11 gennaio 2026

Quanto son simpatiche le "corna" dell'anatra all'arancia. Il testo sbarca al Ponchielli con una istrionica interpretazione di Emilio Solfrizzi

Si prova, sempre, un po’ di compassione mista a sarcasmo davanti un marito tradito, cornificato, più e più volte, davanti a tutto il paesello. Conscio che la moglie se la spassa, interi pomeriggi a letto, magari con il suo miglior amico. Tutti lo sanno. Tutti ridono di lui, nonostante vada predicando a destra e a manca, che ancora sono marito e moglie. Non è invece è il caso di questo marito protagonista assoluto de  L’Anatra all’arancia : testo arguto e travolgente di W. D. Home e M. G. Sauvajon andato in scena al Teatro Ponchielli nella rassegna della Prosa nella sezione ‘Grande Età’ ( produzione Compagnia Moliere in coproduzione con Teatro stabile di Verona). Davanti al marito dell’Anatra invece il sentimento è assai diverso. Di simpatia. Quasi di sincera empatia, per un uomo che accetta la sua condizione con spirito, senza sprofondare in lugubri depressioni da divano, pop corn e partite di calcio. Già perché lui è brillante. Intelligente, spigliato, Intellettualmente attraente, oltre che fisicamente non disdicevole. Così spiccatamente arguto che non solo riuscirà a trattenere la moglie ma pure a godere delle gioie di una procace segretaria che avrebbe dovuto essere l’escamotage per attribuirsi, bontà sua, la responsabilità del divorzio.

Un testo piacevolissimo quello firmato da Home e Sauvajon. Ricco di ironia. Di capacità fabulatoria di un ménage a quattro che mai sconfina nel melodrammatico di certe vicende reali così tossiche e tristi.  Una commedia che usa tutta la tavolozza della comicità. Dell’arguzia. Della battuta felice.

Grande interprete di questa figura del marito ‘cornuto’ Emilio Solfrizzi: superlativo nella recitazione. Capace di una mimica straordinaria. Di una capacità interpretativa eccellente. Simpatico appena lancia la prima battuta ad un pubblico che si è divertito immensamente nella strampalata storia di questa coppia, certamente un po’ anomala. Non per un solo attimo ha fatto cadere la tensione sia nei lunghi dialoghi con la moglie fedifraga; sia nell’amoreggiamento con la segretaria, sia ovviamente con l’amante della consorte chiamato in casa, in un tentativo di un'improbabile e sciocca versione della famiglia allargata. Molto bene  Irene Ferri nei panni della moglie. Brillante e melodrammatica nei punti giusti. Laddove la traditrice propone, come al solito nella realtà, un perfetto campionario di bugie, falsità e mezze verità per ingannare sia il coniuge che l’amante. Molto piacevole anche il suo modo di rimanere in scena. Computo e stizzoso, come prevede il testo, Ruben Rigillo nei panni di un amante aristocratico e un po’ allampanato, ma non sciocco visto che poi se ne andrà lui con la procace segretaria. Bene anche Beatrice Schiaffino e con Antonella Piccolo. Ottima la regia di Claudio Greg Gregori così come le scene di Fabiana Di Marco, i costumi di Alessandra Benaduce e il disegno luci di Massimo Gresia.

Ondata di appalusi per il grande Emilio Solfrizzi

Roberto Fiorentini


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