Bernardo Bertolucci, Novecento e i luoghi cremonesi del film ricordati a San Secondo alla presentazione di un libro sul regista di Alberto Minari
Si è parlato anche di Voltido e della splendida cascina Badia, ma anche di Rivarolo del Re, Pontirolo Capredoni e di San Giovanni in Croce, pochi giorni fa, a San Secondo Parmense, in occasione della presentazione del libro “Il trionfo di un’amicizia, diario di un legame lungo una vita con Bernardo Bertolucci” di Alberto Minari. Insieme all’autore sono intervenuti Elisabetta Copelli, presidente dell’associazione Casa del Borgo che ha organizzato la presentazione; lo scrittore Angelo Gil Balocchi che ha curato prefazione e l’editing del libro; il regista Federico Rodelli e l “Eremita del Po”, Paolo Panni. E’ stato proprio quest’ultimo, nel corso del suo intervento, a parlare anche dei centri del cremonese (Voltido, Pontirolo Capredoni e San Giovanni in Croce appunto) in cui vennero girate immagini del colossal “Novecento”. Il primo giro di manovella di Novecento fu quello del 2 luglio 1974 e la lavorazione andò avanti anche per tutto il 1975 e si svolse quasi interamente tra la Bassa Emiliana e la Bassa Lombarda, tra Busseto, Mantova, Poggio Rusco, Curtatone, Guastalla. Nel Cremonese si svolsero soprattutto a Rivarolo del Re, nella cascina Badia di Voltido, a Pontirolo Capredoni e a San Giovanni in Croce. A Rivarolo del Re Bertolucci ci era già arrivato qualche anno prima, nel 1969, in cerca di una luogo in cui ambientare “La strategia del ragno”. Infatti aveva visto la balera di Maria Priori e l’aveva affittata per girare una delle ultime scene, quella del ballo all’aperto al ritmo di “Giovinezza”. Aveva anche conosciuto Piero Longari Ponzone, nella cui villa aveva girato alcune scene, per poi sceglierlo per sostenere il ruolo del cavalier Pioppi, facendolo sposare nella finzione ad Alida Valli in “Novecento”. Ecco perché, quando quella mattina del 17 ottobre 1974, Bertolucci fu visto passeggiare nelle strade di Piadena, la gente non si stupì e si sapeva che da qualche giorno il regista aveva affittato, sembra per due mesi, la cascina Badia. Per lui si trattava di un ritorno nelle campagne che apprezzava particolarmente. Alcune riprese della prima parte del film erano state effettuate tra Casalmaggiore e San Giovanni in Croce, tra il parco della villa e la cascina Fenilone. Anche alla Badia, la vecchia cascina di Bellingeri a Voltido, si fece festa. Nella vasta aia in terra battuta con al centro il rosone in pietra fu l’animazione a caratterizzare le occasioni come questa. Donne e bambini in promiscuità, le prime smisero il grembiule di tutti i giorni e tirarono fuori dal comò il vestito nero lungo fino ai piedi e lo scialle trapuntato, dello stesso colore, che adesso portano in testa e che scende fin sotto le spalle; i secondi avvolti nei loro tabarri e in testa il cappello nero dalle falde larghe e dritte. Dal fienile sotto il lungo e fantastico barchessale giunsero le note di una mazurca, al suono delle trombe e dei clarini di alcuni musici si ballava e si giocava sulla paglia, senza curarsi troppo della nebbia che s’infiltra fin lassù e del freddo che il tepore della stalla sotto non riesce a mitigare. Fu decisamente una scena d’altri tempi, trenta, quaranta cinquant’anni fa, ma che ritornò grazie alla autentica magia del cinema; gli uomini e le donne con i vestiti buoni raggruppati nell’aia sono le comparse, tutta gente di Voltido e dei paesi attorno, che aspettavano il segnale per salire sul fienile a far da corona alla festa che si sta “girando”. Le comparse, persone anziane per lo più, furono reclutate con manifesti a Voltido e nella zona: gente umile, semplice, il regista scelse giustamente quelli i cui volti meglio si potevano collocare nella sua storia: volti di contadini degli anni Venti, smunti e magri per gli stenti della fame. E il set di “Novecento’” che