29 agosto 2026

Il Colonnello Luigi Regni alla Commissione d'inchiesta sulla morte di David Rossi della Banca Monte dei Paschi di Siena

Importante  incarico per il colonnello Luigi Regni, ufficiale dei carabinieri in congedo, a lungo comandante delle compagnie carabinieri di Casalmaggiore prima e di Guastalla poi. Per lui si sono aperte le porte della  Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di David Rossi, dirigente della Banca Monte dei Paschi di Siena scomparso  nel 2013 nella città toscana. La Commissione è guidata dal presidente onorevole Gianluca Vinci di Fratelli d’Italia, parlamentare reggiano, e Regni vi è entrato a far parte proprio come collaboratore diretto dello stesso Vinci. I due si sono conosciuti nel mese di giugno:  “L’onorevole Vinci – ha spiegato il colonnello Regni - mi ha visto abbastanza interessato e informato visto che avevo anche seguito diverse trasmissioni televisive dedicate a questo fatto”. In considerazione anche delle evidenti competenze di Regni ecco che nelle settimane successive si è concretizzata questa collaborazione col colonnello che si è recato a Roma, a palazzo San Macuto (dove hanno sede diverse commissioni parlamentari) e “con grande stupore e debito di riconoscenza – ha detto l’ufficiale in pensione - sono entrato nella Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di David Rossi come collaboratore diretto del presidente onorevole Gianluca Vinci. Ho già iniziato a studiarmi e rivedermi tutte le audizioni e prossimamente ci saranno altre importanti audizioni e iniziative, una importantissima a settembre (già riferita sui giornali) in cui verrà ascoltato, dal carcere in cui è detenuto, Nicolino Grande Aracri che è un nome di peso per gli eventi legati alla criminalità organizzata in Emilia Romagna in particolare, specie nella zona di Reggio Emilia e nella Bassa Reggiana”.  Nicolino Grande Aracri, va precisato, sarà sentito come persona informata sui fatti e secondo l’onorevole Vinci, la testimonianza del capoclan potrebbe contribuire ad approfondire alcuni elementi emersi durante i lavori parlamentari, in particolare quelli legati alla cosiddetta <pista mantovana”. L'attenzione della Commissione si concentra su una valigetta che sarebbe stata riconducibile al clan Grande Aracri. Al suo interno sarebbe stato custodito un titolo di credito sul quale compariva un numero di telefono ritrovato anche nel cellulare di David Rossi la sera della sua morte. Proprio questo elemento ha spinto la Commissione a convocare il boss di Cutro, nel tentativo di verificare eventuali collegamenti tra ambienti della criminalità organizzata operanti nella Bassa Mantovana e vicende che potrebbero aver incrociato il percorso professionale dell'ex dirigente di Monte dei Paschi di Siena. Tra le audizioni in mano alla Commissione d’inchiesta c’è anche quella di Salvatore Cortese, in passato membro della cosca Grande Aracri, arrestato nel 2007 a Casalmaggiore (dove possedeva una casa in cui viveva una moldava, a sua volta arrestata insieme a lui) dai carabinieri di Zibello e della compagnia di Fidenza nell’ambito dell’operazione Danger, divenuto poi collaboratore di giustizia. Il legame tra la morte di David Rossi e il clan della ‘Ndrangheta guidato dal boss Nicolino Grande Aracri rappresenta uno dei filoni di indagine più inquietanti emersi negli ultimi anni sul “giallo di Siena”. Un caso a lungo archiviato come suicidio e che è stato riaperto in seguito alle perizie medico-legali e al lavoro della suddetta Commissione. Il 6 marzo 2013, nel pieno della bufera giudiziaria ed economica che travolse MPS per l’acquisizione di Banca Antonveneta, David Rossi precipitò dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni. Le prime due inchieste giudiziarie liquidarono la vicenda come gesto volontario. Le anomalie non tardarono a emergere, a partire dalle successive simulazioni 3D e i rilievi scientifici dei carabinieri del Ris miserp in discussione la tesi del suicidio: Rossi presentava ferite al volto e ai polsi inflitte prima dell’impatto con il suolo; gli esami fisici dimostrarono che il manager fu sospeso a penzoloni nel vuoto, trattenuto per i polsi da una o più persone, e poi lasciato