3 aprile 2026

In cammino con la Sacra Spina: «In ogni ferita riconosciamo la carne di Cristo, occasione d’amore» Il vescovo Napolioni ha guidato la tradizionale processione con la reliquia della Santa Croce

«Davanti alla reliquia della Sacra Spina la nostra città si ferma, con la speranza che anche tutte le altre città del mondo, che sono in guerra, riscoprano il valore dell’incontro con l’altro». È con questo augurio di pace del vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, che si è aperta la tradizionale processione con la reliquia della Sacra Spina che, nel silenzio del Venerdì Santo, continua ad accogliere i fedeli nella Cattedrale di Cremona.  Un segno antico e prezioso, donato nel 1591 da Papa Gregorio XIV – già vescovo della città – al Capitolo della Cattedrale, che ogni anno viene esposto alla venerazione e portato in processione nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della passione e morte del Signore.

Davanti ad essa, dopo l’Azione Liturgica del pomeriggio, ha preso avvio anche nel 2026 la tradizionale Via Crucis, le cui meditazioni, quest’anno, sono state riprese dal monastero cistercense di N. S. di Valserena. Un momento intenso e partecipato, che ha visto riunirsi numerosi fedeli insieme ai sacerdoti delle parrocchie, al Capitolo della Cattedrale e al vescovo, per attraversare le vie del centro storico in preghiera.

Alle ore 21 il via dalla Cattedrale, alla presenza delle autorità cittadine. Il corteo si è snodato lungo il consueto percorso: da piazza del Comune in largo Boccaccino, quindi via Mercatello, corso Mazzini, piazza Roma (lato sud), corso Cavour, via Verdi, piazza Stradivari, via Baldesio, per fare infine ritorno in piazza del Comune. La conclusione si è svolta in Cattedrale, con l’omelia del Vescovo e la benedizione impartita con la reliquia.

Lungo il cammino, accompagnato dalle meditazioni delle stazioni della Via Crucis, si è rinnovata una partecipazione significativa di fedeli, segno di una devozione che continua a caratterizzare profondamente la vita ecclesiale cremonese. Insieme alla comunità cristiana, hanno preso parte alla processione anche i rappresentanti delle istituzioni civili e delle forze dell’ordine, a testimonianza del legame tra la città e le sue tradizioni religiose.

A chiudere il corteo, come da consuetudine, il sindaco con lo stendardo cittadino e le autorità, in un segno condiviso di partecipazione e unità nel segno della Sacra Spina. Una spina – ha detto Napolioni aprendo la sua riflessione al rientro in Cattedrale, con un riferimento alle tragedie del nostro tempo, tra cui in particolare quella di Cras Montana – «quest’anno pesa un po’ di più».

Nella sua omelia il vescovo ha sottolineato il ruolo delle spine della vita di ogni cristiano. «A volte pensiamo che sia importante togliere le spine che ci infastidiscono, ma l’esempio di Francesco, che ha contemplato e vissuto le stimmate ci ricorda l’importanza di lasciarle incarnire». Per il vescovo, il Santo di Assisi «ha compreso l’importanza di serbare nel cuore due sentimenti che sembrerebbero non poter stare insieme: felicità e tristezza, croce e gloria, sentimenti apparentemente incompatibili, Gesù ce li consegna strettamente uniti in queste ore di passione morte e risurrezione».

Nelle stimmate di San Francesco impariamo come possono insieme: «Lasciando che quella spina tenga spalancato il nostro cuore e lo faccia battere ogni giorno un po’ di più insieme a quello di Cristo, perché diventi pasquale: capace di stare su una croce e di stare in una gioia senza fine». Perché proprio «in questo stato di preoccupazione e totale incertezza in cui tutti noi possiamo specchiarci» i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi, le ferite della carne, mostrano come «tutta l’umanità di ciascuno di noi, ogni frammento, è carne del Signore, tempio di Dio e occasione d’amore».

E la preghiera del santo di Assisi che il vescovo lascia risuonare in tutta la sua forza poetica e spiritualità, dà nome a quella «novità di vita» che «dall’incontro di Gesù in ogni spina, in ogni chiodo, in ogni tormento riconosce quell’amore «da morire» di cui Dio ci crede capaci, quando ci indica di vivere «un cristianesimo così, folle d’amore, che non resta paralizzato nella paura ma ci renda capace di metterci in cammino gli uni verso gli altri, fare fraternità»
Ai giovani che cercano il senso della vita Francesco svela la sua scoperta: «Vivere e morire “per amore dell’amore”». Quello stesso amore che in questa notte ci guarda dall’alto della croce.(www.diocesidicremona.it)

 


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