10 luglio 2026

Con il Po sempre più in secca, a Isola Pescaroli riemerge il relitto dello storico traghetto. Le mitiche figure dei traghettatori

La straordinaria secca del Po, ormai ampiamente oltre gli 8 metri sotto lo zero idrometrico, col fiume che lentamente si avvicina a quote record, ha fatto riemergere un altro pezzo di storia. A Isola Pescaroli, a due passi del ponte “Giuseppe Verdi” è spuntato, come già accaduto a luglio del 2022, ciò che resta del vecchio relitto dello storico traghetto che un tempo, prima delle costrizione del ponte, faceva la spola e univa le due rive del fiume. Si tratta di uno degli ultimi traghetti rimasti in funzione sul medio Po.

Dell’attività si è occupato per molti anni l’indimenticato Natale Bia di San Daniele Po. Attività poi proseguita da Gino Barbarini fino alla soppressione del servizio, nel 1980, proprio con l’apertura proprio del ponte sul Po Giuseppe Verdi. Quello che collegava San Daniele Po e Roccabianca era un traghetto composto da due barconi in cemento coperti da un’ampia superficie in legno e, alla gestione, partecipavano le Province di Cremona e di Parma oltre ai Comuni di San Daniele Po e di Roccabianca.

Da tempo inabissato, e spezzato in due tronconi, proprio a due passi dall’attracco fluviale di Isola Pescaroli, rappresenta un pezzo di storia legato ad una attività ormai scomparsa, quella del traghettatore. Uno dei tanti mestieri che, un tempo, davano da vivere a intere famiglie sull’una e sull’altra sponda del Po; mestieri di cui oggi rimangono solo i ricordi, nei libri di storia locale e nelle memorie dei più anziani. Una attività che, tuttavia, chissà, se legata allo sviluppo del turismo fluviale potrebbe di nuovo dare nuove opportunità per coloro che dovessero decidere di investire sul fiume, sui suoi valori, sulle sue potenzialità e sul suo futuro. Credere, con i fatti, nei nostri territori, di qua e di là dal fiume, è e dovrebbe essere un impegno ed un obiettivo da perseguire in maniera unitaria, in ottica territoriale. Anche se, va purtroppo ammesso, mancano un po’ di “coraggiosi” che vogliano provare a puntare sul fiume come fonte di vita. 

Del relitto dello storico traghetto è riemersa solo una estremità, ma questo basta per andare a ripercorrere una pagina importante di storia locale.  Giusto ricordare, innanzitutto che, un tempo, ogni paese, piccolo o grande che fosse, aveva il suo traghetto. Nella sua forma più semplice veniva costruito con una barca o una zattera manovrata a spinta o a remi, ma dove era necessario trasportare carri pesanti o del bestiame, si usava il porto, vale a dire il traghetto formato da due imbarcazioni affiancate su cui era steso un palancato. Per i porti formati da due barche solitamente si usavano imbarcazioni superiori a otto metri di lunghezza, ad esempio barbòte, magàne o rascòne. Soltanto ad inizio Novecento si cominciarono ad utilizzare barche di ferro e, successivamente, chiatte in cemento armato. Queste imbarcazioni doppie hanno una storia lunga e importante, del resto si ha memoria che già in epoca medioevale si utilizzavano ponteselle con lo scopo di trasportare sia merci che truppe.

Tra le figure che caratterizzavano la vita quotidiana sul Po una delle più note era senza dubbio quella del traghettatore, detto anche purtiner o passatore. Sul Po, fiume largo e dalla portata assai variabile, le traversate nei momenti di piena erano delle piccole spedizioni dai tempi spesso incerti. Nel corso dei mesi invernali, con giornate quasi sempre caratterizzate da fitte nebbie, si perdevano i riferimenti delle sponde così come dei campanili e delle altre imbarcazioni in transito: ecco perché alcune cronache di viaggiatori del passato lo descrivono come un viaggio infinito.

