8 luglio 2026

Walter Montini e i Presidenti della Repubblica: quando la memoria interroga il presente

Ci sono conversazioni che nascono da un libro e finiscono per diventare molto altro. Una riflessione sull’Italia di oggi. Una diagnosi lucida, senza sconti, sulla qualità della politica contemporanea. Un viaggio nella memoria della Repubblica condotto non per sentito dire, ma con lo sguardo di chi quella storia l’ha studiata, vissuta e attraversata sul campo.

Ho incontrato il senatore Walter Montini per una chiacchierata vera, intensa, non di circostanza. Il punto di partenza è stato il suo ultimo lavoro, I Presidenti della Repubblica Italiana. Da Luigi Einaudi a Sergio Mattarella, scritto con Franco Franzoni, con grafica e stampa a cura della Tipografia La Nuova Rapida di Cremona. Il punto d’arrivo, inevitabilmente, è stato l’oggi: la politica impoverita, i partiti senza più scuole, il linguaggio pubblico ridotto spesso a slogan, la memoria evocata nelle ricorrenze ma raramente assunta come responsabilità.

Montini arriva a questa conversazione con il passo di chi non ha bisogno di alzare la voce per essere netto. Già senatore della Repubblica, amministratore, uomo legato alla cultura cattolico-democratica e alla vita civile del territorio, appena riconfermato per altri cinque anni alla guida della Fondazione Casa di Riposo S. Giuseppe Onlus di Isola Dovarese, in provincia di Cremona. Un incarico che conferma un tratto costante del suo percorso: l’attenzione alle istituzioni ma, anche, alla comunità concreta, alle fragilità, ai luoghi in cui la Repubblica non resta formula astratta ma diventa servizio quotidiano. Perché la Repubblica non vive soltanto nei palazzi romani. Vive nei Comuni, nelle scuole, nelle associazioni, nelle parrocchie, nelle case di riposo, nelle piazze, nei luoghi in cui una comunità si riconosce, si prende cura di sé o smarrisce il senso del bene comune.

Il libro di Franzoni e Montini riporta al centro una parola che usiamo spesso, forse troppo spesso, senza fermarci davvero a comprenderne il peso: Repubblica. Non una parola da cerimonia. Non un fondale istituzionale da evocare il 2 giugno. La Repubblica è, o dovrebbe essere, una casa comune. Un patto. Un’architettura civile fatta di poteri, garanzie, doveri, libertà, limiti.

Al vertice di questa architettura c’è il Presidente della Repubblica: una figura che non governa, ma garantisce; non appartiene a una parte, ma rappresenta l’unità nazionale; non deve inseguire l’applauso del giorno, ma custodire il perimetro costituzionale dentro il quale la politica può e deve svolgersi.

Ed è proprio da qui che il dialogo con Montini diventa interessante. Parlare dei Presidenti della Repubblica significa parlare dell’Italia ma significa anche chiedersi che cosa sia rimasto oggi del senso delle istituzioni, della formazione politica, della capacità di distinguere la parte dal tutto.

Senatore Montini, perché oggi un volume dedicato ai Presidenti della Repubblica italiana, da Luigi Einaudi a Sergio Mattarella?

«Uno dei caratteri distintivi di questa pubblicazione è che non ha un valore storico o storiografico. Chi volesse attribuirle una dimensione storica in senso stretto, secondo me, sarebbe fuori strada. È però uno strumento utile per una necessaria riflessione sui gravi problemi che stiamo vivendo in questa stagione».

Il riferimento è agli ottant’anni della Repubblica. Una ricorrenza che, per Montini, non deve esaurirsi nel calendario delle celebrazioni.

«Tutte le scadenze hanno un significato, ma non perché ricorre un anniversario. La circostanza degli ottant’anni dalla Repubblica deve avere un valore di riflessione. Per questo ho voluto costruire una galleria dei Presidenti, partendo anche da Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato, fino a Sergio Mattarella».

Il libro, dunque, non vuole essere soltanto una sequenza di profili. È un invito a rientrare nella storia per capire il presente.

Attraverso i Presidenti della Repubblica si può leggere in filigrana l’intera storia d’Italia del dopoguerra?

