Aspettando il Monteverdi Festival. Dowland e Monteverdi;: compositori allo specchio, un abbinamento proposto dal programma
Johann Dowland e Claudio Monteverdi: un abbinamento che questa edizione del Monteverdi Festival mette in cartellone per celebrare i 400 anni dalla morte del più noto dei compositori inglesi del XVI/XVII secolo. Sembra quasi un azzardo storico: ma così non è. Non lo è dal punto di vista strettamente musicale e lo è ancor meno sotto il profilo del milieu culturale e geografico che ha segnato l’attività compositiva e la cifra stilistica dei due grandi musicisti.
Il tracciato è chiaro. Serve partire da qualche tappa della vita dell’autore inglese. Il 1580 è un anno fondamentale. Non è più in Inghilterra, ma a Parigi con Sir Henry Cobham per perfezionarsi dopo l’esperienza a Oxford. In quegli stessi Monteverdi aveva iniziato a pubblicare i primi lavori. Dell’82 sono le Sacrae Cantiunculae. Dell’anno successivo i Madrigali spirituali a 4 voci. Dell’84 le Canzonette a 3 voci libro I . Tra il 1587 e il 150 dà alla stampa rispettivamente il Primo e il Secondo dei Madrigali a 5 voci. Un corpus già intenso che circolava soprattutto nelle Accademie musicali che si stavano diffondendo nelle principali ‘capitali’ della penisola italiana. Partendo proprio dalla cremonese Accademia degli Animosi che operò, tra XVI e XVII secolo, di cui fu protagonista Marc’Antonio Ingegneri; maestro del Divin Claudio.
In quello stesso periodo (1580/1596), Dowland intraprese numerosi viaggi in Italia: a Genova, Venezia e Firenze, venendo a conoscenza di quanto avveniva nella penisola intorno alle Accademie musicali. Il centro toscano è lo snodo dell’incontro storico/musicale tra i due compositori. La ‘capitale’ granducale già guardava al genio di Cremona nei suoi cenacoli musicali. Basti pensare che il poeta Ottaviano Rinuccini protagonista di quei salotti negli ultimi anni del Cinquecento fu, poi, il librettista dell’Arianna monteverdiana del 1608. Jacopo Corsi, ricco e nobile, aveva raccolto l’eredità dell’ Accademia dei Bardi. E tra le sontuose stanze del suo palazzo, in via de’Tornabuoni, aveva ospitato Rinuccini, Tasso, e i musici come Vincenzo Galilei e Jacopo Peri, alimentando la poetica monteverdiana del recitarcantando esplicatasi plasticamente nella messa in scena di Dafne (1589) appunto su testo di Rinuccini e musica (andata perduta) di Peri e Corsi. Sempre a Firenze, faceva parte dell’ Accademia degli Invaghiti, il conte Alessandro Striggio, librettista dell’Orfeo di Monteverdi, 1610. Gli storici poi concordano nell’ipotizzare una presenza del ‘musico’ cremonese a Firenze nel 1600, al seguito del duca Mantova Vincenzo Gonzaga per il matrimonio di Maria de'Medici ed Enrico IV di Francia.
L’influsso monteverdiano su Dowland, che mantiene comunque una sua singolarità, appare dal 1612: anno in cui, tornato in Inghilterra, stampa il corpus delle sue composizioni a partire da quelle per voce e liuto. Appare evidente tutto l’influsso italiano e monteverdiano: da semplici composizioni lineari a brani dalla linea melodica ricca.
Basti pensare alla gioiosa canzonetta Come Again, Sweet Love (Vieni ancora, dolce amore) come possa rientrare nel clima espressivo di Sì dolce è il tormento contenuto nella raccolta monteverdiana del Quarto scherzo delle ariose vaghezze (Venezia, 1624), ma composta ben prima dell’anno della stampa.
Uno dei punti dove i contatti tra i due giganti della musica tardo rinascimentale sembrano ancor più forti sono i componimenti tratti dal Second Booke of Songes, (1600) , Third Booke of Songes, (1603), Per fare qualche esempio basti citare il pezzo che apre il Secondo Libro: I saw my lady weep dove i richiami al Monteverdi più lirico e drammatico sono ben evidenti, soprattutto nell’uso delle dissonanze a scopo espressivo. La sovrapposizione stilistica è ancora più evidente in un'altra raccolta di Dowland A Pilgrimes Solace dove è presente anche un brano in lingua italiana Lasso vita mia. Qui non solo il clima espressivo presenta somiglianze con l’opera del ‘cremonese’ ma pure la costruzione compositiva ha richiami forti e non solo per l’uso dei cromatismi ma anche per uno strumentale che avvicina alle composizioni monteverdiane dell’Ottavo libro dei Madrigali guerrieri et amorosi (1638 data di pubblicazione).
Un evento importante dunque per calarsi in quel meraviglioso periodo di nascita dello stile barocco.
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