Mitica figura di traghettatore è stata quella di Dante Spigaroli di Polesine Parmense, che faceva il tragitto tra Polesine e Stagno Lombardo. Sul suo traghetto un giorno salì anche la Regina Margherita di Savoia che sbarcò a Stagno Lombardo, con una storia in questo caso tutta particolare. Per parlare di Dante Spigaroli bisogna fare un passo indietro, a suo padre Luigi, da cui tutto ebbe inizio. Luigi e Dante, per tutti semplicemente Vigion, erano rispettivamente il nonno e lo zio dei fratelli Massimo e Luciano Spigaroli che, da anni, con il ristorante “Al Cavallino Bianco”, il relais Antica Corte Pallavicina e l’azienda agricola Fratelli Spigaroli, sono protagonisti in prima linea nella promozione e nella valorizzazione dei loro territori. Ad inizio Novecento la famiglia Spigaroli era affittuaria del podere Brolo di Polesine Parmense. Luigi, uomo d’affari, stanco di attraversare il Po in barca per andare a lavorare i terreni sull’isola fluviale della vecchia rocca (in sponda sinistra a due passi da Brancere e da Stagno Lombardo), si ingegnò a costruire il port, un traghetto formato da due barconi uniti da un asse in rovere, che permetteva ai carri di salire con gli animali. Data anche l’assenza di ponti nelle vicinanze, il traghetto divenne importante anche per trasportare persone e merci tra le due sponde, sfruttando il transito molto frequentato per Cremona.

Visto che per passare il Po era tra l’altro necessario parecchio tempo, la moglie Ginevra ebbe l’idea di allestire per le persone in attesa del traghetto due piccole baracche in legno sulle due sponde offrendo ai viaggiatori, con l’aiuto delle figlie, i loro salumi affettati assieme ad ottimo pane fatto in casa e al vino frizzante della Bassa Parmense. Attorno furono piantati pioppi e gelsi le cui ombre, in estate, procuravano refrigerio. Fu un vero successo con gente che non arrivava solo per passare il Po ma anche per incontrarsi nelle due baracche-osteria che venivano chiamate Lido. Si cominciarono così a friggere anguille, carpe, tinche, ambolina, ad affettare culatello, salumi ed a produrre i primi gelati della zona. Venne poi costruita una pista da ballo in cemento e d’estate arrivavano le orchestrine di campagna ad allietare le serate. Così, in poco tempo, la fama del Lidi arrivò nelle città vicine con gente che arrivava da Parma col treno a vapore, da Fidenza in bici o in calesse, da Cremona col traghetto. Nel 1940 scoppiò la guerra e la famiglia Spigaroli dovette abbandonare il podere. Nel 1943 le baracche furono occupate dai tedeschi per fare la guardia al fiume, gli uomini di casa Spigaroli finirono al fronte e il traghetto fu affondato. Tutto sembrava perduto ma così non fu perché, con la forza di volontà e l’amore per il fiume e per il territorio, sono poi nate le attività di famiglia. Tornando alla figura dello storico traghettatore Dante Spigaroli, questi aveva come suo prezioso collaboratore Marass, al quale è legata una storia davvero gustosa. Ve l’avevamo raccontata qualche tempo fa, ma val la pena riscriverla. Un giorno si presentò infatti, sul traghetto, un’auto di lusso che doveva essere trasportata a Stagno Lombardo. All’arrivo, quando l’autista scese per dare la mancia a Marass, questi nel vedere che a bordo dell’auto si trovava una bella donna chiese chi fosse. “Chi ela cla bela siura le?” chiese in rigoroso vernacolo (tradotto: “chi è quella bella signora lì?”) all’autista che subito gli rispose che si trattava della regina Margherita di Savoia. Marass a quel punto disse: “Cla’ scusa siura regina. Sa sava ch’l’era li a’m saress mess almeno li mudandi” (traduzione per chi non mastica il vernacolo: “Scusi signora regina, se sapevo che era lei mi sarei messo almeno le mutande”). Marass, come tutti i barcaioli, portava una camicia lunga, una cinturetta di corda in vita, senza braghe e senza mutande, perché quelle lunghe dell’epoca gli avrebbero impedito la libertà dei movimenti, e la libertà, si sa, è condizione irrinunciabile per gli indigeni di qui e anche se il vento faceva svolazzare la camicia, nessuno ci badava.