Bertolucci si trasferì così a Voltido dove sotto il barchessale della Badia, come ricordato da Paolo Panni durante l’incontro a San Secondo Parmense, fu ambientato questo ballo di contadini al centro del quale arrivarono i grandi protagonisti dell’intera vicenda filmica, vale a dire gli attori Robert De Niro, Gerard Depardieu, Dominique Sanda e Stefania Sandrelli. Il film fu un grandioso affresco di settant’anni di vita padana vista attraverso le vicende dei componenti di due famiglie affiancati in un eterno conflitto sociale e uniti da una indissolubile amicizia. La presenza della troupe fu un vero e proprio avvenimento per Voltido, un paesino di forse duecento abitanti, che in quei giorni conobbe un’animazione insolita. Sull’aia della Badia, tra le comparse in attesa, non mancarono i curiosi. Fu davvero una grande festa, che fece arrivare anche segretario comunale ed il maresciallo dei carabinieri. Pare che in un primo momento il proprietario, il signor Bellingeri non volesse concedere la sua cascina alla troupe di Bertolucci e si dice che a convincerlo sarebbe intervenuto il farmacista che nei nostri paesi rappresenta da sempre una autorità. Parlando del suo film Bertolucci disse: «E’ la storia di due personaggi che fatalmente nascono lo stesso giorno, un mattino d’estate all’inizio di questo secolo. Uno è figlio del padrone, l’altro del contadino. E’ la loro storia, ma ci sono molte altre cose (le prime lotte dei lavoratori dei campi contro i padroni, gli scioperi del 1908, il periodo fascista, quello della Resistenza, ndr). Nel film c’è una ‘giornata simbolo’, il 25 aprile 1945, che contiene tutto il secolo, non solo il passato ma anche il presente». Bertolucci disse anche: «Questo è un racconto che coinvolge non solo i miei ricordi, ma anche quelli di mio padre, di mio nonno»..Nel cuore della pianura Bertolucci ha eliminato i confini (già cinquant’anni fa fu un precursore nell’indicare e nel decidere di unire, anche così, le due terre di qua e di là dal Po, un esempio che oggi si dovrebbe imparare a seguire molto di più e molto meglio) a significare l’universalità del rapporto che unisce e divide i protagonisti del racconto cinematografico, creandovi il suo ‘Novecento’.
Il film, doveroso ricordarlo, narra la storia di due italiani nati entrambi il 27 gennaio 1900 nello stesso luogo (un’azienda agricola emiliana), ma su fronti opposti: Alfredo è figlio di ricchi proprietari, i Berlinghieri, Olmo è figlio di Rosina, contadina, della medesima azienda. In una scena si vede Giovanni padre di Alfredo, che pronuncia parole affettuose nei confronti di Olmo invitandolo dolcemente a rientrare in casa, potrebbe lasciar intendere che Alfredo sia fratellastro di Olmo. Le lotte contadine e la Grande Guerra dapprima, e il fascismo con la lotta partigiana per la Liberazione poi, sono al centro dei fatti che si susseguono, con al centro, e per il filo conduttore, la vita dei due nemici–amici, impersonati in età adulta da Gèrad Depardieu (Olmo) e da Robert De Niro (Alfredo). Burt Lancaster, nel ruolo del nonno di Alfredo, e Donald Sutherland nel ruolo violento, cinico e spietato Attila, chiamato con la sua ferocia asservita al potere e rappresentare l’arrivo devastante del fascismo in un paese dove la ricca borghesia iniziava a temere le varie organizzazioni socialiste a difesa dei lavoratori, sono alcuni degli altri indimenticabili volti di questa pellicola. L’ultima parte del film si riallaccia alle scene iniziali, quando, durante il sospirato giorno della Liberazione, Attila viene finalmente giustiziato nel cimitero, di fronte alle tombe delle sue vittime, e Alfredo viene preso in ostaggio da un ragazzino armato di un fucile ricevuto dai partigiani. Olmo, creduto morto, ricompare ed inscena un processo sommario al Padrone Alfredo Berlinghieri. Il legame di amicizia prevale e Olmo “condanna” Alfredo ad una morte virtuale (in realtà