11 ottobre 2026

CREMONESI COSÌ – Luciano Sassi, il restauratore che ha la Storia tra le mani. Da Leonardo da Vinci alla Sacra Sindone, una vita alla ricerca dell'uomo attraverso i secoli

Riparte la rubrica Cremonesi Così, nata per raccontare persone, percorsi di vita e storie che hanno un legame speciale con Cremona e il suo territorio. 

Questa volta vi racconteremo di un uomo le cui mani custodiscono il passato. Quelle di Luciano Sassi, restauratore di libri antichi, manoscritti e pergamene, hanno attraversato idealmente più di mille anni di storia, sfiorando documenti appartenuti a imperatori, artisti e protagonisti di epoche lontane. Eppure, per incontrare quest'uomo abituato a dialogare quotidianamente con i secoli, non occorre entrare in un grande museo o in una biblioteca monumentale. Basta raggiungere Isola Dovarese, piccolo borgo della provincia cremonese, dove si trova il suo laboratorio, un luogo nel quale la Storia, ogni giorno, torna a raccontare qualcosa di sé.

Ma è soltanto varcandone la soglia che si comprende quanto questa definizione sia riduttiva.

Entrare nello studio di Luciano Sassi significa immergersi in un universo difficile da descrivere, dove il tempo sembra aver smarrito i propri confini. Lo sguardo si posa sugli oggetti, indugia sui particolari, incontra testimonianze di epoche lontanissime. Ogni cosa sembra custodire un segreto, ogni documento suscita una domanda. E i perché si moltiplicano, alimentando una curiosità che non trova mai pieno appagamento.

Si avverte quasi la sensazione di trovarsi in un luogo attraversato dalle energie di altre vite, come se quelle carte, quegli oggetti e quelle antiche testimonianze conservassero ancora qualcosa di chi li ha posseduti, sfiorati, scritti o semplicemente utilizzati.

È un'impressione difficile da ignorare. Il tempo sembra non bastare mai, perché dietro ogni risposta si apre un'altra storia, dietro ogni particolare una nuova possibilità di conoscenza. Eppure, ciò che più colpisce non è soltanto l'eccezionalità dei documenti che hanno attraversato questo laboratorio, ma il modo in cui Luciano Sassi li osserva e li racconta; perché tra quelle antichità non si incontra soltanto la Storia. Si incontra soprattutto l'uomo: emozioni, gesti quotidiani, le fragilità, le paure, le ambizioni. Quei moti interiori che attraversano i secoli e che, nonostante il mutare delle epoche, continuano ad appartenerci.

È questo, forse, l'aspetto più affascinante della sua personalità: la capacità di andare oltre il valore storico di un documento per cercare la vita che vi è rimasta impressa.

Nato a Milano nel 1959, ma profondamente legato a Isola Dovarese, paese d'origine della famiglia, Luciano Sassi ha costruito un percorso professionale che lo ha portato a collaborare con alcune delle più importanti istituzioni culturali italiane ed europee.

Diplomato in chimica industriale, ha affiancato alla formazione scientifica lo studio delle tecniche di restauro e conservazione del patrimonio documentario, avvicinandosi inizialmente al mondo monastico delle benedettine di Viboldone e della Certosa di Pavia, per poi perfezionare la propria preparazione presso istituti nazionali specializzati.

Una passione nata quasi per caso, dal ritrovamento di due antiche mappe nella soffitta della nonna, e diventata una professione che esercita dal 1980.

Da allora, attraverso il suo laboratorio, sono passate testimonianze legate ad alcuni dei più grandi protagonisti della storia europea: Leonardo da Vinci, Andrea Mantegna, Raffaello, Matilde di Canossa, Federico Barbarossa, Napoleone Bonaparte.

Nomi che evocano immediatamente pagine di storia, opere d'arte, conquiste, battaglie e vicende politiche. Ma che, attraverso lo sguardo di Sassi, acquistano una dimensione diversa, più vicina, sorprendentemente umana.

Il suo lavoro, infatti, non si esaurisce nel recupero materiale di un documento danneggiato dal trascorrere dei secoli. È un'attività che richiede conoscenze scientifiche, sensibilità storica, capacità di osservazione e una pazienza non comune.

Nel 2011 il suo nome raggiunse l'attenzione nazionale per il lavoro di studio e valorizzazione di una rarissima firma autografa di Leonardo da Vinci, presente in un documento notarile del 25 aprile 1483, conservato presso l'Archivio di Stato di Milano e relativo alla commissione della Vergine delle Rocce. Un documento già noto agli studiosi, ma la cui sottoscrizione acquistò nuova rilevanza grazie alle indagini e agli approfondimenti condotti anche con il contributo di altri specialisti. 