Nel ricordare, anche di recente, questa storia, l’ex sindaco di Zibello Gaetano Mistura ha detto: “Non conosciamo la reazione della regina, ma la storia è vera. Una storia padana che l’acqua fece rimbalzare di bocca in bocca, di casa in casa, di paese in paese, una storia delle tante che rivelano lo spirito terragno e anarcoide, geniale e pazzoide della gente di Po”. Marass è sempre stato un collaboratore irrinunciabile per Dante Spigaroli, uno dei sei figli di Luigi. Quest’ultimo aveva, tra i suoi amici, Lelio Guidotti e Angelo Balestrieri. Il primo lavorava al Magistrato per il Po; il secondo fu segretario comunale prima e sindaco poi di Polesine Parmense. Grazie anche a queste amicizie si riuscì a dar vita a Porto Polesine, di là dal fiume. Lo stesso Luigi acquistò inoltre il rimorchiatore Titina a Boretto e fu sempre un importante mediatore e uomo d’affari. Per concludere, dopo la guerra il servizio di traghetto riprese a funzionare con la Cooperativa Lelio Guidotti ed uno degli ultimi traghettatori fu Franco Tedeschi.

Anche la vicina Zibello (che ora con Polesine Parmense forma un unico comune) è stata terra di mitici traghettatori, come il leggendario Ciufana (al secolo Giuseppe Cavalli) e Roberto Arduini. A Ciufana (uno che, se lo chiamavi Giuseppe, non avrebbe nemmeno immaginato che ti rivolgevi a lui, perché per tutti era e resta “Ciufana”) il Corriere Emiliano (denominazione con cui uscì la Gazzetta di Parma tra il 1928 e il 1940, mantenendo comunque, come sottotestata, il nome originario) dedicò un interessante articolo. “Era Ciufana anche il nonno – ha ricordato di recente l’ex sindaco e grande storico locale Gaetano Mistura – tutta gente del Po. Ciufana padre – aggiunge Mistura – era un gigante che sembrava dominare il fiume. Quando con la sua barca a remi si staccava dalla riva per raggiungere l’altra sponda si poteva pensare che stesse sbagliando direzione, che avesse preso male la mira, ma per lui la corrente, il vento, la deriva non avevano segreti, sbarcava al punto di approdo senza sbagliare di un centimetro, anche nella notte più fonda. Se lo aveste chiamato con un fischio (perché così si chiamavano i barcaioli) per farvi traghettare sull’altra sponda, ve lo sareste visto arrivare, sudato ed esausto, in mezzo alla nebbia, ma pronto per portarvi sull’altra riva. Ciufana, mitico abitatore del fiume che, come una creatura mitologica metà uomo e metà pesce, poteva vivere sulla terra e nell’acqua, indifferentemente”. Non solo Ciufana, ma anche Roberto Arduini è stato, per molti anni, un importante e stimato traghettatore locale. A lui, il compianto giornalista e scrittore Elio Grossi, per tanti anni prezioso collaboratore della Gazzetta di Parma, nel suo libro “Uomini e mestieri di ieri e di oggi” aveva dedicato tutto un capitolo in cui lo stesso Arduini ricordava gli anni trascorsi a Casalmaggiore con gli spostamenti tra Cremona, Monticelli d’Ongina, Casalmaggiore, Pizzighettone (con trasferte, quindi, anche lungo l’Adda), Boretto e Guastalla. Quindi, il rientro a Zibello nel 1946 (dopo gli anni da prigioniero di guerra in Sud Africa) e l’ingresso come socio nella Cooperativa Trasporti Fluviali con cui si organizzavano le prime gite, di una sola giornata, da Zibello a Cremona (specie per la fiera di San Pietro). Tre anni dopo, quindi, dopo l’acquisto di un residuato bellico, il ritorno in proprio, come traghettatore, con collegamenti tra Zibello e la storica Tenuta “Della Zoppa” (sulla riva cremonese). In quel periodo, Arduini, trasportava quello che gli capitava, in particolare gruppi di giovani che, verso sera, si recavano a ballare di là dal Po. “Spesso – ricordava Arduini a Elio Grossi – si doveva trasportare anche l’orchestra ‘Perini’ di Pieveottoville. Poi si ritornava a notte fonda. A volte anch’io andavo a ballare con loro, ma il più delle volte ne approfittavo per andare a pescare, mia grande passione”. Conoscevo anche i posti proibiti. I guardiapesca erano a ballare anche loro. Guadagnavo più con un bello storione, che con una settimana di trasporti. Poi ogni giovedì a Zibello c’era il mercato. Al mattino presto mi portavo sull’altra sponda dove mi aspettavano, come al solito, frotte di massaie cremonesi con ceste di pulcini, anatroccoli e uova. Poi è arrivata l’alluvione (quella del 1951, ndr) che rompendo gli argini guastò tutta la mia ‘ragnatela’ privata. Poi i fuori-borgo, gli entro-bordo…tutte cose che mi hanno prima spazzato via, poi anche spiazzato…”.

