La secca del fiume rivela altri resti delle "Atlantidi del Po" sulle due sponde e il nostro passato. La loro storia
Da Polesine di San Vito a Cella, passando per Borgofranco. La grande secca del Po restituisce nuovi, importanti e significativi resti delle “Atlantidi del Po”, vale a dire quei borghi che, nel solco dei secoli, il vecchio Eridano si è portato via e, oggi, custodisce gelosamente restituendoli, di tanto in tanto, durante i momenti di magra, alla pubblica visione. Un giacimento ed un libro di storia il Po, che attraverso le sue secche, torna a restituire elementi e pagine del nostro passato che non devono morire. Si propongono, in questo servizio, le nuove e freschissime immagini di queste due “Atlantidi” e se ne ripropone la storia. Che è già stata scritta ma val la pena riprenderla e riportarla, affinchè sia conosciuta e tenuta viva. La stragrande maggioranza dei resti di Polesine di San Vito si trovano, oggi, nel territorio di Stagno Lombardo e, come ricorda Gaetano Mistura, ex sindaco di Zibello ed insigne storico dei nostri territori, negli anni Sessanta furono pubblicati su alcuni numeri della “Gazzetta di Parma” articoli aventi per argomento Polesine e il suo tormentato rapporto con il Grande fiume che qui, in diverse occasioni, ha imperversato, rendendo irriconoscibile la secolare morfologia sia del territorio, sia del tessuto urbano. Ne era autore il professor Vito Rastelli, docente di lettere e padre del mai adeguatamente rimpianto dottor Giancarlo, il celebre cardiochirurgo che con le sue tecniche innovative ha contribuito a salvare la vita di tanti bambini. Proprio quel Giancarlo Rastelli del quale, con una cerimonia in cattedrale a Parma presieduta dal vescovo monsignor Enrico Solmi, si è conclusa la fase diocesana del processo di Beatificazione e Canonizzazione (di cui è postulatore don Agostino Bertolotti, cremasco di Capergnanica e oggi parroco di Roccabianca). Il professor Vito Rastelli era padre, altresì, della professoressa Rosangela, scomparsa alcuni anni fa, docente di scuola media e giornalista raffinata, che sulle pagine della Gazzetta firmava articoli di costume e società riguardanti, in particolare, il mondo giovanile. Rastelli nei suoi scritti, avvalendosi dello studio di documenti d’epoca, ripercorre l’evoluzione del territorio di Polesine, che fino a metà del 1700 occupava quello che oggi è l’alveo stesso del Po, territorio che si estendeva tra i “Ronchi Pallavicino”, di fronte a Santa Croce, in terra emiliana, fino a Le Brancere, in terra cremonese. Era un grosso borgo Polesine che contava un duemila abitanti e poteva rivaleggiare, per popolazione, con Busseto. All’epoca il fiume correva più a nord rispetto ad oggi; se ne rinviene qua e là qualche traccia, segnata sulle mappe come “Po morto” e il suo vecchio fondale mappato come “fossadone”, ora interrato e coperto da vegetazione. Gravi e bizzarre furono nei secoli andati le deviazioni del corso del fiume anche a causa delle arginature, che quand’anche ci fossero, erano modeste per altezza e poco affidabili per solidità, dando così modo alla corrente di spaziare e irrompere in ogni dove, trascinando con sé tutto ciò che incontrava lungo il suo corso, comprese giare, sabbie, ma anche interi paesi, come nel caso di Polesine il cui toponimo può verosimilmente derivare dal latino “laesus a Pado”, ossia: leso, corroso dal Po. Il compianto professor Carlo Soliani nei suoi studi sul territorio (v. “Nelle Terre dei Pallavicino”) ne dà altre interpretazioni. Se è vero, come è vero che dopo una piena o a una serie di piene, il fiume può mutare il suo corso, non può stupire che un sedime già appartenuto ad una giurisdizione amministrativa, venga strappato e vada a depositarsi sulla sponda opposta, senza peraltro che ne venga necessariamente mutata l’appartenenza giurisdizionale.
