25 luglio 2026

La storia della Madonnina comprata a Cremona per Giovannino Guareschi. Un racconto inedito

Tra la storia e le storie della che legano Cremona e l’Emilia ne spunta una, che richiama intimamente alle vicende, alle tradizioni e alla religiosità popolare (ma vera e autentica) delle nostre campagne. Una fatto nato e germogliato a Cremona, nel nome del grande scrittore, giornalista ed umorista Giovannino Guareschi, e finito in terra Parmense. Si tratta della Madonna di Guareschi, acquistata in piazza Duomo, a Cremona, per restare a vegliare sulla fertile campagna emiliana.  Ecco infatti un estratto, in anteprima, da un inedito in cantiere dell’autore verdiano Davide Demaldé (autore insieme a Maura Quattrini dei volumi “Lo sgabello di Verdi tra la gente del Castellazzo” e “Nelle terre di Giuseppe Verdi, viaggio tra i caseifici del maestro”), con i ricordi di una campagna guareschiana intrisa di storia, tra Soragna e Fidenza, proprio vicino al sito logistico al centro, attualmente, di un acceso dibattito, dove una Madonnina acquistata da Giovannino Guareschi a Cremona rimane ancora in preghiera. “C’era una volta”: è così che iniziano le storie più belle, quelle di quando eri bambino e tutto era grande, il tempo era lungo e le persone anziane avevano tante lontane vicende alle spalle trascorse nei molti anni passati. “È così – ricorda Davide Demaldè -  che iniziavano le favole della zia Maria, quando d’estate o il sabato sera, andavo a dormire nella sua stanza, quella speciale, con un paio di gradini prima della porta, con la finestra bassa sul pavimento di mattoni smaltati di rosso, il tendone di tessuto grosso colorato, la grande statua della Madonna sul comodino e gli alti mobili scuri sui quali in alto conservava oggetti misteriosi nelle scatole della Bucaneve, del Rabarbaro Zucca e del VOV. Sui letti ottocenteschi altissimi, da arrampicarsi, ereditati dalla sua mamma, quello con l’altera nera di metallo e quello di legno marrone, per farmi addormentare e prima di iniziare a sgranare il suo rosario, mi raccontava la “Scala ad Milan”, quella favola strana con quegli animali che per strada si incontravano, raccontavano le loro vicende e la loro sfortuna, ma «vieni con noi» esortava l’asino e tutti si incamminavano in cerca di miglior vita”. Ed ecco che c’era una volta una casa nella campagna con quello strano nome, il Gazzolo “che per arrivarci alla maestra Conti e ai miei compagni – ricorda Demaldè - spiegavo che c’era tanta strada e c’erano tanti tornanti… «Ma Davide, è impossibile che siano tornanti, i tornanti sono quelli delle montagne!» mi aveva corretto la maestra. Ma forse nel mio immaginario tornare a casa con la mamma in macchina o col pulmino giallo del Comune era come arrivare a un livello superiore, in un luogo protetto, che compariva là in fondo dopo tante curve. E proprio così doveva essere il Gazzolo, toponimo di origine Longobarda spiegò un giorno il prof. Corradi in prima liceo al D’Annunzio di Fidenza. Ed io ero rimasto a bocca aperta nell’apprendere che il termine significava “bosco recintato”: il mito della fanciullezza tornava e si potenziava, e ricominciavo a sognare. Poi negli anni la mente cresce e l’analisi razionale della storia porta ad avere più presente che quel bosco era recintato perché l’uomo lo aveva organizzato in luogo dove andare a far legna. Era una campagna padana la nostra – aggiunge Demaldè - con un bel caldo amico d’estate, quando si correva a piedi scalzi nel trifoglio senza stare attenti alle api sui fiori lungo la carraia, e nell’aia si costruivano rifugi con le cassette gialle per raccogliere i pomodori. E quando, anche nelle ore più calde, mentre i grandi riposavano e non volevano «sentar ‘na musca vulè», si prendeva la bicicletta e si andava lungo lo stradone, all’ombra dei gelsi, e poi lungo verdi vie con i pioppi sull’orizzonte, fino al ponte sull’autostrada a salutare le macchine e a raccogliere le more dai cespugli lungo la salita alberata e la discesa era una avventura che sapeva di vento, di fieno e di polvere di sassi. E quando ci si incamminava lungo la carraia del podere che terminava col secolare pioppo, il capo che dominava la fila dei minori, nell’ombra fresca, lungo il fosso di terra secca si scendeva per il piccolo sentiero fino a immergere i piedi nell’acqua corrente del Rovacchiotto (l’Arvaciòt), e tra l’erba cosparsa di qualche foglia si improvvisava un pic-nic. E c’era un bel freddo – continua Davide Demaldè - che portava tanta amica neve d’inverno, che la calèda dei trattori ci faceva i cavalloni per andarci a giocare sopra al pomeriggioe il nonno di buon mattino il sentiero che mi divertivo a seguire mentre altra neve lo rimbiancava di nuovo. E poteva capitare che di neve ne cadesse così tanta che si rimaneva bloccati per diversi giorni a casa da scuola. Poi tornava il sole, la neve brillava e i suoi riflessi arrivavano fino alle piccole finestre della grande soffitta (al sularòn). Nei giorni di festa dopo il pranzo nello stanzone con il camino e i grossi travi, salivo le lunghe scale e andavo in cerca di oggetti preziosi dimenticati e storie antiche, cassette di vecchi attrezzi mai più utilizzati, biciclette appese, macchinine a pedali, letti colonizzati dai gatti, tutto illuminato di luce chiara. Poi con gli scarponi e il giaccone si disegnavano impronte nella neve indurita per raggiungere le grandi stalattiti di ghiaccio dai tetti delle rimesse che staccavamo come ghiaccioli da succhiare. La casa – ricorda - era bianca con le ante verdi alle finestre, alta, con una scritta sulla facciata che sembrava importante, e misteriosa.  E ai lati del portone verde con le liste di legno a lisca di pesce c’erano due lune. Sì, per me erano come due lune, forse cadute dal cielo, quel cielo così limpido e buio che nelle notti d’inverno quando sfidavi il freddo e uscivi e guardavi in sù vedevi la Via Lattea.

