Lupi alle porte di Cremona, tracce nella zona delle Colonie Padane: la parola all’esperto Sergio Mantovani
“Hanno raggiunto la periferia di Cremona”. Chi? “I lupi”. Inizia così la chiacchierata con Sergio Mantovani, docente di Geografia alle superiori, stimato naturalista locale, giornalista pubblicista, autore di apprezzati articoli su uccelli e mammiferi per periodici scientifici e, in passato, collaboratore di riviste specializzate (Geo, Airone, Oasis).
È una certezza?
“Ho rinvenuto varie tracce: impronte e fatte (escrementi n. d. r.), dalle quali è possibile comprendere cos’abbia mangiato il lupo in questione. Contenendo setole scure, si desume che, ad essere stato predato, sia stato un cinghiale”.
Data e luogo approssimativi del ritrovamento?
“Dicembre, prima delle festività natalizie, nei dintorni delle Colonie Padane”.
Attenti al lupo quindi?
“Niente affatto: il lupo è guardingo ed elusivo nei confronti dell’uomo e non a torto, se si pensa alla secolare persecuzione perpetrata nei suoi confronti. Leggo e m’informo sull’argomento fin dall’adolescenza. Confesso di essere spesso uscito apposta, al tramonto, nella speranza di un incontro ravvicinato, che, talvolta, si è verificato in golena. In circostanze particolari, invece, i rischi non mancano per gli animali domestici: al momento, tuttavia, le predazioni a carico degli allevamenti sono state rarissime. Certo, il sistema degli indennizzi deve esser efficiente. Aggiungerei che, da noi, i lupi possono nutrirsi di un’abbondante fauna selvatica – del resto, si sono fermati qui per questo - contribuendo a tenere sotto controllo specie non autoctone. Mi riferisco al silvilago, conosciuto come minilepre, e, ancora di più, alla nutria: entrambi provengono da oltreoceano, rispettivamente dal Nord e dal Sud America. Per un lupo, le nutrie, numerosissime, sono facili da cacciare pure per non aver sinora sviluppato comportamenti difensivi. Per le dimensioni modeste, esse determinano per lo più la presenza di lupi solitari o in coppia, mentre, prede più grandi consentirebbero la formazione di branchi”.
È possibile mettere un po’ di ordine a livello cronologico?
“Sul piano naturalistico, il ritorno dei lupi in provincia è un evento straordinario, dopo l’estinzione avvenuta al principio dell'Ottocento. La loro presenza è diventata percepibile soprattutto dal 2020-2021. Ciò, però, non vuol dire che, in precedenza, non ci fossero. Nel 2015, ad esempio, due lupi furono avvistati a San Secondo Parmense - poco a sud del Po -, uno fu intercettato a Torricella del Pizzo. Si trattava di avanguardie. Più tardi, nel settembre 2018, suscitò scalpore la notizia di un agricoltore che, dal suo trattore, aveva fotografato cinque lupi, nei pressi di San Daniele Po, sebbene sulla sponda destra, emiliana”.
Quali sono le motivazioni del fenomeno?
“Io non concordo con chi sostiene che i lupi siano arrivati al seguito dei caprioli e dei cinghiali, che, dall’Appennino parmense e piacentino, si sono spostati in pianura, negli anni Duemila. In effetti, perché farlo, se le aree montane e collinari ne erano e ne sono tuttora piene?”.
E allora?
“Semplice: nella catena appenninica, lo spazio per i lupi si è saturato”.
Ci può spiegare meglio?
“Ciascun territorio ha una sua capacità portante, che dipende da molteplici fattori: il principale è sicuramente la disponibilità alimentare. Intorno al conseguimento della maturità sessuale, i lupi ne ricercano uno libero, in cui trovare un partner e creare una famiglia. Con il progressivo aumento di tali predatori, le aree più adatte hanno finito con il saturarsi, segnando il... tutto esaurito. Di conseguenza, i lupi si sono spinti in luoghi sempre più distanti dall’ottimale e più antropizzati, dimostrando un’adattabilità sorprendente ed inattesa”.
Esistono ulteriori ragioni?
“Sì, il concetto appena illustrato va combinato con la territorialità del lupo: i branchi difendono il loro territorio e non accettano l’ingresso di simili, nemmeno di individui in dispersione. Pertanto, in seguito alla saturazione, alcuni sono stati costretti a recarsi altrove e, facendo di necessità virtù, si sono adattati ad ambienti non ideali, ma ricchi di risorse trofiche”.
Era prevedibile?
“Ex post, ogni avvenimento appare ovvio e scontato: sento ripetere che, in fondo, il lupo è un canide adattabile. Ora, malgrado sia vero, sino a due decenni fa, era pressoché impossibile immaginare quanto è poi accaduto: nessuno era in possesso di elementi che lasciassero presagire un’espansione così significativa dell’areale. Al contrario, successivamente, per chi come me ha seguito l’andamento della diffusione del lupo sugli Appennini, a quote progressivamente più basse, l’ipotesi ha acquistato una plausibilità crescente: ne scrissi, infatti, addirittura nel 2012 e ne parlai ampiamente in pubblico, nel 2015”.
Disponiamo di numeri precisi sulla consistenza del lupo nel nostro comprensorio provinciale?
“Non esistono censimenti ad hoc: mi sembra tuttavia realistico formulare una stima approssimativa di venti, trenta lupi, distribuiti su una superficie di circa 1800 chilometri quadrati: la densità è pertanto bassissima. Va da sé che, se non avessero cibo sufficiente, se ne andrebbero. Sottolineerei piuttosto che i lupi possono giocare un importante ruolo ecologico di contenimento di specie alloctone, che hanno raggiunto una diffusione imponente. Da ultimo, ricorderei che, nel maggio scorso, il Parlamento europeo ha declassato il lupo da specie ‘rigorosamente protetta’ a semplicemente ‘protetta’. Essa rimane dunque tutelata, a maggior ragione se si riflette sul fatto che, annualmente, all’incirca duecento esemplari vengono investiti sulle strade italiane”.
Nelle foto un esemplare di Lupo, altri catturati dalle fototrappole e le foto di Sergio Mantovani © delle impronte di lupo e dei suoi escrementi
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