Può anche accadere, come sottolinea ancora Gaetano Mistura, che in occasione di un evento eccezionale la violenza della corrente irrompa in una bassura e spezzi una terra che prima costituiva un unico sedimento. Questo è verosimilmente accaduto a Polesine dove ancora oggi una porzione del suo territorio, su cui corre anche una strada comunale, si trova oltre il Po, in sponda cremonese. Del resto, a due passi da Cremona si trova Bosco Ex Parmigiano, il cui nome già rimanda chiaramente alla storia. Rastelli racconta che del vecchio borgo di Polesine (Polesine di San Vito) facevano parte edifici importanti dal punto di vista istituzionale e religioso, come l’antico convento dedicato a S. Rocco e la chiesa. Poi, avendo un porto molto importante dominato dai Pallavicino e trovandosi sul confine di stati diversi come la Lombardia e vari ducati, vi era la dogana che doveva presiedere al controllo delle merci e al pagamento di dazi doganali, il palazzo pretorio, le prigioni per reprimere e punire le attività di contrabbando e di brigantaggio che non saranno certamente mancate. Fu a partire dalle grandi piene del 1386 e del 1394 che il Po nel volgere di poco più di quattro secoli finì per ingoiare l’intero borgo, più volte poi costruito e ricostruito, e con esso, per ben due volte a partire dal 1400, la chiesa parrocchiale (quella attuale è la terza). Poi l’autore riporta i suoi ricordi personali e racconta come da ragazzo alla vigilia della prima guerra mondiale si recava a vedere l’azione erosiva della corrente nei Ronchi Pallavicini, che, come si è detto erano prospicenti il paese di Santa Croce e anche nel Mulinello, “dove lo Stato aveva finalmente dato mano alle opere di difesa della sponda, nel quadro dei grandi progetti di incanalamento del fiume”. Alcuni lavori di difesa dalle piene, particolarmente di arginatura, erano già stati attuati in epoca napoleonica, specialmente dopo che a Piacenza nel 1811 era stato istituito un Magistrato del Po avente il compito di sovraintendere ed indirizzare tali lavori. La gente ancora oggi continua a ritenere «argini napoleonici» gli argini maestri, ma in realtà questi, sia pure in dimensioni ridotte esistevano già nel 1700, mentre in epoca napoleonica furono elevati e portati ad un maggior livello di sicurezza con i lavori eseguiti nel 1811. Dopo l’era napoleonica, e dal 1815, come ricorda sempre Mistura attingendo agli scritti di Rastelli, la cura degli argini e dell’alveo del fiume contro la corrosione vennero affidati a consorzi di cui facevano parte i proprietari dei terreni interessati con oneri di mantenimento a loro carico, ma generalmente assistiti da contributi erariali. Oggi queste funzioni sono prerogativa delle regioni vi si provvede attraverso l’Agenzia Interregionale per il fiume Po.
Nel Parmense, tra il 2010 e il 2011, nel tratto foce Ongina – foce Enza, la struttura arginale venne ulteriormente rinforzata e riallineata nella sommità, colmando gli eventuali avvallamenti che si erano andati formando nel tempo. Altri importanti lavori furono eseguiti dopo l’alluvione del 1951. In quell’occasione, oltre a rinforzare la scarpata dove ritenuto necessario, vennero ricostruite tutte le chiaviche. I lavori del 1811 erano i primi e più importanti per il consolidamento delle sponde e la tutela dei territori posti fuori dal fiume, ma la furia corrosiva proseguirà fino ai primi decenni del nuovo secolo (1900), spostando con capricciosa bizzarria ora di qua, ora di là il corso principale della massa d’acqua. “Nei Ronchi Pallavicino nei primi anni del ‘900 furono ancorate le ultime due molinasse – dice Rastelli – le cui ruote a pale erano mosse dall’impetuoso “filone” della corrente che da gran tempo batteva la riva”. Di lì a pochi anni però comincerà a far la sua comparsa la macchina a vapore, poi appena prima della guerra ‘15-‘18 il motore a scoppio, ricordiamo i rudimentali mezzi motorizzati che si vedono nei filmati d’epoca ed ancora, in rapida successione, l’energia elettrica e i mulini a cilindri. Per i mulini ad acqua, evidenzia a malincuore l’ex sindaco di Zibello, non c’era più storia. Quelli che furono i primi, arcaici mezzi meccanici capaci di sostituire il lavoro manuale e il lavoro animale, avevano ormai esaurito la loro funzione; d’ora in poi diverranno, come ultima destinazione, legna da ardere. L’agonia dell’antico borgo di Polesine, tuttavia, era proseguita per tutta la metà del 1800. L’azione erosiva fu tanto implacabile, che si dovette pensare ad una traslazione dell’intera borgata che venne ricostruita più a sud in zona più elevata e protetta da un argine che, benché avesse dato non poche preoccupazioni durante l’alluvione del 1951 e benché i nostri vecchi lo ritenessero poco sicuro: “l’e un arsan ca bala”, dicevano, dopo essere stato sottoposto a lavori di rinforzo, nel tempo, si è manifestato in grado di svolgere le funzioni che gli sono proprie.
