11 maggio 2026

“Sono tra voi per darvi la certezza della risurrezione di Cristo”: le domande e le risposte del Vescovo Napolioni agli studenti dell’Einaudi

“Voglio essere credibile: mi spiacerebbe trasmettervi la sensazione di essere stati ingannati”. Venerdì, il Vescovo Antonio Napolioni si è intrattenuto in due incontri successivi, con gli studenti dell’istituto “L. Einaudi”, che hanno liberamente scelto di confrontarsi con lui. Gli onori di casa sono spettati alla preside Nicoletta Ferrari, felice di ospitare una personalità d’eccezione, capace d’interagire con i giovani, in modo informale e costruttivo. Il Vescovo è stato accompagnato da don Giovanni Tonani, docente del liceo statale “D. Manin”, incaricato diocesano dell’Ufficio Pastorale Scolastica/ I.R.C. (Insegnamento Religione Cattolica) e pure ex alunno della scuola di via Bissolati: vi si è infatti diplomato nel 1985, quando era attivo il solo indirizzo amministrativo, in cui, per la cronaca, già insegnava, ed era oltretutto suo professore di Diritto ed Economia, il mitico Francesco Capodieci, figura storica, in pensione dal 2022. 

Il Vescovo ha chiesto ai ragazzi di rivolgergli delle domande ed è stato lui stesso ad anticipare la prima: “Il motivo per cui interrogare il Vescovo? Probabilmente, poiché egli serve per dare la certezza che Cristo è risorto”. Monsignor Napolioni si è presentato con affabilità ed immediatezza, spogliandosi di ciò che avrebbe potuto creare una distanza tra lui ed i giovani interlocutori e sottolineando anzi una triste vicinanza nel pregiudizio, che non risparmia nessuno, nemmeno chi si è consacrato a Dio ed al prossimo: “Vedete? Non indosso l’abito lungo, la fascia, i paramenti. Sono una persona discriminata quanto voi. La gente accusa gli uomini di Chiesa di essere dei pedofili ed i ragazzi di essere dei maranza. Sappiamo bene che non è così ed io vi difendo. Non bisogna mai generalizzare, né etichettare con superficialità. È necessario mettersi nei panni altrui. Voi – ha proseguito - avete appena spiccato il volo: non so con quanta sicurezza né con quanta forza. A sedici anni, mi sono lasciato coinvolgere, poi sono entrato negli Scout, mi sono ritrovato nel servizio ed ho infine scoperto ed abbracciato la fede. Non mi dilungo: sono qui per ascoltarvi, non per ripercorrere la mia storia”.

Gli alunni, completamente a proprio agio, si sono espressi senza filtri, ponendo gli interrogativi più disparati: personali, leggeri, profondi, scomodi, impegnativi, provocatori, ricevendo, di rimando, risposte convincenti e consistenti: “Com’è nata la sua vocazione sacerdotale? Le piace il nuovo papa o le è antipatico e preferiva il precedente? Aspira al soglio pontificio? Il suo giudizio sui preti al centro di gravi scandali? Perché nella Chiesa c’è corruzione? Qual è la sua opinione sulle guerre di religione? La vita ha un senso? Esiste qualcosa dopo la morte? Ha mai dubitato? Ha assistito ad un esorcismo?”. 

Sulla chiamata, sullo scopo dell’esistenza di ciascuno, Monsignor Napolioni ha spiegato che esse si manifestano nella “pienezza, che proviene da Gesù, nella gioia insita nella comunione con Dio e con gli altri. La Luce che ci attende giustifica un percorso, in cui è sin d’ora possibile raccogliere i frutti della nostro credere”. Per realizzarsi, ha aggiunto: “Serve avere fame di felicità: quest’ultima rappresenta una spinta da maneggiare con attenzione, dal momento che il mondo ci sazia in modo fuorviante, attraverso falsi idoli, tramite la materialità: in passato, ci sono cascato”. 

Degli ultimi due pontefici, l’ecclesiastico ha sottolineato la continuità del messaggio inclusivo, sebbene nell’innegabile differenza delle modalità e dello stile: “Per me – ha dichiarato – sono dei fratelli maggiori. Tra qualche anno, desidero tornare ad essere un semplice ‘don’. Non vi nascondo che, in gioventù, un amico mi mise in testa uno zucchetto e mi affibbiò un improbabile nome goliardico, da utilizzare una volta eletto dal conclave. Ve lo confido: che resti un segreto (non lo trascriviamo, ma possiamo riferire la sonora risata generale, che ne è derivata, N. d. R.)”. 

Per Monsignor Napolioni, “I dubbi, le crisi non sono un peccato imperdonabile, bensì un ‘motore di ricerca’. I ripensamenti, sia individuali che collettivi, si verificano: siamo esseri umani, non macchine. Ciononostante, è opportuno attraversarli, risolverli, evitando il clamore mediatico, l’esibizionismo, la brama di visibilità, l’ostentazione, il narcisismo. È bene rimanere integrati nella comunità d’appartenenza, anche quando si comprende di aver sbagliato strada: un comportamento errato non ci deve indurre a disfarci delle persone. È chiaro che Dio non va arruolato in nessun conflitto. La visione cristiana è molto realistica: il male c’è e Dio non viene per sconfiggerlo definitivamente. Il fulcro del Vangelo è il crocifisso: Dio è sia nelle vittime che nei carnefici, il cui cuore è sfigurato dalla malvagità. Egli non obbliga a seguirlo, non s’impone con aut aut e non abbandona nemmeno chi l’ha rifiutato. Il Vescovo non è uno stregone, è il vero esorcista, colui che recita preghiere per vincere il demonio e scacciarlo. I casi di possessione diabolica non sono un’invenzione, ma sono rari. Di frequente, chi ne sembra colpito ha solamente bisogno di essere accolto”. 

Sull’aldilà, Monsignor Napolioni è stato sereno, pacato: “Ci attende Lui, il grande Tu dell’universo. I cattolici credono in Cristo, che è salvezza e risurrezione. Se però non ci sarà nulla, sarò ugualmente contento del calore che ho provato e che mi porto dentro”

In seguito, il Vescovo Antonio Napolioni e don Giovanni Tonani hanno partecipato, in compagnia della dirigente e delle segretarie, al rinfresco preparato per l’occasione dagli allievi del corso alberghiero.

Barbara Bozzi


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