Le lune, un po’ bucherellate come da antichi meteoriti, un giorno me lo aveva detto mio nonno che cos’erano: erano le palle di pietra che un tempo sovrastavano le colonne del cancello di ingresso dal Stradon ad Basàn. Su quelle palle mi sedevo da bambino quando nei pomeriggi d’estate la zia Maria e la nonna Cesira, su due sedie di legno, prendevano l’ombra cucendo o mondando i piselli. Quando da ragazzotto, con la bici o con il Ciao, andavo in paese per le commissioni, c’era il cartolaio Lunati che mi diceva sempre «Dàvid, sempr’ad cursa, dal stradòn ad Basàn!». Chi fosse esattamente questo Bassani lo appresi molto più tardi, sfogliando un libro di foto e vecchie cartoline. E così quella scritta nella lunetta sulla facciata della casa svelava il suo segreto: BG 1889 stava per Bassani Giacomo che costruì nel 1889. La casa del Podere Alè – spiega - era imponente e si faceva notare in lontananza da chi arrivava. Era la prima e la più antica dello Stradone dove poi Bassani, negli anni Venti, aveva fatto costruire altre cascine che in parte la famiglia aveva perso per confisca con le leggi razziali del 1938. Comune di Soragna e parrocchia di Castellina San Pietro, poi la strada si addentrava oltre due alberi che con la loro chioma da lontano sembravano sbarrare il cammino: oltre c’era il comune di Fidenza, la parrocchia di Chiusa Ferranda, e all’orizzonte le colline di Salso, con la sagoma del Castello di Tabiano e l’antenna sul Monte Canate come stelle polari. Poi lo stradone Bassani faceva una curva a gomito a destra, oppure potevi tagliar giù nel cortile dei Boselli e dopo un ponticello alberato sul Rovacchiotto arrivavi all’altro ingresso della antica proprietà, circondato dal giardino del podere di Lambri, con le amarene rosse di quando si partiva per il mare, oltre le colonne d’Ercole del mondo conosciuto da noi bambini, sulla strada per la città. Il nonno Faustino, con la nonna, il papà, lo zio e i prozii erano qui dal 1957. Pare – svela Demaldè - che Giovannino Guareschi, che aveva da poco comprato il podere da Alessandro Bassani, non avesse gradito che il mezzadro andasse in giro con il suo biroc a distribuire l’Unità. Poi preferiva dare il podere in affitto, e il nonno aveva accettato. Era la proprietà preferita di Guareschi, dipingeva quadretti con l’immagine della casa, l’aveva ristrutturata pensando al benessere dei suoi lavoratori, aveva fatto costruire una stalla all’avanguardia e il papà mi raccontava sempre di quando capitava nel cortile con la sua macchina nera permostrarla ai suoi amici. C’erano file di gelsi, i pioppi, un grande salice, gli alberi di prugne con la resina d’ambra sul tronco, un grande orto con il cancelletto e i filari con gli olmi e gli oppi che davano un ottimo vino che servivano al Ristorante Guareschi di Roncole dove poi la mamma e il papà hanno fatto il pranzo di nozze. E a custodire la casa, nella nicchia con il vetro sopra la porta morta, sotto la finestra della camera dei letti grandi della zia Maria, Giovannino ci voleva una Madonnina. Il figlio Albertino era andato a comprarla a Cremona, e sotto la statua c’è ancora l’etichetta: Enrico Maffezzoni – Libreria Vescovile – Cremona – Piazza del Duomo. Si dice che qualcuno faceva brutti scherzi a Giovannino e in qualche podere toglieva la statuetta e ci metteva una bottiglia di lambrusco. Ma la nostra Madonnina di Guareschi no, con le mani giunte e i fiori di seta attorno, giorno e notte guardava verso il cielo e verso i campi e la collina dove, tra gli alberi, lo stradone di Bassani scompariva all’orizzonte”. Possa, quella bella Madonnina arrivata da Cremona, continuare a vegliare sulle fertili terre di pianura e sulle menti laboriose di coloro che la custodiscono. Con un grande Grazie al dottor Davide Demaldè, insigne studioso verdiano, per il dono di questa storia nella storia che lega le terre di qua e di là dal Po.

Eremita del Po

 

Paolo Panni


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