Tornando alla remota Polesine, Polesine di San Vito, tra la fine del 1300 e i primi anni del 1400 il marchese Rolando Pallavicino dotò il paese di una rocca con funzioni sia militari che amministrative e residenziali. La sua collocazione a ridosso del “Porto de Polesene” e l’imponente torrione di cui venne dotata, rivelavano già di per sé l’importanza strategica che le veniva attribuita, a difesa del porto sul fiume, una via di comunicazione sulla quale si svolgevano attività (mulini, estrazioni di litoidi, boschi, oltre a transiti soggetti a gabelle e diritti di porto), tenzoni, fra Stati limitrofi e contrapposti, in continua lite non solo per il controllo delle acque, ma anche delle rigogliose pianure che stavano alle loro spalle, dominate da città come Fidenza e Cremona e più oltre Milano e Venezia. (Da: C. Soliani G.A. Allegri C. Capelli – “Nelle terre dei Pallavicino” – Il feudo di Polesine e i suoi Signori tra XV e XVIII secolo. Il 1528 e il 1547 sono date che segnano l’inizio di un profondo mutamento del corso del Po che gradualmente avrebbe portato alla scomparsa di una notevole parte del paese e il principio della rovina della rocca. Essa, per le sue dimensioni e la sua imponenza non passò inosservata, non tanto negli abitanti locali, ma anche fra quanti avevano modo di transitare per questo nodo commerciale (porto di Polesine). La rovina avvenne a partire dal 1547 e fu accompagnata da diverse testimonianze. Una in particolare, ricorda Gaetano Mistura, riteniamo debba essere riferita: “Mi ricordo bene” racconta Geminiano da S.Agata “quando il Po tirò giù parte della rocca, di notte appena (io ed altri) avemmo il tempo di uscire prima che ci cascasse addosso. Venti anni dopo (il fiume) tolse il resto della rocca. Crollò la parte di mezzo, “alla infine (il Po) menò via il tutto con la piazza, chiesa et altre terre et case che erano lì et mangiò l’argine di qua dalla rocca sin tanto che si accostò ai campi et ne tirò giù parte et fece un gran danno”. Altre rovine accaddero nei secoli successivi, almeno fino alla seconda metà dell’800. Certo, stiamo parlando di eventi che hanno avuto corso nell’arco di quasi un millennio. “Ma per il plurimilionario lento scorrere del fiume – sottolinea Mistura - questi accadimenti sono come un refolo di vento che ci passa sulla testa scompigliandoci un po’ i capelli. Ci corre l’obbligo di ringraziare, oltre il prof. Rastelli, il prof. Soliani e i suoi coautori dalle cui ricerche condensate nel compendio “Nelle terre dei Pallavicino” abbiamo attinto a piene mani. A loro un grazie riconoscente e, a quanti hanno avuto modo di leggere questa storia, le scuse più sentite se in qualche modo abbiamo riferito cose magari risapute, attinte da fonti a loro già note. Al Prof. Soliani – conclude Mistura - infine, ancora un doveroso grazie e un reverente saluto”. Attingendo sempre a piene mani alla storia va ricordato che un tempo, come ricorda anche Dario Soresina nella sua “Enciclopedia Diocesana Fidentina”, di Polesine ne esistevano di fatto due: Polesine dè Manfredi, situata nei pressi di Stagno Parmense e Polesine di San Vito, situata invece nelle immediate vicinanze dell’attuale Polesine Parmense. La prima (Polesine dè Manfredi) con chiesa dedicata a San Martino sottoposta alla giurisdizione della pieve di San Genesio (San Secondo Parmense) e l’altra con chiesa dedicata ai santi Vito e Modesto, sottoposta alla pieve di Cucullo (Pieveottoville) in diocesi, allora, di Cremona. Polesine dè Manfredi scomparve a causa delle erosioni create dal Po: il Della Torre, in un suo manoscritto del 1564 che elenca le chiese, i monasteri ed i benefici esistenti a quella data nella diocesi di Parma cita la sua