Già nel 2009 il giornalista Stefano Lorenzetto gli aveva dedicato un'ampia intervista sulle pagine de Il Giornale, raccontando la singolarità di un restauratore capace di leggere nei documenti anche ciò che spesso sfugge a uno sguardo meno attento.

Ma tra le esperienze più particolari del suo percorso di ricerca spicca anche l'incontro con uno degli oggetti più studiati e controversi della storia: la Sacra Sindone.

Era il 1998 quando, trovandosi a Torino per motivi professionali, Sassi decise di recarsi nel Duomo, dove era in corso l'ostensione del celebre telo. Come avrebbe raccontato molti anni dopo, ebbe la possibilità di osservarlo attraverso il vetro protettivo, rimanendone profondamente impressionato.

Da quell'esperienza nacque un lungo percorso di studio, durato ventiquattro anni, che lo portò a interrogarsi sui processi chimico-fisici responsabili della formazione dell'immagine.

Nel settembre 2022, in un'intervista pubblicata dal settimanale Oggi, Sassi illustrò la propria ipotesi, collegando l'immagine impressa sul lino a fenomeni naturali di ossidazione di sostanze organiche, analoghi ad alcuni processi osservati durante il restauro di antichi materiali cartacei.

Una teoria personale, da distinguere da una conclusione scientifica definitivamente dimostrata, ma che testimonia la sua inesauribile curiosità e la tendenza a cercare risposte attraverso l'osservazione e la conoscenza dei materiali. 

La sua attività comprende inoltre un importante impegno nella prevenzione e nella salvaguardia del patrimonio archivistico e bibliografico. Nel 2016, insieme a Paola Mussini, ha curato un piano per la sicurezza di archivi e biblioteche, contribuendo allo sviluppo di strumenti per la prevenzione dei rischi e la gestione delle emergenze. Ha svolto attività di formazione e fa parte del consiglio direttivo dell'Associazione Italiana dei Conservatori e Restauratori degli Archivi e delle Biblioteche. 

C'è anche un aspetto più intimo e curioso della sua personalità: la passione per il recupero dei vecchi giocattoli.

Cavalli a dondolo, trenini, bambole e piccoli oggetti dimenticati, ai quali restituisce una seconda vita. Una passione già raccontata da CremonaSera, apparentemente distante dai grandi documenti della Storia, ma che nasce dalla medesima sensibilità.

Perché anche un giocattolo conserva il ricordo di qualcuno: un'infanzia, un sorriso, un mondo che non esiste più. 

Il legame con il territorio emerge anche dalla sua più recente attività di ricerca. Insieme all'archeologa Alice Lucchini, Sassi ha firmato il volume Navigare fra Oglio e Po nel basso e alto medioevo, presentato alla Biblioteca Statale di Cremona il 29 settembre 2026.

Uno studio nato dall'interesse per le antiche imbarcazioni monossili rinvenute nell'Oglio, che attraverso l'analisi delle fonti documentarie e dei ritrovamenti archeologici ricostruisce la navigazione fluviale, gli approdi e la formazione degli insediamenti lungo i nostri fiumi.

Una ricerca che riporta idealmente il restauratore alle proprie radici, mostrando quanto la storia di un territorio possa ancora riservare scoperte sorprendenti. 

Ed è proprio il rapporto con Isola Dovarese a rivelare un altro tratto significativo della sua personalità. Dopo gli anni trascorsi a Milano e il periodo di formazione in diverse città italiane, Sassi ha scelto di ritornare nel paese della famiglia, privilegiando una dimensione di vita nella quale i rapporti umani conservano un valore particolare.

Una scelta consapevole, lontana dalla ricerca di visibilità, che sembra riflettere la stessa attenzione con cui si avvicina ai documenti: guardare oltre le apparenze, riconoscere ciò che conta davvero e non lasciarsi distrarre dalla grandezza dei nomi o dalla spettacolarità degli eventi.

Ascoltarlo è un'esperienza che va ben oltre l'intervista. Luciano Sassi possiede una conoscenza vastissima e una straordinaria capacità di collegare epoche, personaggi e avvenimenti. Ogni risposta apre nuove prospettive, ogni racconto suggerisce un'altra domanda.

Mentre il tempo scorre, quasi senza che me ne accorga, comprendo che la vera ricchezza di questo incontro non consiste soltanto nell'aver conosciuto un professionista di grande esperienza, ma nell'essere entrata, anche solo per qualche ora, nel suo particolare modo di interpretare la Storia.

