25 ottobre 2026

Cremonesi Così - Emanuele Giordana, dentro i conflitti con gli occhi del cronista: tra i libri e il giardino della sua casa nella campagna a Ca' delle Mosche, un incontro sul giornalismo

Cremonesi Così è il viaggio di CremonaSera tra le persone che, per nascita o per scelta, hanno intrecciato la propria vita con il nostro territorio, portandone i legami anche lontano. Questa volta ho incontrato Emanuele Giordana giornalista, scrittore, saggista.

Per avvicinarsi a Emanuele Giordana c’è un verbo sul quale vale la pena soffermarsi: restare. Nel suo lavoro significa dedicare a un Paese il tempo necessario per conoscerlo, tornare, seguire ciò che accade alle persone mentre la storia cambia il corso delle loro vite. In un’intervista del 2022 a SettimanaNews spiegava quanto fosse importante «seguire l’intero corso della guerra nel lungo periodo, in vista della pace». È un pensiero che aiuta a comprendere il suo modo di essere giornalista: un avvenimento acquista significato dentro una storia, e quella storia richiede presenza, studio, relazioni. 

Giornalista e scrittore, nato a Milano nel 1953 e legato a Crema, alla campagna al confine tra Cremona e Crema, Giordana ha dedicato gran parte del proprio percorso all’Asia. È stato docente di cultura indonesiana all’IsMEO, ha cofondato Lettera22 e per dieci anni è stato una delle voci di Radio3Mondo. Oggi dirige il portale Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, insegna giornalismo e presiede Afgana, affiancando al racconto l’attenzione per la società civile afghana. 

I suoi libri, da Diario da Kabul ad Asia criminale, scritto con Massimo Morello, fino a Su due lati del confine, con Giuliano Battiston, seguono le vicende di territori e popoli che spesso raggiungono le nostre cronache soltanto nei momenti più drammatici. Il suo lavoro continua a cercarne le ragioni, le trasformazioni, le possibilità di futuro. 

Con questi pensieri arrivo nella campagna di Madignano. Attraverso un lungo viale alberato e sento crescere l’emozione dell’incontro. Ho preparato le domande, ripercorso le tappe della sua vita professionale ma, ora, mi domando quale sarà il primo racconto, da dove cominceremo. Mi piace questo momento, quando ciò che sappiamo di una persona sta per incontrare ciò che sarà lei a consegnarci.

Giordana mi attende sulla soglia di un imponente portone antico in legno. Da padrone di casa mi accompagna attraverso un suggestivo porticato: le antiche colonne si affacciano su un giardino rigoglioso. Il mio sguardo si ferma su un tavolino in vimini, sui magnifici pomodori appena colti che si scaldano al sole. È un’immagine che trattengo, ancora prima di sapere quanto il rapporto con la terra entrerà nella nostra conversazione.

Ci spostiamo in una sala da pranzo che sembra custodire antiche storie. I libri ne sono protagonisti. Mi viene spontaneo soffermarmi sulla loro presenza, pensare allo studio che precede un viaggio e a quello che continua dopo il ritorno, quando ciò che si è visto chiede di essere compreso più a fondo.

Ho con me una scaletta, ma lascio che l’incontro trovi il proprio passo. Amo cogliere ciò che l’attimo propone. E qui, tra i libri e il giardino appena attraversato, desidero conoscere anche l’uomo che torna a casa dopo aver raccontato la vita degli altri.

L’espressione inviato di guerra gli sta stretta. Preferisce definirsi cronista. Una scelta che diventa chiara quando racconta ciò che cerca nei luoghi dei conflitti: come vive la gente, come va al mercato, come accompagna i figli a scuola, che cosa accade quando il rumore di un aereo fa temere l’arrivo delle bombe.

«Io ho scelto di raccontare i conflitti dalla parte delle vittime e credo che i miei lettori debbano saperlo».

Le sue parole riportano la guerra nella quotidianità di chi la subisce. Dentro gesti che riconosciamo, necessità che ci appartengono, affetti ai quali sappiamo dare un nome. È lì che il racconto può avvicinarci a una realtà lontana senza pretendere di averla esaurita. Poi, poco alla volta, emerge la parola che accompagnerà il nostro dialogo: umiltà. Il giornalismo, i conflitti, la pace e il rapporto tra uomo e natura, da qui ha inizio la nostra chiacchierata. (Nel video qui sotto l’intervista completa)

Il suo lavoro l'ha portata a raccontare conflitti, trasformazioni sociali e realtà che spesso trovano poco spazio nell'informazione internazionale.

Vorrei partire proprio dalla sua lunga esperienza professionale. Ha visitato e raccontato luoghi che molti di noi conoscono soltanto attraverso le notizie di guerra.