Tutto perduto? Chi scrive queste righe è convinto di no. Sicuro del fatto che, nell’ambito di una promozione turistica del fiume, che sia rispettosa del suo ambiente e delle sue eccellenze, possa tornare attuale l’idea di promuovere servizi stabili, e quotidiani, di traghetto, che possano ad esempio portare le persone a frequentare di nuovo le fiere ed i mercati settimanali dell’una e dell’altra riva. Magari anche dando vita a nuovi mercati agricoli, legati alla terra e al Po. Uno degli ultimi servizi di traghetto rimasti in funzione è stato proprio quello che collegava San Daniele Po a Roccabianca, di cui la magra sta restituendo i resti, “custoditi” dal fiume. Tra le figure di traghettatori passate alla storia non si può dimenticare il leggendario Pasquino Soriani, mantovano, da tutti ricordato come Pacale che, durante la sua esistenza, traghettò migliaia di persone e, soprattutto, durante l’alluvione del 1951, salvò una sessantina di persone che stavano per annegare.

A Cremona è passato alla storia Teuta e qui si va agli anni Venti del Novecento quando, in estate, venivano traghettati i bagnanti nei pressi delle Colonie Padane, mentre a Crotta d’Adda, fino agli anni Settanta, è rimasto attivo, col suo traghetto, Orlando Grilli. Infine, andando ancora più indietro nel tempo, altra storica figura è stata quella di Pietro Pecchioni (Sarmato 1828, Parma 1908), garibaldino e barcaiolo, costruttore di barche e traghettatore del Po.

