi dedicò il Requiem ad Alessandro Manzoni, l'ultima lettera del compositore al Comune di Milano, il contratto di acquisto della Pietà Rondanini di Michelangelo e documenti che raccontano pagine luminose e drammatiche della nostra storia, comprese le schedature degli ebrei realizzate all'indomani delle leggi razziali del 1938.
La vera sorpresa, però, è scoprire che l'archivio del XXI secolo assomiglia poco all'immagine polverosa che molti ancora conservano nella memoria.
Qui lavorano sistemi automatizzati, robot con nomi che richiamano la tradizione culturale milanese come Eustorgio e Ansperto, impianti tecnologici avanzati, sistemi di climatizzazione e conservazione progettati per proteggere il patrimonio documentale da incendi, alluvioni e deterioramento. La tecnologia non sostituisce la memoria: la protegge.
Ed è proprio sul valore della memoria che Martelli offre la riflessione più profonda.
Ne abbiamo parlato in modo approfondito durante il nostro incontro. (Nel video qui sotto l’intervista completa)
Professore, leggendo alcuni suoi interventi mi ha colpito una definizione: lei descrive questo luogo come una sorta di "astronave del tempo". Partiamo proprio da qui. Che cosa rappresenta la Cittadella degli Archivi e di cosa si occupa il suo direttore?
Il direttore della Cittadella, come tutti i direttori, si occupa innanzitutto di far funzionare una struttura complessa. Gran parte del mio tempo è dedicata a riunioni, fornitori, gare, appalti, manutenzioni, gestione del personale e dei sistemi che consentono a un luogo come questo di operare quotidianamente. Pensiamo soltanto agli impianti, ai sistemi antincendio, alla gestione meccanizzata degli archivi. È un lavoro impegnativo e spesso poco visibile, ma fondamentale. La Cittadella degli Archivi è l'Archivio Generale del Comune di Milano. Qui viene conservata la documentazione prodotta o ricevuta dall'amministrazione comunale dall'epoca napoleonica, quando Milano era capitale del Regno d'Italia, fino ai primi anni Duemila. In queste carte è custodita una parte significativa della storia della città e, in molti casi, della nostra storia collettiva.
Qual è il documento o la vicenda conservata in questi archivi che più di ogni altra le ha fatto comprendere il valore di questo viaggio tra passato e futuro?
Sicuramente il censimento degli ebrei del 1938. Si tratta di un fondo archivistico unico, realizzato tra il 1938 e il 1943 per censire la popolazione ebraica e applicare le norme discriminatorie introdotte dalle leggi razziali. L'archivio era stato murato e nascosto nei sotterranei dell'Anagrafe di Milano. È stato ritrovato casualmente durante alcuni lavori di restauro e successivamente recuperato e studiato grazie alla collaborazione tra la Cittadella degli Archivi, il Dipartimento di Studi Storici dell'Università Statale di Milano e il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Parliamo di circa undicimila persone schedate una per una, famiglia per famiglia. Un lavoro lungo ed emozionante, culminato in una grande installazione alla Triennale di Milano inaugurata da Liliana Segre. È probabilmente il progetto che più mi ha coinvolto sul piano umano e professionale.
Professore, lei ha guidato la trasformazione della Cittadella degli Archivi verso il futuro: duecento chilometri di documenti, nuove tecnologie, sistemi automatizzati e la nascita di Ansperto. Ci racconta questa evoluzione?
Ansperto è un nome fortemente simbolico. Richiama l'arcivescovo milanese che contribuì alla diffusione della cultura e della trasmissione del sapere nell'Alto Medioevo. La scelta non è casuale. Quello che oggi facciamo con la digitalizzazione non è così diverso da ciò che facevano i monaci amanuensi quando ricopiavano i testi per salvarli dall'oblio e diffonderli. Cambiano gli strumenti, ma la missione rimane la stessa: conservare e tramandare la conoscenza.
La tecnologia sembra essere da sempre una protagonista nel lavoro di chi conserva la memoria. Oggi robot, digitalizzazione e sistemi automatizzati stanno cambiando profondamente il modo di archiviare e consultare i documenti. Come si mantiene l'equilibrio tra innovazione tecnologica e autenticità delle fonti storiche?
La tecnologia è sempre stata uno strumento al servizio della conservazione. Oggi viviamo un passaggio epocale paragonabile alla rivoluzione della stampa o alla rivoluzione industriale. Digitalizzare significa rendere accessibile, proteggere e diffondere. La vera sfida non è soltanto trasformare un documento cartaceo in un file digitale, ma garantire che quel documento mantenga il proprio valore, il proprio contesto e la propria affidabilità anche nel mondo virtuale.
La Cittadella non è soltanto un luogo che conserva, ma anche uno spazio aperto alla città. Siamo in una sala straordinaria che testimonia questa visione. Quanto è importante restituire questo patrimonio alla comunità?
È fondamentale. Conservare è soltanto il primo passo. Il secondo è restituire la memoria alle persone. Collaboriamo con università, studiosi, scuole, associazioni. Organizziamo mostre, eventi, laboratori per bambini, attività per gli anziani. Ognuno deve poter trovare una chiave di accesso alla propria storia. La cultura non può essere chiusa dentro un archivio: deve tornare a vivere nella comunità.
Viviamo in un'epoca dominata dall'intelligenza artificiale e da una quantità enorme di informazioni. Lei sostiene che gli archivi possono aiutarci a distinguere il vero dal verosimile. Quanto è importante oggi educare al senso critico attraverso le fonti storiche?
È sempre più importante. I bambini che vengono qui oggi sono nativi digitali. Far comprendere loro che esistono luoghi in cui le informazioni vengono conservate, verificate e contestualizzate significa fornire uno strumento essenziale per il futuro. Con l'intelligenza artificiale sarà sempre più facile creare contenuti perfettamente verosimili. Gli archivi diventeranno quindi ancora più preziosi perché custodiscono documenti autentici prodotti per finalità concrete e verificabili.
In questo senso abbiamo tutti una responsabilità verso chi verrà dopo di noi: conservare e tramandare ciò che accade oggi.
Assolutamente. Però è importante distinguere tra memoria e verità. La memoria è ciò che la verità lascia dentro di noi. La conoscenza del passato ci aiuta a comprendere il presente e a costruire il futuro. Come diceva Picasso: "Noi siamo ciò che conserviamo". È una frase che racconta perfettamente il senso del nostro lavoro.
Lei è nato a Cremona da una famiglia cremasca. Le sue radici hanno influenzato il suo modo di guardare agli archivi e alla storia?
Senza dubbio. Crescere tra Cremona e Crema significa vivere immersi in una straordinaria ricchezza culturale, artistica e storica. Sono convinto che questo abbia influenzato profondamente il mio modo di guardare il patrimonio culturale e il valore della memoria. Inoltre, lavorando sugli archivi, capita spesso di imbattersi in storie che riportano al nostro territorio. È una conferma di quanto tutto sia connesso, oggi come centocinquant'anni fa.
Lasciando la Cittadella degli Archivi, il pensiero corre inevitabilmente al significato più autentico della conservazione, custodire non significa accumulare. Significa scegliere di non dimenticare. Forse, è proprio questa la lezione più importante che Francesco Martelli e il suo lavoro ci consegnano: una comunità che preserva la propria memoria non vive nel passato, ma costruisce con maggiore consapevolezza il proprio futuro.
Perché sapere chi siamo stati resta il modo migliore per comprendere chi vogliamo diventare.
Nel video l’intervista completa al Professor Francesco Martelli, Direttore della Cittadella degli Archivi di Milano, il più grande archivio cittadino d’Europa
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