C'è una persona che ha incontrato in Afghanistan e che l'ha aiutata a comprendere qualcosa che le analisi politiche, da sole, non sarebbero riuscite a spiegare?

Credo che per comprendere davvero un conflitto siano necessari lo studio e la presenza sul territorio, ma soprattutto il dialogo con le persone che lo vivono e lo subiscono.

In Afghanistan ne ho incontrate molte, ma c'è una persona che porto particolarmente nel cuore e che ha anche un legame importante con Crema.

Si chiama Giojenda, è un ex parlamentare afghano, una figura molto attiva nella società civile del suo Paese, che per certi aspetti potremmo paragonare a Gino Strada.

Costretto a fuggire dall'Afghanistan con la famiglia, è stato accolto per molto tempo a Crema, prima di trasferirsi in Canada.

Attraverso i suoi racconti, anche personali, ho compreso aspetti della realtà afghana che da solo probabilmente non avrei mai colto.

Ha sottolineato quanto sia importante ascoltare le persone e conoscere direttamente le realtà di cui si parla.

Secondo lei, che cosa manca alla nostra società per comprendere davvero ciò che accade nel mondo, soprattutto in Paesi e culture lontani dalla nostra esperienza quotidiana?

Credo che manchi soprattutto l'umiltà di riconoscere che l'Europa non è il centro del mondo. Quando frequentavo l'università e cercavo di approfondire lo studio dell'Asia, molti professori conoscevano la Cina e il Giappone, ma tutto il resto rimaneva sostanzialmente sconosciuto. Negli ultimi dieci o quindici anni le cose sono migliorate, ma nel mondo dell'informazione continuiamo spesso a identificare l'Asia quasi esclusivamente con la Cina e l'India.

In realtà è un continente molto più vasto e complesso, ricco di culture e situazioni differenti. Dovremmo imparare ad allargare il nostro sguardo.

Vorrei soffermarmi proprio su questo aspetto.

Le è mai capitato di partire per un reportage pensando di aver già compreso una determinata situazione e di cambiare idea dopo aver incontrato le persone che vivevano quella realtà? Se sì, che cosa le ha insegnato quell'esperienza?

L'Afghanistan è stato proprio un esempio di questo.

Sono partito convinto che la presenza militare occidentale fosse sbagliata e ho continuato a pensarlo. Una volta sul posto, però, mi sono accorto che molte persone si sentivano protette proprio da quella presenza militare.

Era una realtà che contrastava con le mie convinzioni ideologiche, ma come giornalista avevo il dovere di raccontarla. Quell'esperienza mi ha insegnato che partiamo sempre con dei preconcetti, ideologici o culturali, che il confronto diretto con la realtà può modificare. Naturalmente bisogna essere disposti ad aprire gli occhi e a mettere in discussione le proprie certezze.

E serve tempo: se rimani in un luogo soltanto tre giorni o una settimana, difficilmente riesci ad andare oltre l'immagine superficiale che avevi prima di partire.

Ha utilizzato una parola che mi ha colpita particolarmente: umiltà.

Quanto è importante l'umiltà nel giornalismo e che cosa dovrebbe fare un cronista per riuscire a raccontare i fatti con correttezza, senza lasciarsi condizionare troppo dalle proprie opinioni?

Credo che la prima cosa sia essere chiari con i propri lettori, spiegando da quale punto di vista si osserva la realtà. La neutralità assoluta non esiste. Ognuno di noi guarda ciò che accade attraverso le proprie convinzioni.

Io ho scelto di raccontare i conflitti dalla parte delle vittime e credo che i miei lettori debbano saperlo. Non mi interessa tanto descrivere le caratteristiche delle armi o dei mezzi militari, quanto raccontare come una guerra viene vissuta dalle persone che la subiscono. Voglio capire come vive la gente, come va al mercato, come accompagna i figli a scuola, come affronta la paura quando sente arrivare gli aerei e teme che possano cadere delle bombe.

Questo è il mio modo di fare reportage: raccontare la quotidianità delle persone anche in mezzo alla guerra.

Parlando di Afghanistan, vorrei affrontare una realtà sulla quale si continua a discutere molto. Qual è oggi la condizione delle donne afghane?

La condizione delle donne in Afghanistan è pessima. Si è arrivati a parlare di un vero e proprio apartheid di genere. Vorrei però ricordare che anche durante gli anni della presenza occidentale la situazione non era esattamente quella che spesso veniva raccontata. Noi giornalisti, me compreso, abbiamo conosciuto soprattutto l'Afghanistan delle città, in particolare Kabul, dove la condizione femminile aveva fatto importanti passi avanti. Nelle campagne, invece, la realtà era molto diversa.

