Quelle due strane notti prima degli esami. Fatti ed olfatti della sorprendente e storica Maturità 1976 nel ricordo di uno studente di cinquant’anni fa. Quando rinviarono la prova d'Italiano
Ben pochi lo sanno. E ben pochi lo ricordano, come ho avuto modo di verificare tra i miei compagni di classe. Eppure cinquant’anni fa, esatti, quando era il nostro turno per il grande evento della Maturità, si verificò un avvenimento unico, che io sappia, nella storia della scuola italiana. Tutti i 358.583 candidati, tra i quali il sottoscritto, stavano per affrontare, loro malgrado, la temuta prova che all’epoca prendeva le mosse solennemente dal 1 luglio: sì, avevamo il fisico per affrontare studio e stress fino all’ultima settimana di luglio malgrado il caldo. A dire il vero una mano ce la dava anche il compianto anticiclone delle Azzorre che il profeta metereologo, colonnello Bernacca, ogni sera in televisione ci descriveva come ben stabile ed ampio e forte nel determinare e difendere l’estate europea, connotandola per l’appunto come europea e non, come di questi tempi, africana.
La nostra annata, inoltre, fu la penultima a diplomarsi prima della definitiva desacralizzazione del 1 ottobre, glorioso giorno di San Remigio secondo il vecchio calendario liturgico pre conciliare, col quale altrettanto solennemente si dava inizio all’anno scolastico. Col 1977, insomma, niente più “remigini” in prima elementare; le nevrotiche apprensioni circa l’inadeguatezza dei sani tempi di apprendimento e di preparazione per gli studenti italiani stavano prendendo definitivamente il sopravvento. Iniziando nella prima metà di settembre, si sarebbe così aumentato il tempo scuola per poi finire coll’eroderlo grazie ai sistemici ritardi burocratici ed organizzativi che avrebbero portato alla partenza reale anche oltre il vituperato 1 ottobre. Quella ventina di giorni in più sarebbero anche tornati utili nel corso degli anni per la farcitura dell’attività scolastica con “educazioni”, “progetti”, “agende” d’ogni sorta, tutti intrapresi da una scuola ormai non più primariamente chiamata a formare attraverso il suo proprio specifico, costituito appunto dall’”istruzione”, ma ad istruire “ed” educare. In questo modo si concepiva la “formazione” dello studente come attività (negli anni sempre più invasive sia nei tempi che nei contenuti) praticate “nella” scuola, ma sempre meno pertinentemente “della” scuola, ormai fortemente votata a ruoli di supplenza ed assistenza sociale.
Ma per noi, ultima scheggia di una scuola ormai d’altri tempi, quasi come in dispregio dei nuovi tempi, il destino riservò con l’irrisione di un colpo di coda da gran finale, il record di conclusione delle lezioni, che penso ormai irraggiungibile: le scuole d’ogni ordine e grado in quell’Anno Domini terminarono infatti il 29 maggio. Magnifico. Avevamo pertanto almeno un mese davanti a noi per consolidare (o magari finalmente per affrontare per la prima volta…) lo studio delle parti rognose dei programmi d’esame. Facemmo un po’ per proprio conto, un po’ a gruppetti, ma anche tornando a scuola con gli insegnanti delle quattro materie orali estratte, i quali riprendevano le parti del programma che versavano in condizioni più scalcagnate.
La nostra maturità era infatti strutturata in questo modo: due le prove scritte e due le materie dell’orale, la prima scelta dal candidato, la seconda attribuita dalla commissione d’esame fra le 4 scelte dal Ministero. La commissione era composta interamente da docenti esterni, fatta eccezione per un solo professore della classe, il famoso "membro interno”, sulla cui dicitura si sperperarono battute a dismisura. Il voto finale era in sessantesimi. Si era ancora nella fase - ma, d’altra parte lo si è ancora oggi - di una sperimentazione in vista di una prospettata riforma solida e strutturata dell’esame di maturità. Di fatto i poveri ministrini succedutisi all’impegnativo dicastero dell’istruzione, avrebbero finito col toccare e ritoccare a suon di cambiamenti dei cambiamenti, le denominazioni, i punteggi e cosucce varie veleggiando a favore dei venti che tiravano di volta in volta sui giornali e in televisione.
Ad ogni modo io arrivai piuttosto tirato all’appuntamento, più per l’attesa che per il reale carico di lavoro affrontato, sicché accolsi come una liberazione il sopraggiungere della scadenza. Ma quella fatidica “notte prima degli esami” riservò a me e alla carica dei trecentocinquantottomila uno storico colpo di scena. A cena conclusa ero con tutta la mia famiglia in sala per guardare un po’ di tv. Ero seduto sul divano, collocato lateralmente rispetto al televisore, il punto audiovisivamente più lontano, non tanto quanto però lo era la mia testa, ormai sul foglio di protocollo del tema di italiano del giorno dopo. D’improvviso l’interruzione dei programmi di entrambe le reti Rai con il giornalista che sentenziò: il ministro Franco Maria Malfatti annulla la prevista prova di italiano. Maturità rimandata di un giorno. Quel poco di presenza nella mia sostanziale assenza fu sufficiente per farmi balzare in piedi e precipitare quasi ad incollare il naso allo schermo nella ricerca di una conferma di fronte all’incredibile. Cosa diavolo era successo?