cadere. L’attenzione degli inquirenti e della Commissione si è quindi spostata dal livello meramente locale a uno ben più ampio, ed è qui che emerge il nome del clan di Nicolino Grande Aracri. Le acquisizioni e le indagini hanno portato la Procura di Siena a riaprire il fascicolo non più per istigazione al suicidio o morte come conseguenza di altro reato, ma per omicidio, con l’aggravante delle modalità mafiose o di matrice finanziario-criminale. La figura di Nicolino Grande Aracri e dei suoi referenti contabili e finanziari in Emilia resta uno dei capitoli chiave per capire cosa realmente sia successo quel giorno e perché. A far luce su quanto accaduto potrebbero essere anche le dichiarazioni  del pentito Salvatore Cortese, arrestato come anticipato a Casalmaggiore nel 2007. In particolare potrebbero fare luce sul mistero del codice che danza tra i faldoni dell’inchiesta sulla morte di David Rossi da 13 anni. Quel codice, il 4099009, per lungo tempo è rimasto una stringa numerica isolata. Fu rinvenuto la sera del 6 marzo 2013 nella memoria del cellulare dell’allora capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, poco dopo che il suo corpo si schiantasse sull’asfalto. Per anni è rimasto un fantasma informatico indecifrabile. Oggi, quel numero sembra avere finalmente un indirizzo fisico e un caveau. Spunta un testimone pronto a portare i commissari parlamentari per mano in una banca di Viadana in cui gli esponenti della ‘ndrangheta «facevano quello che volevano». Quel testimone è appunto un ex killer della cosca Grande Aracri di Cutro. L’audizione protetta di Salvatore Cortese, ex braccio destro del boss ergastolano Nicolino Grande Aracri, potrebbe aver segnato un punto di svolta nei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta di cui ora fa parte anche Regni. Non si parla più soltanto di proiezioni balistiche o video di sorveglianza manipolati, ma di un intreccio finanziario che lega la città del Palio alla provincia mantovana passando per Cutro, casa madre della cosca dominante in Emilia e in parte del Veneto e della Lombardia. Il dettaglio più inquietante emerso dalle dichiarazioni di Cortese non riguarda soltanto i direttori di filiale “compiacenti”, come li ha definiti, ma la gerarchia del clan. Secondo il collaboratore di giustizia, quella specifica banca di Viadana non era un ufficio qualunque, ma il terminale finanziario dei vertici della famiglia Grande Aracri. “La filiale era utilizzata dai nipoti del boss, i referenti diretti dello zio”. Cortese ha fatto i nomi di Salvatore Grande Aracri e Girolamo Rondinelli. Erano loro, secondo il pentito, a gestire i rapporti e a usufruire dei servizi della banca mantovana. Non si trattava di infiltrazioni sporadiche: dai Pugliese ai Muto ai Vertinelli, gli imprenditori di riferimento della super-cosca cutrese gravitavano attorno a quei direttori compiacenti. Cortese ha descritto una vera e propria “piattaforma bancaria” a disposizione della ‘ndrangheta, dove il cognome Grande Aracri apriva porte che per i normali cittadini restano sbarrate da controlli e burocrazia. «Quale direttore al mondo – si è chiesto Cortese – ti consente di prelevare 100 o 150 mila euro alla volta? Il favore era la liquidità al momento. Potevano fare quello che volevano: depositare, riciclare, prelevare. Il problema della ‘ndrangheta non è fare i soldi, ma riciclare». Un problema che quei direttori contribuivano a risolvere in cambio di regali, serate nei ristoranti o al night, sempre secondo Cortese. Il racconto di Cortese è uno spaccato brutale sulla trasformazione della mafia calabrese al Nord. Da «camionisti che puzzavano di fame» a padroni di un «impero» fatto di Ferrari, ville e una disponibilità di contante illimitata. Cortese ha riempito pagine e pagine di verbali sui “bancomat viventi” che le cosche spremevano e a loro volta traevano vantaggi dalle cosche. Ma il salto di qualità non sarebbe stato possibile senza i “direttori di banca compiacenti”. «Pino Giglio chiamava il direttore: “Preparami 100mila euro”. Andavano e li prendevano. In 24 ore, senza garanzie». Non erano prestiti ufficiali, specifica il presidente Vinci, ma denaro contante che i direttori consegnavano agli affiliati per poi