Ricordo un articolo di un giornalista indiano che raccontava la vita di una donna in un villaggio afghano. Per quella donna, negli anni, non era cambiato praticamente nulla: erano cambiati soltanto i soldati che attraversavano il villaggio, ma lei continuava a essere una vittima. Oggi la situazione è particolarmente grave, ma credo sia importante ricordare che anche noi occidentali abbiamo delle responsabilità.

Nelle nostre società stiamo assistendo a trasformazioni importanti.

Penso a Milano, Torino, Bologna, ma anche ad altri Paesi europei, dove assistiamo a manifestazioni, proteste e nuove forme di mobilitazione, spesso guidate dai giovani. Con la sua esperienza e il suo sguardo internazionale, come interpreta questi fenomeni? Che cosa ci stanno dicendo le nuove generazioni?

Credo che stiamo assistendo a un fenomeno diffuso in molte parti del mondo, caratterizzato da un grande attivismo dei giovani, soprattutto tra i quindici e i venticinque anni. Naturalmente non possiamo paragonare ciò che accade in Bangladesh o in Indonesia con le proteste di Milano, della Spagna o del Belgio. Sono situazioni diverse, ma accomunate dal protagonismo di giovani scontenti che sentono il bisogno di intervenire.

Quando ero giovane avevamo partiti e ideologie di riferimento, giusti o sbagliati che fossero. Oggi molti ragazzi non hanno più questi punti di riferimento e spesso esprimono la loro rabbia senza sapere come trasformarla in un progetto concreto.

In alcuni casi questa rabbia sfocia nella violenza, mentre altri movimenti, come Fridays for Future, hanno obiettivi più chiari. Questo attivismo, però, non mi preoccupa. Al contrario, mi fa piacere.

I grandi cambiamenti sociali sono spesso nati proprio da generazioni che non si riconoscevano nel presente e cercavano un futuro diverso.

Pensare di risolvere questo malessere semplicemente mettendo dei ragazzi in galera significa avere una visione molto miope del futuro.

Il suo lavoro intreccia da sempre il giornalismo con un forte impegno personale per la pace e per i diritti delle persone. Le è mai capitato, proprio a causa di questo impegno, di dover raccontare una verità scomoda, magari contraria a una causa nella quale credeva? Come ha affrontato quella situazione?

Cerco sempre di distinguere le mie convinzioni personali dal racconto dei fatti.

Sono un pacifista, sono di sinistra e vorrei un mondo meno disuguale. Non ho difficoltà a dichiararlo, ma queste posizioni non devono compromettere la correttezza del mio lavoro. Sono disposto a mettere in discussione ciò che penso, perché se permettessi al mio attivismo di condizionare il giornalismo rischierei di mistificare la realtà. Il lettore deve sapere che non sono neutrale, ma cerco di essere imparziale.

Se in un episodio ci sono stati tre morti, devo scrivere che sono tre, non trenta e nemmeno uno. E se il responsabile è qualcuno verso il quale nutrivo delle simpatie, questo non cambia i fatti. Il compito del giornalista è raccontare la realtà anche quando mette in discussione le sue convinzioni.

Vorrei affrontare con lei un altro tema particolarmente attuale: quello delle fake news e della diffusione incontrollata delle informazioni. Qual è, secondo lei, il ruolo dell'informazione in situazioni come queste? E come possiamo distinguere le notizie attendibili da quelle che rischiano soltanto di alimentare preoccupazione e confusione?

Oggi viviamo immersi in un flusso enorme di informazioni, molto più ampio rispetto al passato. Ed è una grande ricchezza. Possiamo leggere giornali di tutto il mondo e accedere a una quantità straordinaria di notizie attraverso Internet.

Naturalmente, insieme alle informazioni corrette, circolano anche notizie false o imprecise. È proprio qui che dovrebbe intervenire il giornalismo.

Noi giornalisti abbiamo il compito, e direi il dovere etico, di separare il grano dall’olio, distinguendo ciò che è attendibile da ciò che non lo è.

Dovremmo essere un punto di riferimento per chi non ha il tempo di verificare ogni singola notizia.  Rimane uno degli aspetti fondamentali del nostro mestiere.

Oggi fare informazione significa anche saper interpretare correttamente comunicazioni, segnalazioni e situazioni di allerta. Penso ancora a quanto accaduto a Cremona negli ultimi giorni e alle comunicazioni diffuse dalle autorità, che possono generare preoccupazione tra i cittadini.

Come dovrebbe comportarsi un giornalista davanti a un'allerta?