sottraendolo al linciaggio), inizialmente poco compresa dagli altri paesani, ma alla fine coralmente accettata con una sfrenata e liberatoria corsa nei campi, sotto l’enorme bandiera rossa cresciuta e tenuta nascosta durante il ventennio. Sopraggiungono, con autocarri, rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale, incaricati del disarmo dei partigiani. Proprio Olmo accetta per primo di deporre il fucile dopo aver sparato in aria per simboleggiare l’esecuzione della parte vile e malvagia del suo amico più caro. Alfredo ed Olmo iniziano così a scherzare di nuovo, accapigliandosi come bambini. Il film si chiude su due amici che, ormai anziani, continuano ad azzuffarsi nei luoghi dell’infanzia, con Olmo che continua, come faceva da bambino, a sentire la voce del padre ( mai conosciuto) in un palo del telegrafo e Alfredo che goliardicamente si uccide come da piccolo si stendeva per gioco e imitando lo spericolato Olmo sulle traversine dei binari del treno in arrivo. Doveroso anche ricordare che gran parte di “Novecento” fu girato nella magnifica Corte delle Piacentine, in terra parmense, a Roncole Verdi. Un luogo meraviglioso che parla decisamente cremonese, infatti fu ideato e voluto dal Principe Giovanni Vidoni de’ Soresina su progetto del celebre architetto cremonese Luigi Voghera. I lavori iniziarono nel 1820 e si interruppero nel 1832/34. Si tratta di un immenso edificio che si sviluppa attorno ad un’aia in cotto rosso delimitata da quattro lunghe ali di fabbricato che ospitavano le diverse attività produttive oltre alle abitazioni del fattore, del casaro e dei salariati agricoli. Una numerosa ed operosa comunità che nelle intenzioni dell’illuminato Principe doveva essere autosufficiente e dove il bello doveva conciliarsi con il profittevole. Qui esattamente cinquant’anni fa, nel 1975, lavorarono per circa dodici mesi star del cinema internazionale del calibro di Burt Lancaster e attori come Donald Sutherland, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda e Sterling Hayden e quelle che allora erano stelle emergenti, vale a dire Robert De Niro e Gérard Depardieu che, in pochi anni, raggiunsero poi la notorietà internazionale. Si è trattato della realizzazione di un colossal da 4 miliardi di lire che ha visto coinvolti, oltre ad un cast a dir poco stellare, premi Oscar come Vittorio Storaro per la fotografia e Ennio Morricone per la colonna sonora. Un film che gli studenti di cinematografia prendono a modello e che gli appassionati cinefili ricordano in ogni scena. Bernardo Bertolucci, va ricordato, scelse Cremona, e per la precisione la Latteria Sociale di Piadena, anche per “La tragedia di un uomo ridicolo” (1981) con Ugo e Ricky Tognazzi e Laura Morante. E se “Novecento” ha tagliato il traguardo dei suoi primi cinquant’anni, ne compie quattro in meno “Il Mondo degli ultimi”, del regista bresciano Gian Butturini, le cui riprese si svolsero tra la campagna bresciana e quella cremonese, soprattutto a Stagno Lombardo e a Gussola. Ma a proposito di produzioni cinematografiche, a “metà strada” tra il 1975 ed il 1980, esattamente nel 1978, sul Grande fiume, tra Casalmaggiore e Colorno, furono girate le scene più spettacolari di “Avalanche Express”, con Lee Marvin (già premio Oscar per Cat Ballou nel 1966,) e Robert Shaw. Un film che si portò dietro anche una specie di maledizione visto che sul set morirono per problemi cardiaci lo stesso Robert Shaw (il grande attore inglese aveva 51 anni) e nientemeno che il regista Mark Robson (due candidature all'Oscar per “I peccatori di Peyton” e “La locanda della sesta felicità”) per cui il film uscì solo l'anno successivo con la regia di Monte Hellman. Tra gli attori anche Maximilian Schell. E’ invece del 1976 “Oh, Serafina!”, diretto da Alberto Lattuada e girato in gran parte tra Crema e Ripalta Cremasca, con Renato Pozzetto, Dalila Di Lazzaro, Angelica