Gaetano Mistura, ex sindaco di Zibello, insigne studioso di storia locale qualche anno fa si è anche recato personalmente al cimitero della Villetta, rendendo omaggio a Pecchioni di cui si parla ampiamente nel “Dizionario biografico dei parmigiani illustri” di Roberto Lasagni. Grazie proprio alla fondamentale collaborazione di Gaetano Mistura è possibile mettere nella giusta evidenza la figura del Pecchioni che nacque da Luigi, costruttore di barche e traghettatore sul Po. Seguendo il mestiere del padre, il Pecchioni ebbe modo sin da giovane di trovarsi a contatto colla numerosa schiera di esuli e di patrioti che passava clandestinamente il confine, per portarsi in Piemonte o in terra straniera. A vent’anni il Pecchioni si arruolò nelle guardie di Finanza del Ducato, corpo che accolse molti simpatizzanti del movimento mazziniano, tra cui diversi affiliati della Giovine Italia. Fu destinato, come doganiere, al porto di Sacca, presso Colorno, a due passi quindi da Casalmaggiore. Partecipò alle più rischiose imprese che i mazziniani prepararono per sollevare lo Stato parmense, governato da Carlo di Borbone. Alla congiura contro Carlo di Borbone il Pecchioni partecipò attivamente: fu tra coloro che, appostati presso la Porta di San Michele, avrebbero dovuto (21 marzo 1854) attentare alla vita del Sovrano. Il Pecchioni fu affiancato da un’altra guardia di finanza, Luigi Facconi, entrambi armati di stili fabbricati dal fabbro Pelagatti. Il duca doveva transitare di là per recarsi a Modena, secondo informazioni avute dal postiglione ducale Pattini, confidente dei congiurati. Ma la carrozza passò troppo rapida e il colpo mancò. Il Pecchioni riuscì ad allontanarsi e a riprendere il suo posto a Sacca. La domenica successiva (26 marzo), giorno fissato per un nuovo attentato, si portò di nuovo a Parma e si appostò con gli altri congiurati lungo il presumibile cammino che il duca avrebbe dovuto fare per rientrare a palazzo dopo la consueta passeggiata lungo lo Stradone. Raggiunta strada Santa Lucia (oggi via Cavour), all’altezza della chiesa omonima, Carlo di Borbone venne pugnalato da Antonio Carra, appostato nella via con Ranzoni. Il Pecchioni anche quella volta si eclissò subito, rivestì la divisa e tornò al suo servizio di doganiere. Il Pecchioni partecipò anche all’insurrezione del 22 luglio, che, per incapacità dei capi, per mancanza di organizzazione e per leggerezza degli iniziatori che non seppero nemmeno tenere segreta la cosa, venne al suo nascere soffocata nel sangue. Il Pecchioni combatté nei pressi della caserma della guardia di Finanza e riuscì a sfuggire all’accerchiamento delle truppe. La repressione fu feroce. Due soldati, Mario Bacchini di Borgo San Donnino e Baldassarre Poli di Parma, che avevano fatto causa comune con gli insorti, furono immediatamente fucilati. Gli altri tredici morti della giornata furono vittime della ferocia delle truppe. Numerosissimi furono gli arresti, tra cui quello di Emilio Mattei che venne catturato gravemente ferito alle gambe. Alla gendarmeria ducale non sfuggì il contributo dato alla sommossa dalle guardie di Finanza e il 27 luglio vennero arrestati diversi militi di quel corpo, tra i quali il Pecchioni e l’Adorni. Seguirono le feroci inquisizioni del Krauss, chiamato appositamente da Mantova come esperto in quel genere di istruttorie. Il 5 agosto vennero fucilati Mattei, Adorni, Facconi e Boncompagni. Il Mattei, non potendosi reggere sulle gambe fratturate, venne fucilato legato a una barella sollevata in alto. Nel secondo gruppo di inquisiti vi fu il Pecchioni, accusato di aver partecipato non solo alla sommossa ma