«Sì ed anche la storia dei partiti. Attraverso le figure dei Capi dello Stato si intravede non soltanto la storia del Quirinale, ma quella della politica italiana: la ricostruzione, il Parlamento, i partiti di massa, le culture politiche del Novecento. Attraverso la lettura di questi Presidenti della Repubblica è possibile passare in rassegna un po’ tutta la storia dei partiti italiani, il ruolo svolto dal Parlamento nella società italiana, dalla politica rappresentata allora da partiti che avevano una specifica identità culturale. Comunisti, socialisti, socialdemocratici, democristiani, liberali, repubblicani, missini. Ognuno con una storia, una cultura, una visione del mondo. Si poteva dissentire radicalmente, ma esistevano radici. I partiti avevano una precisa identità una connotazione di vita, di cultura e di azione. Oggi, parliamoci chiaro, è difficile riscontrarla negli attuali partiti».

Molte forze politiche contemporanee sembrano sempre più spesso contenitori elettorali, sigle mobili, marchi della comunicazione più che comunità culturali. La politica, quando perde le proprie radici, non diventa più libera. Diventa più fragile.

Il Presidente della Repubblica non governa, ma garantisce. Quanto è ancora compreso oggi il valore di una figura istituzionale che rappresenta limite, equilibrio e Costituzione?

Montini parte da una considerazione semplice, ma potente: tutti i Presidenti della Repubblica, anche quelli con una forte storia politica alle spalle, nel momento in cui salivano al Quirinale diventavano Presidenti di tutti.

«Tutti, dico tutti, anche quelli che avevano una connotazione politica molto precisa, nel momento in cui arrivavano alla Presidenza della Repubblica erano Presidenti della Repubblica di tutti».

Questa affermazione contiene una lezione oggi tutt’altro che scontata: la distinzione tra appartenenza e funzione. Un Presidente non cancella la propria biografia politica, ma la subordina a un ruolo più alto.

«I Presidenti, una volta eletti, si svestivano del loro partito e diventavano Presidenti della Repubblica di tutti. Una Repubblica di destra, di sinistra, di centro, di repubblicani, non repubblicani, e così via».

È un passaggio che interroga direttamente la politica contemporanea, dove troppo spesso la vittoria elettorale viene interpretata come possesso, non come servizio. Dove chi conquista un ruolo rischia di dimenticare che quel ruolo non appartiene alla persona, né alla sua parte, ma alla comunità intera.

Tra i Presidenti raccontati nel libro, quale figura sente più vicina?

«Il Presidente che stimo di più è Cossiga»

Una figura complessa, controversa, spesso divisiva, ma per lui dotata di grande intelligenza politica.

«Dopo la caduta del Muro di Berlino capì che era finita l’epoca della contrapposizione. Da lì avviò la fase del “picconatore”. Aveva visto giusto. Per me è stato colto, intelligente, ironico. Uno dei più grandi Presidenti».

Accanto a Cossiga, Montini richiama Sandro Pertini, al quale nel libro dedica un titolo eloquente: “Il Presidente di tutti”.

«Pertini è stato la voce del popolo è stato amato dal popolo per il modo con cui sapeva porsi. Era davvero il Presidente di tutti».

Due figure diversissime, Cossiga e Pertini. Il primo capace di leggere la fine di un mondo politico, il secondo di parlare al cuore di un Paese ferito. Entrambi, però, ricordano una cosa oggi non scontata: la statura personale conta ed è ancora più importante quando si occupano istituzioni che non appartengono a chi le abita, ma alla storia di un Paese.

Lei ha vissuto la politica da dentro le istituzioni. Che cosa è cambiato rispetto alla stagione in cui la politica era anche formazione, appartenenza, studio e mediazione?

«È stato distrutto tutto».

La frase è netta. Non nasce dalla nostalgia, ma dall’amarezza di chi ha visto dissolversi una scuola politica e civile.

«Del passato non c’è più niente. Ecco perché bisogna recuperare la memoria, per recuperare un’identità. È stato distrutto tutto, pur nei diversi contesti storici. Però è stato distrutto, secondo me, scientemente».

Che cosa è stato distrutto? Non soltanto un sistema di partiti. È stata distrutta una filiera. Un metodo. Un’abitudine alla formazione.

«I partiti rappresentavano sì gestione del potere — e gestire il potere non è un peccato — ma anche momenti di formazione, di cultura, di attenzione ai bisogni della gente.

La Prima Repubblica aveva ombre, rigidità, degenerazioni, logiche di potere. Sarebbe ingenuo trasformarla in un’età dell’oro. Ma aveva anche un elemento che oggi appare quasi scomparso: la formazione della classe dirigente.

Si entrava in una sezione. Si faceva esperienza. Si studiava il territorio. Si passava dagli organismi locali, poi dai consigli comunali, dall’amministrazione, talvolta dai ruoli di sindaco. Solo dopo, dimostrando capacità, consenso e percorso, si poteva arrivare in Parlamento.

Era una trafila imperfetta, certo. Ma obbligava a misurarsi con la realtà.

Oggi, troppo spesso, si può arrivare in alto senza aver mai attraversato il basso. Senza aver conosciuto davvero una comunità. Senza aver imparato che amministrare non significa soltanto comunicare, ma decidere, mediare, ascoltare, assumersi la responsabilità delle conseguenze. La politica senza formazione può sembrare più rapida. Ma la rapidità, senza preparazione, diventa improvvisazione. E l’improvvisazione, quando entra nelle istituzioni, non è freschezza: è rischio».

Oggi la politica sembra più comunicazione che pensiero. Si parla molto, si reagisce molto, si approfondisce poco. È una mia impressione giornalistica o è davvero cambiata la qualità del linguaggio pubblico?

«Non è una tua impressione. È la realtà, purtroppo».

Anche su questo Montini è diretto. La politica sembra risolversi sempre più spesso in un messaggio, in un social, in una fotografia costruita, in una frase a effetto.

«Ormai si risolve tutto attraverso un social, attraverso un messaggio. Ma che preparazione sta dietro a un messaggio con una fotografia magari modificata? Che cosa vuol dire questa cosa?».

La domanda resta sospesa, ma riguarda tutti: politici, cittadini, giornalisti, elettori. Riguarda il modo in cui accettiamo di essere informati, rappresentati, persuasi.

Viviamo immersi in una comunicazione istantanea, spesso aggressiva. Si parla molto, si reagisce moltissimo, si approfondisce poco. Il consenso immediato diventa più importante della coerenza. La visibilità più importante dell’autorevolezza. Il rumore più importante del pensiero.

Nel libro c’è anche una seconda parte dedicata ad Alcide De Gasperi. Perché questa scelta?

«De Gasperi rappresenta un po’ come io intendo la politica, rappresenta una politica capace di guardare lontano. Non un santino da commemorazione, ma un modello di visione. Ripenso a Giulio Andreotti ed a una frase che spesso citava: ciò che resta di De Gasperi è la grande impostazione di guardare lontano. Chi guarda lontano oggi? Chi ragiona davvero oltre il sondaggio, oltre la prossima campagna elettorale, oltre la convenienza di parte? Chi ha il coraggio di dire qualcosa di impopolare ma necessario? Chi forma una generazione e non soltanto una tifoseria?».

De Gasperi, nella lettura di Montini, seppe interpretare una politica con la P maiuscola: Europa, pace, superamento dei nazionalismi, rinascita democratica, credibilità internazionale di un Paese uscito sconfitto e isolato dalla guerra. Una politica così non eliminava il conflitto. Lo inseriva dentro un orizzonte.

La Prima Repubblica aveva certamente limiti, rigidità, ombre. Ma aveva partiti che formavano una classe dirigente. Oggi chi forma la classe dirigente? Esiste ancora?

«No. Non c’è più. Ma non soltanto da noi: nel mondo. La globalizzazione non governata ha inciso profondamente sugli equilibri politici e sociali. Ma il punto, ancora una volta, torna alla distruzione dei partiti come luoghi di formazione. Quando sono stati distrutti tutti i partiti con loro è stata distrutta anche tutta la storia che c’era dietro la formazione dei partiti.

Era il cursus honorum. Un’espressione antica, forse lontana dal linguaggio di oggi, ma che dice una cosa semplice: prima di rappresentare gli altri, bisognava imparare. Oggi, spesso, la politica sembra aver smarrito questa gradualità. Si viene candidati perché il vento soffia dalla parte giusta. Si entra nelle istituzioni senza una vera esperienza amministrativa. Si comunica prima di conoscere. Si promette prima di studiare».

Se dovesse consegnare questo libro a un ragazzo di vent’anni, quale frase gli direbbe per convincerlo che la storia dei Presidenti riguarda anche lui e non solo il passato?

«Gli direi: leggilo. Leggilo tutto. Si legge nel giro di un’oretta. Rifletti sulla testimonianza che ogni Presidente ha dato. Nel libro non vengono nascoste le ombre. Ogni figura viene raccontata nella sua complessità. Ma da ciascuno è possibile ricavare qualcosa. Prendi quello che di buono c’è e trasportalo ad oggi. Perché questi Presidenti parlano ancora all’oggi».

È forse la chiave dell’intera conversazione. La memoria è ciò che permette a una comunità di non ricominciare ogni volta da zero, di non farsi travolgere dall’ultima rabbia, dall’ultimo slogan, dall’ultima semplificazione.

Il dialogo con Walter Montini lascia una sensazione precisa: questo libro sui Presidenti della Repubblica non è soltanto un volume di memoria istituzionale. È una provocazione civile. La Repubblica italiana è nata dalle macerie della guerra, dalla fine della dittatura, dalla scelta popolare, dalla fatica della mediazione, dalla consapevolezza che nessun potere può sentirsi assoluto. È nata da culture politiche diverse, talvolta opposte, capaci però di riconoscersi dentro un perimetro comune. Oggi quel perimetro non può essere dato per scontato. Si parla molto di democrazia, ma spesso la si pratica poco. 

La crisi della politica contemporanea non riguarda soltanto i partiti. Riguarda la qualità del pensiero pubblico. Riguarda la formazione. Riguarda il linguaggio. Riguarda la capacità di distinguere il ruolo dall’ego, il consenso dalla responsabilità.

Walter Montini, con il suo libro e con questa conversazione, ci riporta a una questione essenziale: la Repubblica non è un monumento da lucidare nelle ricorrenze. È una casa da abitare con intelligenza, decoro e responsabilità.

Il problema è che, troppo spesso, ci comportiamo come ospiti distratti. O peggio, come proprietari arroganti di qualcosa che invece appartiene a tutti. La domanda, oggi, è se siamo ancora capaci di custodirla. O se, distratti dal rumore, ci stiamo abituando a perderne lentamente il senso.

Beatrice Ponzoni


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commenti


giancarlo

8 luglio 2026 11:05

Bravo Senatore Montini. L'intervista fa emergere concetti chiari e a mio vedere, purtroppo, veritieri. Poca o nessuna formazione dei soggetti politici, scarso senso del bene pubblico e frenesia di accaparrarsi il consenso del proprio
elettorato/tifoseria non mi fanno ben sperare per il futuro.

Francesco Capodieci

8 luglio 2026 17:22

Il senatore Montini sottolinea giustamente nell'intervista che in Italia il Presidente della Repubblica "non governa, ma garantisce". Diversamente che nelle repubbliche presidenziali, come gli Stati Uniti, o semipresidenziali, come la Francia, il nostro Presidente non ha infatti un potere di indirizzo politico, ma si configura come una sorta di tutore e garante della Costituzione e 'arbitro' della vita politica; egli "è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale" (art. 87-I comma Cost.). Mi stupisce, perciò, l'affermazione di Montini secondo cui "il Presidente che stimo di più è Cossiga". Ricordo che Francesco Cossiga - Presidente della Repubblica dal 1985 al 1992 - aveva interpretato il suo ruolo in chiave quasi notarile fin verso il 1990, salvo poi ergersi a protagonista della scena politica nazionale negli ultimi due anni di presidenza; quelli in cui divenne improvvisamente il "picconatore", con esternazioni sarcastiche e provocatorie che facevano la gioia di giornali e televisioni di ogni tendenza politica.. E così - cito da Wikipedia - arrivò a definire Ciriaco De Mita "bugiardo, gradasso, il solito boss di provincia", Paolo Cirino Pomicino "un analfabeta", Nicola Mancino "uno che se sta al mare fa un gran bene al Paese", Leoluca Orlando "un povero ragazzo, uno sbandato, che danneggia l'unità della lotta alla mafia", Claudio Martelli "un ragazzino", Achille Occhetto "uno zombie con i baffi", ecc. ecc. Sono affermazioni che, oggi, potrebbero magari uscire dalla bocca di Trump; ma che non si addicono affatto al Presidente della Repubblica italiano.

Annalisa

8 luglio 2026 18:58

Grande libro, che nerita divessere letto d'un fiato.
"I partiti rappresentavano gestione del potere e momenti di formazione, di cultura, di attenzione ai bisogni della gente."
Oggi sono il refugium peccatorum dei nulla sapenti fare in cerca di soldi facili senza avere alcuna competenza. Un esempio tra tutti è il bibitao di Pomigliano, vicepresidente della Camera, 3 volte ministro e vice presidente del Consiglio dei Ministri ed oggi rappresentante speciale UE per il Golfo Persico. Ai tempi di Kossiga sarebbe stato un genio, oggi è solo l'esempio più illustre di uno dei migliori politici italiani. Immaginatevi gli altri... e a livello locale il trend è uguale, se non peggio!
Montini... è davvero finita una epoca.

Enrico

9 luglio 2026 09:51

Bravo Walter ma il libro non si trova attualmente in nessuna libreria