chiesa quale “Ecclesia Polesini curata”, da molti anni occupata dai cremonesi aggiungendo la seguente postilla “Quae noncupabatur Polesini Manfredorum et erat in Parmensi, sed Ecclesia et tita villa fluit a flumine Padi consumpta et exportata: ideo de ea nulla est habenda ratio”. L’ultimo atto che faccia esplicito riferimento al paese è del 12 luglio 1219 (L. Astegiano: Codex diplomaticus Cremonae, vo.II, pag.137) e riguarda il pagamento di dazi al vescovo di Cremona, che esercitava nella zona anche potere temporale. Nell’opera dell’Astegiano tanti sono i riferimenti anche a Polesine di San Vito, a partire dal 1186, ma in nessuna delle pergamene comunali pubblicate è citata la sua chiesa, tradizionalmente ritenuta di antica fondazione. Bisogna arrivare alla bolla di Eugenio IV del 9 luglio 1436 che vederla figurare, per la prima volta, accanto alle chiese della diocesi cremonese, che erano sottoposte alla collegiata di Busseto, eretta su istanza di Orlando Pallavicino, feudatario del luogo, e da lui ampiamente beneficiata. La storia informa che la prima chiesa parrocchiale di Polesine di San Vito venne demolita nel 1400 perchè gravemente danneggiata dalle acque del Po. La successiva, costruita intorno al 1400 in sostituzione della precedente, fu a sua volta distrutta dalle acque del Po nel 1720. E’ tra l’altro certo che il Marchesato di Polesine e Santa Franca ebbe un castello, come informa anche Guglielmo Capacchi nel suo libro “Castelli Parmigiani”. Castello che era posto a difesa di quell’importante porto fluviale che si apriva immediatamente a nord ovest del “Palazzo delle Due Torri” (l’odierna Antica Corte Pallavicina). Fonti storiche alla mano, un duplice ordine di fortificazioni esisteva in Polesine poiché il trattato di pace e di alleanza tra il Duca di Milano Filippo Maria e il Marchese Orlando Pallavicino del 5 gennaio 1431 parla espressamente di “castrum et rocha Polesini” lasciando intendere che l’abitato intorno al porto era cinto di mura e difeso da una piazzaforte. Polesine di San Vito, nel corso dei secoli, di fatto fu due volte spazzato via dalle acque del Po (ed i resti sono quelli di cui si pubblicano le foto) e poi ricostruito. L’attuale paese è, in pratica, il terzo ed è stato realizzato a maggiore distanza dal fiume e, quindi, in un luogo più sicuro. Il tutto grazie all’iniziativa del marchese Vito Modesto Pallavicino, ultimo signore di Polesine, sepolto sotto il presbiterio dell’attuale chiesa dei santi Vito e Modesto. Per entrare maggiormente nelle pieghe della storia va ricordato che agli inizi del XVI secolo il fiume spostò il suo letto più a sud, fino a lambire le fondamenta della rocca, che nel 1547 crollò e la stessa sorte toccò pochi anni dopo anche alla chiesa costruita da Giovan Manfredo nei pressi dello stesso maniero Successivamente il fiume riprese il suo corso e il borgo di Polesine rifiorì, con la costruzione di abitazioni e di due palazzi marchionali; la situazione precipitò ancora agli inizi del XVIII secolo, quando il Po deviò nuovamente verso sud e, straripando, distrusse nel 1720 la cinquecentesca chiesa di San Vito e, alcuni anni dopo, il palazzo delle Fosse, residenza di Vito Modesto Pallavicino. Quest’ultimo finanziò i lavori di costruzione di una nuova chiesa (l’attuale) in una posizione più distante dalla riva, fulcro dello sviluppo successivo del paese. Vito Modesto morì nel 1731, nominando erede universale il “ventre pregnante” della moglie, che tuttavia partorì una femmina, Dorotea e, quindi, il feudo fu assorbito dalla Camera ducale di Parma, che lo assegnò, unitamente a Borgo San Donnino, alla duchessa Enrichetta d’Este, vedova del duca di Parma e Piacenza Antonio Farnese.