anche alla congiura contro il Duca. Per un mese tenne fronte agli spietati interrogatori dell’inquisitore austriaco che, per strappargli la confessione, lo sottopose alla tortura delle bastonate. Con sentenza del 9 settembre, assieme agli altri correi, venne dichiarato colpevole di crimine di cospirazione contro lo Stato e condannato ai lavori forzati a vita, mentre Davide Franzoni e Alessandro Borghini vennero fucilati. I condannati vennero consegnati all’Austria e tradotti nel castello di Mantova. Il Pecchioni entrò nel carcere apparentemente rassegnato, ma col deciso proposito di evadere. Con ben simulata tranquillità, riuscì a vincere la naturale diffidenza del personale di custodia e ad accaparrarsi la simpatia del cappellano, che lo prese con sé come chierico. Fu pure addetto al servizio nella cucina e a segare la legna nel magazzino: ebbe così modo di studiare la topografia del luogo e di orientarsi per preparare la fuga. Una parete del magazzino, coperta da una grande catasta di legno, era costituita da un muro esterno del Castello, rivolto verso il lago. Accordatosi con altri due reclusi, delinquenti comuni, che gli erano compagni nel lavoro, cominciò ad aprire un varco nella catasta, arrivando in breve al muro di cinta. In seguito, mentre a turno due segavano rumorosamente la legna, l’altro sgretolava con mezzi di fortuna il muro. Dopo diverse settimane di lavoro, la breccia fu ultimata. Il Pecchioni, fidandosi della sua agilità e della sua abilità di nuotatore, si gettò nell’acqua e, con poche bracciate, seguito dai due compagni d’evasione, riuscì a raggiungere un vicino canneto e a nascondersi. Il Pecchioni si diresse poi verso il Po, che varcò a nuoto rientrando negli Stati parmensi. Giunto a Parma, riuscì a mettersi in comunicazione con Clemente Asperti e Andrea Maturini, patrioti, presso cui si rifugiò. Dopo pochi giorni lasciò Parma e si diresse a Genova con una lettera di raccomandazione per Nino Bixio, che lo prese come suo attendente, che servì fedelmente per tre anni. Nel 1859, arruolatosi nei Cacciatori delle Alpi, combatté valorosamente a Varese e a Treponti contro le truppe dell’Urban. Nel 1860 il Pecchioni fu di nuovo a Genova, e il 5 maggio si trovò a Quarto nella schiera dei Mille, assegnato alla seconda compagnia comandata da Vincenzo Orsini. A Talamone si staccò dal grosso della spedizione per far parte della colonna Zambianchi, equipaggiata, prima di ogni altra, di armi e camice rosse. La spedizione, attuata a scopo diversivo, si concluse infelicemente dopo pochi giorni: il piccolo drappello, un centinaio di uomini cui si erano aggiunti i 90 volontari partiti da Livorno con Andrea Sgarallino, scontratosi coi pontifici appena varcato il confine, venne sconfitto alle Grotte di Castro. Dopo la sconfitta di Castro, alcuni dei volontari garibaldini vennero fatti prigionieri e altri si sbandarono, cercando di raggiungere in qualche modo Garibaldi. Tra questi ultimi vi fu il Pecchioni che riuscì a tornare a Genova, in tempo per partecipare, col grado di sergente, alla seconda spedizione Medici e a battersi poi valorosamente a Milazzo e al Volturno. Sciolto l’esercito meridionale, il Pecchioni ritornò a Parma dove fu assunto come guardia municipale. Si sposò con una fruttivendola che conduceva un piccolo negozio nell’Oltretorrente, dalla quale ebbe dodici figli. Quando fu collocato in pensione, non bastandogli il modesto assegno comunale né quello dei Mille, ebbe in concessione il laghetto del giardino pubblico di Parma, industriandosi a guadagnare qualche soldo dando a nolo le barche. Una vera e propria epopea, quella dei traghettatori.