Credo che si debbano distinguere la responsabilità individuale del giornalista e le condizioni nelle quali oggi funziona il sistema dell'informazione.

Il nostro mestiere richiede tempo, studio e attenzione. Ma se un giornale paga un collaboratore quindici euro per un articolo, quanto tempo potrà dedicare alla verifica di una notizia? Diventa facile affidarsi all'intelligenza artificiale per produrre rapidamente un testo, senza approfondire.

Ma questo non è giornalismo. È come copiare il compito dal compagno di banco: se lui sbaglia, ripeti gli stessi errori. Faccio un esempio. Quando viene diramata un'allerta meteorologica, non basta leggerla. Bisogna conoscere il territorio per capire quali rischi comporta e come affrontarli. Lo stesso vale per il giornalista: non deve limitarsi a riportare un'allerta, ma studiare la situazione e fornire gli strumenti per comprenderla. Un'allerta, da sola, non basta. Un giornalista deve studiare.

Vorrei spostare la nostra conversazione su un aspetto più personale. So che è un appassionato coltivatore e che ama molto la campagna nella quale vive, nel territorio cremasco, vicino al confine con quello cremonese.

Dopo tanti viaggi, reportage e incontri con realtà spesso difficili, ha scelto di mantenere un rapporto molto stretto con la natura. Che cosa rappresenta per lei tornare a casa, nella sua campagna? E che cosa le dà il lavoro nell'orto?

Ho la fortuna di vivere in campagna e coltivo il mio orto per diverse ragioni.

La prima è pratica: non mi fido molto delle verdure che arrivano da Paesi lontani, perché spesso non so come siano state coltivate. È quindi una scelta legata alla salute e anche a motivi economici. Ma c'è una ragione più profonda, che riguarda il rapporto con la natura. Vivere in campagna ti permette di riscoprire i ritmi delle stagioni e di rispettarli. Questo si concilia anche con il mio lavoro, perché posso trascorrere diversi mesi all'anno lontano da casa.

Quando arriva dicembre, è come se la natura mi dicesse: «Adesso lasciami in pace, non potarmi, non disturbarmi, vattene».

Poi, quando ritorno, assisto a quella straordinaria esplosione di vita che accompagna il risveglio della natura. Se hai voglia di ascoltarla e impari a riconoscere i suoi segnali, sa regalarti grandi soddisfazioni. E, naturalmente, anche degli ottimi pomodori!

Se potesse accompagnare le persone che ci seguono in un luogo del Cremonese, magari poco conosciuto, per lasciare loro un messaggio, quale sceglierebbe e perché?

Il nostro territorio offre moltissimi luoghi interessanti. A Cremona, a Crema e nei paesi del circondario ci sono bellezze architettoniche straordinarie e ville storiche. Avrei davvero l'imbarazzo della scelta. Ma credo che accompagnerei le persone in un piccolo parco naturale vicino a dove abito.

È un luogo semplice, con un fiume, degli alberi, una chiesetta e sentieri dove si può camminare. In alcuni periodi viene limitato anche il passaggio delle automobili.

È uno di quei piccoli spazi che cercano di conservare ciò che il nostro territorio era un tempo e che oggi rischiamo di perdere.

Ho la sensazione che si sia progressivamente perso il rispetto per i campi, per gli alberi e per la natura. Non lo dico per nostalgia. È evidente che oggi i contadini non possono vivere come cinquant'anni fa. Ma credo che si sia rotto un patto tra l'uomo e la natura, e temo che questa rottura ci costerà molto cara.

In quel piccolo parco ci sono ancora animali, piante spontanee e crescono i luertìs, i germogli del luppolo selvatico con cui si preparano ottime frittate. Sono cose semplici, ma rappresentano un patrimonio prezioso.

Il messaggio che vorrei lasciare è proprio questo: questi luoghi sono ancora i nostri tesori. Dobbiamo difenderli e, dove possibile, ampliarli.

Tra i libri di questa stanza e il giardino, tra l’Afghanistan e Madignano, il nostro incontro ha seguito le strade di un mestiere e di una persona. Porto con me la lucidità con cui Giordana parla delle proprie idee e la serietà con cui accetta che i fatti possano contraddirle. Ripenso al suo restare: il tempo dedicato a conoscere, l’attenzione che continua, la disponibilità a imparare. Forse è anche questo che rende preziosa la parola cronista con cui ama presentarsi. Dopo tanti viaggi e tanti conflitti, lascia ancora aperta la possibilità che qualcuno abbia qualcosa da insegnargli.

(Nel video l’intervista completa a Emanuele Giordana)

 

 

Beatrice Ponzoni


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti