"Nucleare, l'Italia riapre una porta chiusa da due referendum. Ma a quale costo?"
Il nucleare torna concretamente nell'agenda energetica italiana.
Il 23 settembre 2026 il Senato ha approvato definitivamente il disegno di legge delega in materia di "energia nucleare sostenibile", con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti. Il provvedimento non autorizza domani mattina la costruzione di una centrale: delega il Governo ad adottare, entro dodici mesi dall'entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi per disciplinare la produzione e l'utilizzo in Italia dell'energia nucleare, insieme agli altri aspetti della futura filiera. (Senato)
È una scelta importante. E proprio per questo credo meriti una discussione pubblica altrettanto importante, fatta non di slogan, ma di numeri, tempi, costi e memoria.
Perché una domanda, innanzitutto, non possiamo evitarla: che valore attribuiamo oggi alla volontà che gli italiani hanno espresso attraverso i referendum?
Due referendum che non possono essere dimenticati
Sul nucleare gli italiani sono stati chiamati alle urne nel 1987 e nuovamente nel 2011.
È necessaria una precisazione giuridica: quei referendum erano abrogativi e riguardavano specifiche disposizioni legislative. Non hanno introdotto nella Costituzione un divieto perpetuo del nucleare e non impediscono al Parlamento di legiferare nuovamente sulla materia.
Ma questo non significa che possano essere cancellati dalla nostra memoria politica.
Nel 1987, dopo Chernobyl, sui tre quesiti collegati alla politica nucleare i sì all'abrogazione furono nettamente maggioritari.
Nel 2011 il risultato fu ancora più netto: sul quesito relativo alle norme che avrebbero consentito nuovamente la produzione di energia elettrica nucleare in Italia, votarono oltre 27 milioni di cittadini e 25.643.652 elettori scelsero il sì all'abrogazione, pari al 94,05% dei voti validi. Il quorum fu raggiunto.
Quei voti non possono vincolare per sempre le generazioni successive, ma rappresentano un precedente democratico di enorme rilievo.
Per questo, di fronte a un cambiamento così significativo della politica energetica italiana, credo sia legittimo domandarsi quale coinvolgimento debbano avere oggi cittadini e territori.
"Energia pulita": ma cosa intendiamo davvero?
Il nucleare viene spesso definito energia pulita.
Occorre essere precisi.
Dal punto di vista delle emissioni climalteranti, l'energia nucleare è una fonte a basse emissioni di carbonio. Questo è un elemento scientificamente riconosciuto e sarebbe sbagliato negarlo.
Ma "a basse emissioni di carbonio" non significa priva di problemi.
Una centrale richiede investimenti iniziali molto elevati, procedure autorizzative, infrastrutture, sicurezza, gestione del combustibile e, infine, gestione dei rifiuti radioattivi e smantellamento.
L'International Energy Agency osserva inoltre che i lunghi tempi di autorizzazione e costruzione rendono complesso il finanziamento dei grandi reattori e possono spostare il punto di pareggio finanziario di un nuovo impianto a 20-30 anni dall'inizio del progetto. (IEA)
E allora la domanda diventa inevitabile: quanto costerebbe realmente riportare il nucleare in Italia e dopo quanti anni avremmo concretamente energia disponibile?
Noi, intanto, il vecchio nucleare lo stiamo ancora smantellando
C'è un dato che mi ha particolarmente colpita.
Secondo il bilancio 2025 di Sogin, società dello Stato incaricata del decommissioning nucleare italiano, al 31 dicembre 2025 l'avanzamento complessivo delle attività di smantellamento, gestione del combustibile irraggiato e messa in sicurezza degli impianti aveva raggiunto il 47,7%. (Sogin)
È un dato sul quale vale la pena soffermarsi.
Abbiamo chiuso la stagione delle centrali nucleari italiane molti anni fa e stiamo ancora gestendone l'eredità.
Questo non dimostra, da solo, che una nuova generazione di impianti sarebbe sbagliata. Ma dimostra certamente che il ciclo di vita del nucleare non termina quando una centrale smette di produrre elettricità.
Resta lo smantellamento. Restano i materiali radioattivi. Resta la necessità di una loro sistemazione sicura.
Sono responsabilità che attraversano le generazioni.
Ed è proprio pensando ai nostri figli e ai nostri nipoti che ritengo necessario domandarsi non soltanto quanta energia possiamo produrre oggi, ma quale eredità lasciamo domani.
E dove costruiremmo le centrali?
C'è poi una domanda molto semplice, forse la più concreta di tutte:
chi vorrebbe una centrale nucleare sul proprio territorio?
Non basta decidere in astratto che l'Italia torni al nucleare.
Bisognerà individuare i siti, costruire gli impianti, realizzare le infrastrutture necessarie e affrontare il rapporto con le comunità locali.
La legge appena approvata prevede infatti un programma nazionale per lo sviluppo della produzione e dell'utilizzo dell'energia nucleare e disciplina anche lo smantellamento delle installazioni esistenti.
Quando arriverà il momento di indicare concretamente i territori interessati, il dibattito diventerà inevitabilmente molto meno teorico.
Ma l'Italia ha bisogno di energia
Questo, però, dobbiamo riconoscerlo.
Non possiamo costruire una posizione seria sul nucleare fingendo che il problema energetico non esista.
Nel 2025 la domanda italiana di energia elettrica è stata di 312,2 TWh. L'85% è stato coperto dalla produzione nazionale destinata al consumo, mentre il restante 15% è stato coperto dalle importazioni nette dall'estero. (Terna)
Abbiamo quindi bisogno di energia, di sicurezza degli approvvigionamenti e, contemporaneamente, di ridurre le emissioni.
La vera domanda è: come?
Io credo che, prima di impegnare il Paese in un nuovo ciclo nucleare, dovremmo sfruttare fino in fondo le possibilità offerte dalle altre fonti e soprattutto dalla ricerca tecnologica.
Nel 2025 il fotovoltaico italiano ha prodotto oltre 45 TWh, stabilendo un nuovo record e aumentando del 25% rispetto al 2024. (Terna)
Non significa che basti riempire l'Italia di pannelli.
Solare ed eolico sono fonti intermittenti e richiedono accumuli, reti adeguate, interconnessioni e sistemi capaci di bilanciare produzione e domanda.
Ma è proprio qui che, a mio avviso, dovremmo accelerare: ricerca sugli accumuli, reti intelligenti, fotovoltaico sempre più efficiente, eolico, idroelettrico, geotermia, biometano, efficienza energetica e tutte quelle tecnologie che consentano di produrre energia riducendo emissioni, dipendenza dall'estero e rifiuti di lunga durata.
E il gas che abbiamo nel sottosuolo?
Anche su questo tema occorre evitare semplificazioni.
L'Italia possiede riserve di gas naturale. Secondo il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, al 31 dicembre 2024 le riserve certe erano pari a 42,502 miliardi di metri cubi standard. Di queste, il 63,9% risultava localizzato sulla terraferma e il restante 36,1% in mare. (Ministero dell'Ambiente)
È una risorsa nazionale e credo sia legittimo discutere se e in quale misura utilizzarla nella transizione energetica.
Ma anche qui bisogna essere intellettualmente corretti: il gas è un combustibile fossile. Produce emissioni e le nostre riserve non sono tali da poter immaginare semplicemente un'Italia energeticamente autosufficiente grazie al gas nazionale.
Può rappresentare una componente transitoria della sicurezza energetica, non la soluzione definitiva.
E le rinnovabili?
C'è infine un dato particolarmente interessante.
Nel Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima, nello scenario che contempla il nucleare, al 2050 questa fonte coprirebbe circa l'11% della richiesta di energia elettrica italiana.
Nello stesso scenario vengono però ipotizzati circa 245 GW di fotovoltaico e 51 GW di eolico. (Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica)
Questo significa che, persino immaginando un futuro italiano con il nucleare, il cuore della trasformazione energetica rimarrebbe comunque fortemente legato allo sviluppo delle fonti rinnovabili.
E allora torno alla domanda iniziale.
Prima di tornare indietro, guardiamo avanti
Non sono contraria alla ricerca scientifica. Al contrario.
Credo che l'Italia debba investire nella ricerca, anche nucleare, e partecipare allo sviluppo delle nuove tecnologie, compresa la fusione.
Ma personalmente non voglio il ritorno delle centrali nucleari in Italia.
Non perché pensi che possiamo fare a meno dell'energia o perché ignori il contributo che il nucleare può dare alla decarbonizzazione.
Sono contraria perché, mettendo sul tavolo tempi, costi, gestione dei rifiuti, decommissioning e rapporto con i territori, ritengo che il nostro Paese debba concentrare risorse e ricerca soprattutto su altre soluzioni.
E perché non riesco a dimenticare che su questa materia gli italiani sono già stati chiamati due volte a esprimersi.
La politica ha il diritto di riaprire il dibattito. La scienza deve fornirci nuovi elementi. Ma anche i cittadini devono poter capire e partecipare a una decisione destinata ad accompagnare il Paese per decenni.
Abbiamo bisogno di molta energia. Probabilmente ne avremo bisogno sempre di più.
Ma proprio per questo la domanda non può essere soltanto: "Come produciamo più energia?".
Dovrebbe essere anche: quanto ci costerà, quanto tempo servirà, quali rischi e quali rifiuti produrremo, quali alternative abbiamo e quale eredità vogliamo lasciare ai nostri figli e ai nostri nipoti?
Perché una centrale può essere costruita da una generazione.
Le conseguenze delle nostre scelte energetiche possono riguardarne molte altre.
Nelle foto esempi di impianti nucleari di nuova generazione già realizzati o in fase di sviluppo nel mondo.
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commenti
Eleonora
30 settembre 2026 10:53
Sono d'accordo con questo articolo
biagio
30 settembre 2026 11:14
Il Senato ha riaperto la strada al nucleare, nonostante due referendum — 1987 e 2011 — in cui i cittadini si erano espressi chiaramente. Prima di creare commissioni che costano milioni, sarebbe corretto prevedere fin da subito la possibilità di un referendum abrogativo, lo strumento che la Costituzione mette nelle mani dei cittadini.
Una commissione nazionale sul nucleare costerebbe 12–20 milioni l’anno per almeno dieci anni: fino a 200 milioni senza un solo cantiere. Il precedente del Ponte sullo Stretto parla da sé: 1,3 miliardi spesi in quarant’anni senza costruire un metro di ponte.
Con quei fondi si poteva realizzare una grande opera in Sicilia — un ospedale regionale, una linea ferroviaria raddoppiata, una superstrada moderna — oppure un pacchetto di interventi su strade, scuole e trasporti. Invece sono stati assorbiti da progettazioni infinite.
Il rischio è che il nucleare segua lo stesso copione: una grande opera che si finanzia, ma non si costruisce.
Finché non si risponde a questo, rimane il dubbio che il percorso decisionale non preveda un adeguato coinvolgimento dei cittadini su scelte così rilevanti. biagio
marco
1 ottobre 2026 06:03
La Sardegna non vuole nulla di rinnovabile,neppure sulla linea dell'orizzonte sul mare,Emilia Romagna Liguria Toscana hanno stabilito che il 99% del territorio non può ospitare rinnovabili e guarda caso sono governate dalla sinistra,il.Sud non procede sulla strada delle rinnovabili ma è fermo al palo.
Comperiamo energia elettrica prodotta da centrali nucleari estere e il gas dall'Est perché non vogliamo gassificatori e abbiamo tantissimo gas ma vogliamo fare gli ecologisti ipocriti.
Quando apparirono le prime macchine ne fu' decretato subito l'insuccesso e guarda dove siamo arrivati anche con le auto elettriche( che costano sempre troppo e sono in attesa di batterie più efficienti e meno pericolose)
I referendum furono fatti in anni che non rispecchiano le attuali situazioni geopolitiche e di disastri ecologici.
Attualmente il 42% dell'energia in Italia viene prodotto da rinnovabili.
Ma fino a quando le regioni metteranno paletti incomprensibili non potremo arrivare oltre.
Quindi cosa stiamo parlando...di coscienza ecologista che fa' finta di non capire e vedere quello che accade per poi solo accusare?
Manuel
1 ottobre 2026 06:59
La Sardegna concretizza un surplus energetico del 30-40% che dalla regione se ne parte verso il continente.
La Sardegna è regione a statuto speciale.
La Sardegna ha il diritto di ripensare le sue scelte e cominciare a pianificare le azioni che segneranno i suoi futuro e paesaggio.
Ancora vent’anni fa, c’erano politici di centrodestra che ripetevano a pappagallo come solare ed eolico non avrebbero superato il 5% di contributo in Italia (l’alternativa proposta era il nucleare).
Vuoi eliminare le regioni e tutte le loro burocrazie ridondanti, inutili?
Va bene, sono d’accordo, ma incominciamo con quelle a statuto ordinario.
stefano ETN
30 settembre 2026 19:07
Questa rubrica negli ultimi mesi ha ospitato contributi di altissimo livello riguardanti tematiche di precipuo interesse per la comunità. Questo intervento, davvero interessante, si aggiunge infatti a quelli sul famigerato data-center, sul mai sufficientemente vituperato progetto relativo al nuovo ospedale, sulle criticità legate agli impianti per il biometano. Qualcuno scritto da semplici lettori, altri da avvocati e comitati documentati, preparati e fortunatamente ostinatamente combattivi.
Per tutti, purtroppo, il dato comune è che siano letteralmente caduti nel vuoto.
"La politica ha il diritto di aprire il dibattito", dice Cremaschini. Magari! La politica (tutta, maggioranze ed opposizioni) glissa, non raccoglie, colpevolmente tace, pronta a mettere tutti di fronte a fatti compiuti, quasi sempre espressione di volontà superiori cui si genuflette senza vergogna.
ivana
30 settembre 2026 22:10
La ringrazio per il commento e per l’attenzione dedicata al mio articolo. La rubrica, naturalmente, è uno spazio di CremonaSera, che ha il merito di ospitare contributi e opinioni diverse su questioni che riguardano tutti noi.
Quando scrivo che “la politica ha il diritto di riaprire il dibattito”, aggiungerei però che, a mio avviso, ha anche il dovere di renderlo realmente pubblico. Su scelte destinate a incidere sui territori e sulle generazioni future, informare i cittadini quando le decisioni sono ormai prese sarebbe troppo poco: il confronto dovrebbe avvenire prima.
Comprendo quindi il senso della sua osservazione. Non so se questi interventi cadano davvero nel vuoto; credo però che continuare a porre domande, documentarsi e partecipare sia necessario proprio per evitare che il silenzio diventi assenso.
Nel caso del nucleare questo assume, per me, un significato ancora maggiore: gli italiani si sono già espressi attraverso due consultazioni referendarie. Oggi le tecnologie e le esigenze energetiche sono cambiate e la politica può certamente riaprire la questione, ma non dovrebbe farlo senza un confronto trasparente con i cittadini e con i territori.
È anche per questo che ho voluto scrivere l’articolo. Non perché una voce possa decidere al posto della politica, ma perché le decisioni importanti non dovrebbero mai diventare “fatti compiuti” prima ancora che la società abbia avuto la possibilità di discuterne.