Una storia importante e preziosa, quelle di una attività che potrebbe portare nuovo lavoro, nuova linfa e nuova vitalità, sul fiume: anche per quello sviluppo turistico di cui tanto si parla ma anche ha bisogno di uno slancio vigoroso.

C’è poi una chicca conservata nel Museo della civiltà contadina Giuseppe Riccardi di Zibello. Un museo che, unito a quello dei reperti bellici e al “Cinematografo” (museo del cinema), tutti ricavati all’interno dell’ex convento domenicano, meritano una visita nei fine settimana d’estate così come in quelli autunnali. Proprio all’ingresso del museo della civiltà contadina spicca un manifesto, di quasi cento anni fa, datato primo aprile 1923, del Consorzio pel Servizio di traghetto sul Po fra Zibello e Pieve d’Olmi. In questo avviso pubblico, l’allora sindaco di Zibello informa che “in seguito alla sistemazione della strada portuaria in territorio di Pieve d’Olmi, nonché alla costruzione di un natante della portata di 5 cavalli e 5 carretti a 2 ruote, da oggi è stato ripreso il servizio di Traghetto sul Po fra questo Comune e quello di Pieve d’Olmi, da tempo rimasto inoperoso per difficoltà di comoda viabilità. Chiunque voglia usufruire di tale passaggio – si legge ancora – troverà il servizio pronto e inappuntabile”. Nell’avviso si annuncia quindi che il passaggio di pedoni e veicoli, dall’una all’altra sponda, si effettuerà ogni giorno con imbarchi da Zibello alle 5.30, 9.30, 14.30 e 17.30. Gli imbarchi da Pieve d’Olmi, invece, alle 7, 11, 14 e 19. Nel manifesto sono qui riportare tutta una serie di tariffe. Si va dai 60 centesimi per un pedone senza carico alle 20 lire per macchine trebbiatrici a vapore per frumento, melica ed altri prodotti agricoli; motori a scoppio per aratura e segatura camions e conduttore. Restando in tema di navigazione e di passaggi tra le due sponde resta vivo anche un bel pezzo di storia che vede coinvolti anche i parenti del maestro Giuseppe Verdi e la storica osteria di Ongina che è, ancora oggi, sede di una osteria che è un caposaldo della cucina gastrofluviale ed è considerata parte integrante della frazione di Vidalenzo. Una località che, proprio grazie alla presenza del fiume Po e dello stesso torrente Ongina, ha visto svilupparsi nei secoli, non solo una osteria ma anche infrastrutture portuali che hanno sempre collegato le due sponde e, in questo lembo di terra, gli “intrecci” tra parmense, piacentino e cremonese sono tanti. In passato l’osteria era una proprietà camerale e doveva rispondere principalmente alle necessità di ricoverare le merci e mettere a disposizione dei passeggeri alcuni locali, tra cui camere, magazzini, stalle e portici oltre a fienili. All’inizio del XVIII secolo, come si legge nel libro “Il nipote dell’oste” di don Amos Aimi e Angela Leandri dato alle stampe nel 1998 e da considerarsi a tutti gli effetti una “miniera” di informazioni storiche che riguardano non soltanto la famiglia Verdi ma l’intero territorio posto tra Bassa Emiliana e Bassa Cremonese, in seguito all’intensificarsi dei passaggi fluviali, sorse l’esigenza di aprire anche una bottega all’interno dell’osteria che era gestita da un gruppo di imprenditori della zona, tra i quali Vincenzo Verdi, avo del maestro Giuseppe Verdi (era esattamente fratello di Marc’Antonio Verdi, bisnonno del Cigno di Busseto). Erano tutti barcaioli e, a causa della loro attività e del loro impegno, suscitarono invidie da parte dei responsabili del vicino porto di Polesine. Invidie sfociate in colpi di carte e notifiche. Vincenzo Verdi, oste dell’Ongina, è ricordato come uomo molto intraprendente ed abile negli affari, attento ai clienti, specie i più facoltosi, amico di uomini influenti e di preti, su tutti l’allora parroco di Sant’Agata don Girolamo Fava (classe 1721, guidò Sant’Agata dal 1749 al 1781  prima di essere trasferito a Spigarolo dove dal 1889 al 1896 fu poi parroco don Giovanni Avanzi, intimo amico di Giuseppe Verdi e delle sorelle Giuseppina e Barberina Strepponi). Tra i documenti dell’epoca se ne conserva uno, negli archivi, di cui si parla sempre nel volume “Il nipote dell’oste” di don Amos Aimi e Angela Leandri. Documento che rende conto di un tentativo di frode al Dazio proprio da parte di Vincenzo Verdi ed in cui si legge: “per una sella da cavallo, fornita con le sue staffe di ferro, staffili, borse d’avanti, pettorale, croppiera, cossino sotto alla detta croppiera, cingia e centurini di corame