Il legame tra Polesine ed il fiume è sempre stato molto profondo, lo si intuisce fin dal nome stesso del paese, che potrebbe derivare dal latino “Laesus a Pado” , vale a dire “distrutto dal Po”. Scritta, questa, che era stata inserita anche nello stemma dell’ex comune di Polesine Parmense (fuso da alcuni anni con quello di Zibello). Stemma su cui comparivano anche il dio Eridano, personificazione del fiume Po, il castello a rappresentare il Palazzo delle Due Torri considerato il simbolo del paese; l’aquila e lo scaccato simboli dei Pallavicino, signori del luogo fino al XVI secolo. I resti che giacciono sulla riva di Stagno Lombardo, in zona Porto Polesine, raccontano dunque, ampiamente, la storia e sono ben visibili in questi giorni di straordinaria, storica magra del Po. Non è comunque escluso che parte di questi resti possano appartenere anche all’antico centro di Vacomare che, a sua volta, sorgeva nei pressi dell’odierna Polesine Parmense. Più a valle ecco che sono riemersi i poveri resti dell’antico borgo di Cella, una delle “Atlantidi del Po”, centro che da secoli è stato interamente “spazzato via” dal Grande fiume. Un luogo la cui origine trova le “radici” proprio a Casalmaggiore, prima di finire in terra parmense a causa dei continui mutamenti morfologici del fiume che lo ha poi “inghiottito”. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza, grazie alle ricerche sul campo, ed in fiume, condotte da due insigni storici colornesi, Paolo Affanni e Cesare Conti (che da anni portano avanti studi e ricerche, culminati anche in pubblicazioni, di straordinaria importanza per il loro territorio), di recente ha definitivamente indicato il sito archeologico di Cella e lo ha fissato sulle mappe ufficiali dei siti archeologici tutelati. Tutto ha preso il via nell’estate del 2022, in occasione dell’altra eccezionale magra del fiume, quando Paolo Affanni e Cesare Conti hanno colto l’occasione dell’eccezionale e storica magra del Po per effettuare ricerche direttamente sul fiume, rinvenendo l’isolotto su cui si trovano gli ultimi poveri resti del paese. Alla competente Soprintendenza (come tutti dovrebbero fare quando si rinvengono, anche occasionalmente, resti di antiche strutture e manufatti) hanno quindi segnalato il rinvenimento posto a settentrione di Sanguigna e a ponente di Sacca (Comune di Colorno). Sull’ isolotto sabbioso, in quella occasione, erano esattamente emersi i “resti di una costruzione” con mattoni giudicati “di fattura seicentesca/settecentesca” unitamente a frammenti di coppi e di “pavimentazione in ciottoli e cotto”. Un’area di diversi metri, anche sotto il pelo dell'acqua. La segnalazione è stata quindi corredata da brevi note storiche e da interessanti immagini cartografiche dalle quali si evince che il centro abitato di Cella fu travolto dalle acque del Po tra il 1760 ed il 1778 e la chiesa di San Donnino (che aveva in precedenza altre dedicazioni) risulta travolta nell’alveo maestro del Po nel 1767. I continui meandreaggiamenti del Po avrebbero portato la chiesa di Cella dal territorio casalasco (di Casalmaggiore) a quello parmense. Viceversa la "Capella de Cortecellis de Ultrapado" risulta ancora nell'anno 1230 nel pievato di san Genesio e quindi in diocesi di Parma (Ratio decimarum, Schiavi 1925, p. 31. resti di una costruzione" su un isolotto sabbioso). E’ stata, quella compiuta sul posto, una “tappa” fondamentale delle ricerche e degli studi condotti da Affanni e Conti restituendo così un pezzo importante di storia e dando modo così di indicare, con esattezza, la posizione dell’antico villaggio. Come hanno indicato loro stessi, ed è qui l’importante legame con Casalmaggiore, “La più antica testimonianza dell’esistenza della frazione di Cella risale all’epoca tardo medioevale: negli anni tra il 1185 e il 1215 si svolse un processo atto a stabilire la pertinenza della chiesa di S. Clemente di Cella alla pieve di S. Stefano di Casalmaggiore. Colorno e