Una Storia che non vive esclusivamente nei grandi avvenimenti, nelle guerre, nelle conquiste o nelle opere immortali, ma che continua a esistere nei gesti più semplici e nelle testimonianze apparentemente insignificanti. Una Storia fatta di persone.

Ed è forse questa la riflessione più intensa che porto con me lasciando il suo laboratorio: dietro ogni documento che sopravvive al tempo c'è qualcuno che ha vissuto, amato, sofferto, sperato. Qualcuno che, senza saperlo, ha lasciato una traccia della propria esistenza.

Luciano Sassi ha scelto di dedicare la vita a custodire quelle tracce.

E oggi, in un mondo che corre sempre più velocemente e affida gran parte della propria memoria alla tecnologia, il suo lavoro assume un significato che va oltre la conservazione del passato.

Ci ricorda che la memoria non è soltanto ciò che abbiamo ereditato, ma anche ciò che abbiamo la responsabilità di consegnare a chi verrà dopo di noi.

Perché, in fondo, custodire la Storia significa continuare a cercare l'uomo e, forse, anche ritrovare qualcosa di noi stessi.

Attraverso le sue parole, come dietro ogni documento antico si nasconde una storia profondamente umana. È proprio da qui che prende vita il nostro dialogo. (Nel video qui sotto l’intervista completa)

Nella sua vita ha avuto tra le mani documenti straordinari, ma tutto è cominciato con due vecchie mappe ritrovate in famiglia. Come è nata, da quell’episodio, una passione destinata a diventare il lavoro della sua vita?

I fatti della vita nascono spesso dal caso: si inciampa in qualcosa e si decide di fermarsi a osservare. Nella soffitta di mia nonna trovai due antiche mappe appartenute a una famiglia nobile ormai estinta. Mi fecero capire che la Storia studiata sui libri era reale, non una fiaba.

Anche la mia famiglia aveva attraversato le vicende importanti: mio padre visse la Seconda guerra mondiale, mio nonno morì per le conseguenze della Prima e un nostro antenato vide i soldati francesi ritirarsi da Solferino. Da allora ho imparato a cercare nei documenti non soltanto i fatti, ma le vite delle persone. È questo che ancora oggi mi emoziona.

Leonardo da Vinci, Andrea Mantegna, Matilde di Canossa: lei ha lavorato su testimonianze legate a personaggi che hanno fatto la Storia. Qual è il documento che più l’ha emozionata e che ancora oggi ricorda con particolare intensità?

Ho incontrato testimonianze di Leonardo, Raffaello, Mantegna, Napoleone, Federico Barbarossa e Matilde di Canossa. Ma ciò che mi interessa davvero non è la loro grandezza: è la quotidianità che emerge dalle carte. Penso a Leonardo che interrompe il lavoro per non lasciar raffreddare la minestra, oppure alla firma tremante di Matilde di Canossa, quasi sessantanovenne: un dettaglio che mi ha fatto ipotizzare, senza certezze, un possibile principio di Parkinson.

Mi ha emozionato altrettanto l’elenco dei beni di una contadina del 1435: per sposarsi portava con sé una casseruola e una grattarola per il formaggio. Piccole cose, ma capaci di raccontare una vita.

E penso a Matilde come figlia, accanto alla madre Beatrice di Lorena, o a Lucrezia Borgia, la cui intelligenza è stata spesso oscurata da rappresentazioni sensazionalistiche. Dietro i personaggi celebri cerco sempre l’essere umano.

Ogni documento antico sembra nascondere molto più di ciò che è scritto. Qual è stata la scoperta più sorprendente che ha fatto durante un restauro? Qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato di trovare?

Se mettiamo da parte la firma di Leonardo da Vinci, una delle emozioni più intense è stata scoprire le impronte delle dita sui sigilli di cera di pergamene dell’XI e XII secolo, legate agli imperatori germanici in Italia. Quell’impronta è quasi una fotografia: immagino chi modellava la cera davanti all’imperatore e, lasciando il proprio segno, poteva dire: «Io l’ho fatto».

Il tocco aveva anche un valore di autorità, come mostrano i documenti attribuiti a Carlo Magno e le antiche credenze sui re taumaturghi. Lo stesso intreccio fra religione e potere emerge nell’episodio di Enrico IV a Canossa: ottenere la revoca della scomunica significava anche recuperare legittimità politica.

Oggi cerchiamo sempre qualcosa di «super» o «mega». A me basta una traccia minuscola, un’impronta sulla cera o il monogramma tremante di Matilde, per ritrovare la dimensione umana della Storia.