Uno sconosciuto, spacciandosi per il Provveditore agli Studi di Pavia riuscì a convincere suor Delia Calvia, laureata in Pedagogia e Preside dell’Istituto Magistrale “San Giuseppe" di Vigevano, ad aprire la busta contenente i titoli dei temi d’italiano che all’epoca veniva consegnata il giorno precedente la prova e custodita nella cassaforte di ogni scuola. Quella ruppe i sigilli di ceralacca con cui si usava garantirne l’integrità, e lesse il contenuto perché lo pseudo Provveditore intendeva verificare un possibile errore di trascrizione da correggere. Al termine della telefonata la preside, colta da dubbi, denunciò l’accaduto. Ciò che nel corso di tutto l’Ottocento e il Novecento noi maturandi sapevano non si fosse mai verificato, accade invece in quella circostanza: una spontanea convergenza di valutazioni tra clericali e anticlericali riguardo a un avvenimento che coinvolgesse personalità della Chiesa. Ma non è però proprio il caso di riportare qui le variegate formulazioni che all’epoca ci accomunarono.
In tutta Cremona, però, molti altri increduli come il sottoscritto andarono ugualmente a scuola quel giorno rognato, soprattuto perché non s’era ancora capito quale prova sarebbe stata effettuata il giorno successivo. Ci venne confermato che la nostra Maturità sarebbe cominciata venerdì 2 luglio, ma con quella che era tradizionalmente la “seconda” prova. La prova d’italiano venne così rimandata su tutto il territorio nazionale a lunedì 5, con i nuovi temi che nel frattempo vennero preparati. La faccenda comunque di fatto mi disturbò molto, scrissi un irriconoscibile temaccio (“al limite di una graziata sufficienza”, fu la stoccata del membro interno) ma non saprei davvero più dire su quale argomento. Ricordo solo che snobbai il tema con la nota frase di don Milani sull’obbedienza che non sarebbe più una virtù. “Tu non sai scrivere”, rincarò la dose il mio prof, anche se i risultati dell’annata dicevano altro. Confortante. “Qui ti sei purtroppo giocato il sessanta”. Perfetto.
Ma ci pensò una seconda “notte prima degli esami” a lasciare le proprie tracce in quella singolare Maturità. Tracce olfattive, ma non meno indelebili. “Sezione A, lettera A”, ci comunicarono a metà tema; una “regolarità” che mi puzzava più di decisione che di estrazione. Ma a me andava bene, ero in sezione A ed ero il terzo dell’elenco. Così giovedì 8 alle ore 8:00 ci fu la convocazione dell’orale per i primi tre ardimentosi. Arrivai alla sera del 7 sbriciolato dall’ultima infernale secchiata di ripasso “de universa”, su tutti gli schemi, tutti i passaggi nodali, tutti i contenuti bastardi e tutte le fissazioni ingiustificate. Sbriciolato ma sereno: “Sul trentasei ci sono di sicuro, senza dubbio esco”.
Dopo cena presi al volo la bicicletta e confortato da questo mantra minimalista, da Porta Milano imboccai a caso via Montello. Terminato il tratto che costeggia la banca, si aprì il doppio filare di piante di robinia, tutt’oggi presente, in spettacolare tarda fioritura. Non c’era afa, al contrario tirava leggermente una rilassante brezza che mi portò al naso il profumo come di miele di quei grappoli bianchi. Arrivai lentamente fino al termine della via e tornai indietro, guardando, fiutando, pedalando nel venticello di una serata estiva divenuta finalmente umana. Con la serenità che solo gli inattesi miracoli possono regalare, pensai che l’indomani sarebbe “passata la tempesta” e che sarei tornato a quella stessa ora in quello stesso luogo a riviverne colori e profumi. L’orale andò bene, la secchiata infernale si rivelò strategica e come previsto mancai l’en plein. Nondimeno alla sera tornai pacificato tra l’avvolgente profumo di quei fiori di robinia. Il vialetto incorniciato dai bianchi festoni stava per condurmi ormai verso l’università e mi apriva all’estate che si sarebbe rivelata come la più lunga della mia vita, sia pur non spensierata. Di nuovo pedalavo e con vista e olfatto ripieni di una magnificenza colta come immeritata, subito intuii che tutto ciò sarebbe rimasto confinato a quel momento, irripetuto. Mi venne da canticchiare mentalmente “Non si può morire dentro”, di Gianni Bella, forse perché era il tormentone dell’estate che tutti avevamo irrimediabilmente in testa. O forse perché quello struggente lirismo mi invitava a proseguire nel percorrere il viale di quella giovinezza dalle sue irripetibili fragranze.
Foto 1: Suor Delia Calvia nacque nel 1907 in paesino della Sardegna ed entrò nelle suore Domenicane di Santa Caterina da Siena nel 1933. Fu processata per violazione di segreto d’ufficio, ma venne assolta perché furono riconosciuti il raggiro e la sua buona fede. Morì a Milano nel 1994.
Foto 2: “Il viale della giovinezza dalle irripetibili fragranze”, nonché via Montello, cinquant’anni dopo. Ahinoi senza un solo fiore. Le inflorescenze della “Robinia pseudoacacia” si presentano normalmente a tarda primavera e vengono spesso utilizzate per la produzione di miele normalmente denominato “di acacia”.
Foto 3: i fiori di Robinia, detti di Acacia
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