Casalmaggiore provenivano da quattordici anni di forti contrasti e da una pace siglata tra il 1183 e il 1188. Era facile quindi intuire la necessità di questo processo che alla fine volse a favore dei cremonesi. Il contendersi di Cella nasceva sicuramente dalle forti modificazioni del territorio dovute al lento e continuo spostamento del corso del fiume Po e dalla sua primitiva collocazione sulla sponda cremonese”. Il territorio di Cella, nonché il suo nome, erano legati profondamente all’influenza e al preponderante dominio dei monaci Benedettini di San Giovanni Evangelista che avevano fondato e costruito la loro “Grancia” a pochissima distanza dalla frazione. A Sanguigna, a Sacca e a Cella erano concentrati, infatti, gli sterminati possedimenti terrieri del monastero. Tra l’altro è doveroso ricordare che nella magnifica chiesa (badia) di Sanguigna, dedicata a San Salvatore, la pala dell’altare è di Marcantonio Ghislina (Casalmaggiore, 1676-Gussola, 1756). Furono gli stessi monaci a bonificare le dure terre vicine al Po e a costruire i primi deboli argini di contenimento delle sue acque. Affanni e Conti rimarcano quindi che: “Il nome di Cella e la sua sommaria posizione è indicata su carte cinquecentesche e seicentesche, soprattutto del famoso cartografo a servizio di Barbara Sanseverino e dei duchi Farnese, Smeraldo Smeraldi, che disegnò in più mappe la frazione indicandola con alcune case e una chiesa. Le frequenti piene del Po, unite alla continua erosione delle sponde dovuta alla non consona costruzione degli argini, provocavano continui mutamenti alla geografia del territorio posto tra il parmense e il cremonese. Inizialmente il paesino di Cella che si trovava, quindi, ad essere unito al territorio casalasco con il passare del tempo e i continui cambiamenti del corso del fiume finì per ritrovarsi a far parte delle terre del marchesato di Colorno. Alcuni documenti riportano il passaggio nel 1601 della piccola chiesa di Cella, già ricostruita probabilmente negli anni per i problemi legati al continuo spostamento delle acque del fiume, e dedicata a San Pietro Apostolo, alla diocesi di Borgo San Donnino l’odierna Fidenza. Tale chiesa compresa nel vicariato foraneo di Pieveottoville, divenne una rettoria, quindi dipendente da un’altra parrocchia”. L’elenco dei sacerdoti che operarono a Cella tra il 1600 e il 1767 è riportato sull’Enciclopedia Diocesana Fidentina di Dario Soresina conservata nell’Archivio della Diocesi di Fidenza. Nel diario del canonico della Collegiata di Santa Margherita di Colorno Costantino Canivetti è ripetuto spesso il nome di Cella, la frazione viene anche nominata relativamente ad un’alluvione del Po del 10 aprile 1627 che ne sommerse le case. “Anche nell’archivio parrocchiale di Colorno – aggiungono Paolo Affanni e Cesare Conti – sono presenti numerosi documenti che riportano il nome di Cella. Viene indicato tra tali documenti anche l’ultimo battesimo effettuato in un’abitazione privata della frazione nel 1764. A metà del settecento il problema dell’erosione cominciò ad essere preoccupante per gli abitanti della piccola frazione che contava allora una quindicina di case soprattutto concentrate nella zona adiacente alla chiesa. Le acque del Po continuavano ad avanzare verso il colornese; si erano infatti creati due rami distinti del fiume destinati ad allargarsi e ad unirsi in località Giarra di Coltaro”. I due studiosi ricordano e sottolineano con assoluta chiarezza che “Sono numerose le mappe conservate presso l’Archivio di Stato di Parma che raccontano l’evoluzione delle sorti di Cella negli ultimi cinquant’anni del ‘700. Proprio queste mappe riportate in pertiche parmigiane (antica misura di lunghezza che corrisponde a 3,27 m) ci indicano precisamente dove era ubicato l’abitato del paesino e non lasciano dubbi ad interpretazioni o supposizioni di altro tipo. La Villa di Cella di Colorno si trovava nella parte di territorio colornese compresa tra Sacca e