Restiamo nel nostro territorio. È appena uscito il suo lavoro “Navigare tra Oglio e Po, fra alto e basso Medioevo”. Ce ne vuole parlare?

Tutto cominciò nel 1978, quando avevo diciannove anni e assistetti al recupero, nell’Oglio, di una piroga monossile: un’imbarcazione ricavata da un unico tronco. Sembrava preistorica, ma risultò di epoca longobarda. Nella zona di Isola Dovarese chiamata un tempo Porto, oggi la Colonia, sono emerse altre piroghe, anche durante le secche del 2022-2023. Una è lunga 11 metri e 20 centimetri.

Con l’archeologa fluviale Alice Lucchini, seguendo gli scavi e confrontandoci con la Soprintendenza, ci siamo chiesti che cosa raccontassero questi ritrovamenti sulla navigazione antica. Ho cercato risposte nelle pergamene: il «Medioevo oscuro» non esiste, è un Medioevo che parla, se sappiamo ascoltarlo.

Abbiamo così ricostruito la rete dei porti sull’Oglio e sul Po, dall’età longobarda al XII secolo. Studiare gli approdi significa scoprire anche la nascita dei paesi, gli spostamenti della popolazione, come quelli da Calvatone verso il Vho di Piadena, e l’incontro fra culture diverse: Longobardi, Avari, Bulgari e altre comunità. Anche le vicende dei Sarmati e la tradizione legata al nome di Gambara raccontano queste migrazioni. Le nostre radici sono il risultato di tanti incontri, e i fiumi ne sono stati protagonisti.

La sua professione l’ha portata a collaborare con importanti istituzioni culturali italiane ed europee. Eppure, il cuore della sua attività è rimasto a Isola Dovarese. Che cosa rappresenta per lei questo paese e quanto hanno contato le sue radici nella scelta di vivere e lavorare qui?

Sono nato a Milano, come dico spesso, «per sbaglio», a causa delle migrazioni interne. Ci ho vissuto fino a diciannove anni, poi il servizio militare e gli studi a Roma mi hanno portato in giro per l’Italia. Ma Milano, nonostante il boom economico, mi appariva spersonalizzante.

A Isola Dovarese ho ritrovato il senso dei rapporti umani che avevo conosciuto nei monasteri di Viboldone e della Certosa di Pavia. Qui tutti si conoscevano: ricordo cartoline che arrivavano anche se al posto del cognome c’era soltanto il soprannome!

Ho scelto consapevolmente di aprire qui il laboratorio. I compaesani non sapevano bene che cosa facessi e non sentivo il bisogno di esibirlo. Nei piccoli paesi si conserva una dimensione umana che nelle città è più difficile trovare.

Lei ha dedicato la vita a salvare testimonianze di uomini vissuti anche mille anni fa. Oggi affidiamo quasi tutto alla tecnologia e al digitale. Secondo lei, tra cinquecento anni, che cosa resterà della nostra epoca?

Niente. O meglio, temo che resteranno soltanto tracce episodiche: perderemo molto della nostra vita quotidiana. Oggi posso leggere lettere e cartoline di contadini del Novecento che, pur parlando dialetto, scrivevano in italiano, magari facendosi aiutare da chi sapeva farlo. Raccontavano nascite, malattie, una capra morta o due mucche comprate. È così che conosciamo le loro vite.

Con cellulari e web rischiamo di perdere quella che chiamo «l’educazione della mano», l’abitudine a lasciare pensieri su carta. Alcuni ragazzi venuti qui per una tesi, rimasti senza computer, mi dissero dopo aver preso appunti: «Non ho mai scritto così tanto in vita mia».

Anche una firma rivela il carattere: Napoleone passò dal firmarsi «generale Bonaparte» a scrivere il proprio nome in verticale. Senza quelle tracce materiali conosceremmo comunque i grandi personaggi, ma ci sfuggirebbe ciò che li rende umani.

Nel video l’intervista completa a Luciano Sassi all’interno del suo studio di Isola Dovarese

Beatrice Ponzoni


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti


Chemist

11 ottobre 2026 10:30

Molto interessante ed emozionante, complimenti

Wanna Zambelli

12 ottobre 2026 16:18

Grande professionista Luciano Sassi, esperto totalmente innamorato del proprio lavoro! Un esempio luminoso per gli studiosi e gli artigiani del saper fare. Un'intervista intensa, preziosa, nello stile al quale Beatrice Ponzoni ci ha ormai abituato.