farlo rientrare in filiale “pulito” e senza tracciabilità. Un meccanismo di riciclaggio perfetto, grazie al quale la banca diventava il bancomat personale della cosca per pagare in nero cave, inerti e forniture, monopolizzando il movimento terra in Emilia Romagna attraverso l’evasione sistematica dell’IVA. Cortese ha anche ricordato un episodio emblematico della confidenza con i banchieri. Una volta, Pino Giglio tentò di aprire una nuova attività utilizzando una “testa di legno” portata dallo stesso Cortese. «Salii con mio zio Salvatore Procopio. Giglio mi disse di farmi aprire il conto corrente dai direttori amici». L’operazione però fallì per un intoppo tecnico: il ragazzo scelto come prestanome aveva un problema con una carta di credito e il sistema bloccò la procedura. Un paradosso: l’antiriciclaggio non vedeva i milioni della ‘ndrangheta, ma si fermava davanti a una segnalazione per una carta di credito. Se il nome della banca sfugge ancora alla memoria dei verbali, non sfugge alla memoria visiva del collaboratore di giustizia. Cortese è stato netto con i commissari: sa dove si trova quell’istituto. «Viadana non è Roma o Milano», ha sottolineato, ricordando che in un centro così piccolo certi movimenti non passano inosservati. Il pentito ha descritto l’istituto come una banca situata nel pieno centro di Viadana, caratterizzata da un ampio parcheggio adiacente. Cortese si è detto pronto, con l’ausilio e la protezione del Servizio centrale, a raggiungere il luogo per indicare ai commissari la porta che varcavano gli emissari della cosca Grande Aracri e di quelle alleate. È qui che l’inchiesta parlamentare sulla morte di Rossi si salda con l’inchiesta “Aemilia” e con quelle collegate che hanno fatto luce sulla colonizzazione mafiosa del Nord da parte della ‘ndrangheta di matrice cutrese. Perché il capo della comunicazione di MPS avrebbe dovuto avere il numero di un libretto al portatore riconducibile a quella specifica filiale della provincia mantovana? Aveva scoperto che i direttori della banca andavano a cena con i vertici della ‘ndrangheta? David Rossi non è più solo una vittima di una crisi finanziaria o di un presunto suicidio per depressione ma l’uomo che aveva in mano la chiave per scoperchiare il caveau delle cosche al Nord? Interrogativi suggestivi a cui è difficile rispondere. Il presidente della Commissione d’inchiesta è convinto che l’audizione sia stata fondamentale per comprendere come il contante fosse la linfa vitale dei clan nella Bassa. Ora l’obiettivo è incrociare quel numero 4099009 con i registri della filiale che Cortese si appresta a indicare. Perché, dunque, David Rossi avrebbe dovuto avere il numero di un libretto al portatore di una filiale di Viadana? La risposta potrebbe risiedere nel ruolo di Rossi come vertice della comunicazione e delle sponsorizzazioni di MPS. Proprio a Viadana, la banca senese era main sponsor della squadra di rugby locale. Ma il legame è più profondo. Le inchieste Aemilia e Grimilde hanno già dimostrato come il clan Grande Aracri avesse stabilito nel centro mantovano un crocevia di interessi, con conti correnti intestati a prestanome. «Viadana è in mano nostra», dicevano gli uomini delle cosche nelle intercettazioni di anni fa. Cortese ha confermato questa egemonia, indicando una filiale specifica nel centro del paese, dotata di un ampio parcheggio, dove lui stesso si sarebbe recato per operazioni oscure. Il presidente della Commissione è stato chiaro al termine dell’audizione. «Sembra essere proprio la filiale del libretto riconducibile al numero trovato sul cellulare di Rossi». Se così fosse, il manager potrebbe essere entrato in possesso di una prova documentale di flussi finanziari illeciti che collegavano Siena al cuore finanziario della ‘ndrangheta al Nord. La domanda che ora pende sui lavori della Commissione è semplice quanto atroce: David Rossi è morto per quello che sapeva su MPS o per quello che aveva scoperto sulla ‘ndrangheta che banchettava con i direttori di banca? La verità, forse, è custodita in quella filiale di Viadana con l’ampio parcheggio, dove i 100mila euro venivano consegnati con una telefonata.

 


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