Coltaro, a Est rispetto al canale Va e Vieni, a Nord-Est rispetto alla frazione di Sanguigna e a Nord della Grancia dei Benedettini di San Giovanni Evangelista di Sanguigna da cui distava circa 900 metri. Inoltre, per avere un’ulteriore punto di riferimento, la chiesa di S. Pietro Apostolo di Cella distava 1900 metri dall’attuale chiesa di S. Giorgio di Sacca. Come riporta il Gozzi, a servizio del duca Ferdinando di Borbone, in una mappa, a partire dal 1760 la frazione di Cella cominciò ad essere sommersa dalle acque, inizialmente ad essere interessata fu la zona dell’abitato più a Nord che comprendeva anche la chiesa principale. L’edificio ecclesiastico fu definitivamente sommerso e crollò nel 1767 insieme a gran parte delle case. Le carte testimoniano un continuo rincorrersi e affrettarsi nella progettazione e nella costruzione di nuovi argini per cercare di contenere questa incessante e inesorabile avanzata del Po. Ma contro la natura nulla ebbe effetto; rimase indenne ancora per alcuni anni una zona più a Sud che comprendeva una piccola porzione di territorio sulle mappe denominata La Pantera nella quale esistevano allora due sole case, e un altro terreno vicino al Canale Va e Vieni comprendente un piccolo Oratorio e una casa. “Tale situazione – spiegano sempre Affanni e Conti - è riportata oltre che sulle mappe dell’Archivio di Stato anche su una mappa del 1772 disegnata dal cartografo della Congregazione dei Cavamenti Giuseppe Abbati (conservata in collezione privata). Fu intorno al 1778-1779 che le acque del Po sommersero definitivamente quel poco che restava delle antiche case di Cella e anche quell’ Oratorio che aveva probabilmente supplito in quegli ultimi anni alla mancanza della chiesa di S. Pietro Apostolo già perduta in precedenza. Dopo il 1779 – proseguono i due studiosi – il Po cominciò a ritirarsi e ad invertire la rotta rispostandosi verso il territorio cremonese. Si crearono così larghi isolotti sabbiosi e lanche paludose. Anche nella zona in cui fino a pochi anni prima si trovava Cella iniziò un lento ritiro delle acque. Già nel 1785 la zona occupata dalla frazione si era largamente asciugata e si era quasi completamente trasformata in area golenale così com’è ancora in parte oggi. La Villa di Cella scomparve alla fine del Settecento dalla carte geografiche, scomparve alla vista di chi frequentava i territori colornesi lungo il Po e scomparve definitivamente dalla memoria della gente. Nel 1836 il vescovo Luigi Sanvitale fece alienare l’ultimo appezzamento di terra rimasto di proprietà della chiesa di Cella, che venne acquistato da un certo Giuseppe Ferrari di Colorno. Il ricavato fu destinato alla sagrestia della chiesa di S. Pietro Apostolo di Fidenza”. Nel 2022, ed ora di nuovo in questi giorni di luglio 2026, con la storica crisi idrica ed il conseguente grande abbassamento del livello delle acque del Po, è affiorato un isolotto, vicino allo spiaggione dell’Isola Maria Luigia e a poche centinaia di metri di distanza dalla Motonautica di Sacca. Su questi isolotto sabbioso si trovano i resti di una costruzione appartenente per ubicazione, ipotesi ampiamente avvallata dalle mappe precedentemente descritte, alla zona detta La Pantera porzione dell’abitato della frazione di Cella. Sull’isolotto sono presenti mattoni di fattura seicentesca/settecentesca insieme a frammenti di coppi e di pavimentazione in ciottoli e cotto. La stessa tipologia di resti era visibile, nell’estate 2022 ed oggi, anche sotto il pelo dell’acqua e si estendeva per qualche metro negli immediati dintorni dell’isolotto. Tale scoperta era stata ampiamente documentata, ad agosto, sulle pagine della Gazzetta di Parma facendo conoscere l’esistenza di quel piccolo paesino di fiume che quasi nessuno aveva mai sentito nemmeno nominare, destando grande curiosità. La Soprintendenza, grazie alla segnalazione dettagliata di Paolo Affanni e Cesare Conti, ha fatto il resto ed oggi, anche sulle mappe