Ippolito, Marisa Merlini, Gino Bramieri, Aldo Giuffrè, Fausto Tozzi, Enrico Beruschi e Renato Panciroli (che purtroppo morì un mese prima dell’uscita del film). Tornando in terra di Po, nel 2005, Cremona e Stagno Lombardo (la prima con piazza Sant’Antonio Maria Zaccaria, via Beltrami, via Oscasali e Stagno con la cascina Lago Scuro), sono state al centro delle riprese della “Signora delle camelie”, la fiction girata per le reti Mediaset da Lodovico Gasparini con un cast, comprendente Francesca Neri, Sergio Muniz, Monica Scottini, Linda Battista, Giulio Brogi, Clotilde Courau, Senza dimenticare uno dei film più “cremonesi” in assoluto, vale a dire “La Febbre” che compie vent’anni, per la regia di Alessandro D’Alatri, ma anche “Stradivari” del 1988 di Giacomo Battiato; “Chiamami col tuo nome” (2017) di Luca Guadagnino; “La cura del Gorilla” (2006) di Sandro Dazieri per la regia di Carlo Sigon e “Chiedimi se sono felice” di Aldo Giovanni e Giacomo. All’incontro di San Secondo Parmense sono intervenuti anche il sindaco lkocale Giulia Zucchi ed il sindaco di Fontanellato Luigi Spinazzi. Il libro racconta la storia dell'amicizia, autentica e sincera, tra l'autore e il grande regista Bernardo Bertolucci. Un legame nato tra i banchi della scuola elementare e proseguito negli anni, nonostante la distanza e i numerosi impegni di Bertolucci, che non ha mai dimenticato le proprie origini, conservando sempre un forte rapporto con il territorio e con le persone della sua infanzia.
“Un incontro ricco di ricordi, emozioni e testimonianze – ha detto il sindaco Giulia Zucchi -che ha restituito il ritratto di un grande regista, profondamente legato alle proprie radici, nell'anno del 50°anniversatio dell'uscita del film Novecento, che trae ispirazione proprio dalla dimensione rurale vissuta dal regista negli anni della giovinezza”. Doveroso anche aggiungere che l’autore del libro, Alberto Minari, e Bernardo Bertolucci, si videro un paio di volte (come scritto nel volume) sul set di “Novecento” alle Piacentine e, nella prima occasione, gli scrisse un biglietto con indicato l’indirizzo di villa Longari Ponzone di Rivarolo del Re, che Bertolucci aveva affittato per soggiornarvi con alcuni attori.
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commenti
Michele de Crecchio
7 luglio 2026 23:27
Non ho mai ben capito per quale misteriosa ragione, al termine del lunghissimo film (ben quattro ore, che obbligarono i cinematografi a proiettarlo diviso in due distinte serate!), il regista Bertolucci avesse ringraziato, per la loro generosa collaborazione, come comparse, solo i contadini emiliani e non quelli cremonesi (e di Voltido in particolare!). A suo tempo mi stupì non poco, nel merito, la mancata protesta dei cremonesi. Non avendo più avuto occasione di rivedere il film, avanzo l'ipotesi (benevola) che tale errore sia stato poi corretto, ovvero (ipotesi più realistica) che ben pochi cremonesi, sfiancati dalla lunghezza della pellicola, avessero fatto caso alla singolare "gaffe" contenuta nei cosiddetti "titoli di coda" del memorabile film e che i pochi (come il sottoscritto) che se ne erano accorti non abbiano forse opportuno, allora, turbare, con una osservazione di dettaglio, l'entusiasmo quasi generale che accompagnò l'uscita pubblica del film.
Ben diversa attenzione, spero, abbiano poi meritato riscoprire le probabili fonti di ispirazione di certe particolari scene del film, non poche delle quali sembrano proprio tratte da particolari vicende ed esperienze cremonesi... ma questo è un altro discorso, probabilmente già affrontato in altre sedi e da persone di certo ben più informate di me.
giovanna Balestreri
8 luglio 2026 09:13
È strano che all'incontro non fosse presente una persona che conobbe molto bene Bertolucci e partecipò alle riprese, anche con brevi parti, insieme alla sua famiglua, vale a dire Gianfranco "Micio" Azzali di Pontirolo.