ufficiali, Cella è tornata, a suo modo, a “vivere”. Molto più a monte, in provincia di Pavia, sono invece ricomparsi i resti di Borgofranco, nel territorio di Suardi, nella Lomellina Meridionale. Borgofranco era un borgo medievale fondato tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo e definitivamente cancellato da una devastante alluvione nel 1808. Era fortificato, cinto da fossati, animato da voci di contadini e campane. Un tempo crocevia tra la Lomellina e il Piemonte, era un villaggio franco, esente da tributi, protetto da un castello e sorvegliato da una chiesa che portava il nome di Santa Margherita. Ma il destino, come noto, ha mani d’acqua. Il fiume, generoso e crudele, lo sommerse tre volte — nel 1801, nel 1808, e infine nel 1863. L’ultima piena fu definitiva ma già quella del 1808 fu devastante. Il borgo scomparve, inghiottito dal Po, e con esso le sue case, le sue mura e le sue storie. Gli abitanti fuggirono più a est, fondando un nuovo paese: Suardi. Eppure, nessuno lo dimenticò davvero. Col tempo, Borgofranco diventò leggenda. Si dice che, quando l’estate è arida e la luna piena illumina la notte, il borgo riemerge dalle acque. Come un fantasma di pietra, col fiume che lo tratta come un sudario e tornano visibili le fondamenta del castello, l’abside della chiesa, frammenti di selciato. Il fiume si ritira e lascia affiorare la memoria viva di un paese scomparso.
E in quelle notti, sostengono in tanti, animando la leggenda, qualcosa cammina sulla riva.
Pare si tratti di una donna in abito bianco, velata e silenziosa, che vaga tra i ruderi sommersi. Cammina lungo le tracce dell’antica strada, tra l’acqua e la nebbia, con occhi che scrutano l’orizzonte. La leggenda dice che fosse una giovane nobildonna del borgo, promessa a un cavaliere mai tornato dalla guerra. Attese, invano, fino al giorno in cui il Po la prese con sé. Da allora, torna ogni notte di luna, cercando ciò che ha perduto. Chi l’ha vista racconta di un canto lieve, di passi che non lasciano traccia, di un gelo nell’aria anche a luglio. Alcuni dicono che le sue lacrime cadono senza rumore nel fiume, e che se incroci il suo sguardo potresti perderti — non nel tempo, ma nella nostalgia di un mondo che non vuole morire. Perché Borgofranco, il borgo scomparso, vive ancora nel cuore del fiume, pronto a riaffiorare quando il silenzio è abbastanza profondo da ascoltare e da vivere. Come vivono, nel cuore del fiume, Polesine di San Vito, Cella, Polesine dè Manfredi, Vacomare, Tecledo, Brivisulsa, Isola dei Bozardi, Vulturnia, Caprariola, Carpaneta e Gambina, Barcello, Scurdo e Gurgo: tutti borghi che si trovavano tra il Parmense ed il Cremonese, da tempo inghiottiti dal fiume. Che un giorno tornerà, questo è certo, a coprire i poveri resti oggi arsi dal sole e continuerà a scrivere e a custodire la storia e, mentre si resta in silenzio ad osservare quei resti, tornano alla mente, mentre una lacrima scende, le parole di Don Camillo che, dalla sua chiesa sommersa dalle acque, durante una alluvione del Po (nel film Il Ritorno di Don Camillo del 1953) ebbe a dire: “Fratelli, sono addolorato di non poter celebrare l’ufficio divino con voi, ma sono vicino a voi per elevare una preghiera verso l’alto dei cieli. Non è la prima volta che il Fiume invade le nostre case. Un giorno però le acque si ritireranno ed il sole tornerà a splendere, e allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e con la tenacia che Dio ci ha dato ricominceremo a lottare perché il sole sia più splendente, i fiori più belli e la miseria sparisca dalle nostre città e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere, così tutto sarà più facile ed il nostro Paese diverrà un piccolo paradiso in Terra. Andate, io resto qui per salutare il primo sole e portare a voi, lontano, con la voce delle campane, il lieto annuncio del risveglio. Che Iddio vi accompagni. E così sia”.
Eremita del Po
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