nero con bardella di vacchetta rossa con lavori puntati di bianco, e chiodine d’ottone con il sedile coperto di pelle gialla, copertina usata di panno verde, fodrata di tela pure usata, qualche tela al di dentro, quanto al di fuori, e tutta rimontata di nuovo”. Il 10 luglio 1763 le guardie della Ferma Generale effettuarono una precisa ispezione nell’osteria controllando anche le bollette dei pagamenti fatti di dazi “di molte robe venute da Cremona e da Pontremoli” e scoprirono una bella sella (quella descritta) per la quale Vincenzo Verdi non possedeva la bolletta del dazio versato. Ecco allora che l’oste si inventò uno stratagemma riferendo alle guardie che la sella era del parroco di sant’Agata don Fava che aveva mandato la sella a Cremona per farla sistemare e che il sacerdote non poteva immaginare che per una cosa simile fosse necessaria la denuncia. La sella fu comunque portata alla dogana di Busseto alla quale il Verdi si rivolse per sapere se veramente era soggetta a pagamento del dazio e ribadì che l’oggetto apparteneva al parroco di Sant’Agata rimarcando che “un sellaro di Cremona” gliela aveva riconsegnata affinchè la restituisse poi all’arciprete. Gli fu quindi letta la “Grida per l’arte di pellizzari e guantari” che prevedeva il pagamento e la notificazione. In “aiuto” dell’oste e del prete intervenne anche un colonnello, rivendicando come propria la sella e sostenendo di aver incaricato don Fava di acquistarla a Cremona, con l’accordo di non procedere al pagamento. Ma il doganiere, anche all’ufficiale, ribadì la grida e che quindi Verdi, omettendo la denuncia, aveva frodato il dazio. Il giorno seguente intervenne quindi lo stesso don Fava assicurando che la sella non era sua ma di un arciprete segretario del colonnello Odofredi di Cremona e che quel prete l’aveva consegnata a Verdi per affidarla al parroco di Sant’Agata. Nonostante questo i due non vennero creduti, nessun sacerdote cremonese si fece vivo e così la sella venne venduta all’asta e a Vincenzo Verdi furono inflitte “le pene comminate nelle Grida”. Dodici anni più tardi, nel 1775, l’osteria di Ongina venne subaffittata a Giuseppe Verdi. Ma come poteva essere possibile, si chiederanno i più, se il maestro è nato nel 1813? La risposta è semplice. Quel Giuseppe Verdi era il nonno del celeberrimo musicista e compositore. Gli venne subaffittata da Marco Levi, ebreo di Busseto con un contratto molto minuzioso ed in quel luogo il Verdi concentrò tutta la sua attività. Il nonno del maestro è ricordato come persona dotata di grande coraggio e forza d’animo, che cercò fortuna sul Grande fiume grazie ad un battello acquistato insieme ai nipoti Cristoforo e Francesco. Dovette anche affrontare importanti sfide a causa sia delle “minacce” delle acque del Po che per la difficoltà date dalla concorrenza, talvolta sleale, di altri lavoratori portuali. Soprattutto fu costretto a rivolgersi alle autorità perché, a suo dire, il “portinaro” della vicina Soarza usciva spesso dalle sue acque territoriali andando a caricare e scaricare anche nelle acque del porto di Ongina. Per i traffici sul fiume era fondamentale la protezione del doganiere o del daziere che, in un piccolo centro come quello di Vidalenzo, era visto con sospetto. La sua era una professione tanto delicata quanto autorevole che gli permetteva anche di effettuare favori che potevano portate prestigio o comunque importanza alla sua famiglia. All’epoca avere una sedia personale o un banco in chiesa per la propria moglie era già qualcosa di importante, e il doganiere locale, Giuseppe Allegri, ci riuscì. Tornando alle vicende di Giuseppe Verdi (nonno del maestro) sul fiume, ecco che nel 1777 il suo battello proveniente dal porto di Ongina, in viaggio sul Po verso Parma carico di frumento e grani per il grande mercato della città ducale, all’altezza del porto di Sacca di Colorno ebbe una pesante collisine con una grossa barca del “portinaro” Matteo Pizzadini e di tal Lanzano. A causa della violenza dell’urto il battello perse buona parte del suo carico nel fiume, si incurvò e subì pesanti danni con tanto di strascico giudiziario. In un solo colpo Verdi perse il battello ed il suo prezioso carico; un durissimo colpo per una famiglia che viveva comunque in povertà e pare che da quel momento l’oste abbia rinunciato ai suoi tradizionali traffici sul Grande fiume. Il capitale a sua disposizione, l’eccellente posizione dell’osteria, il carattere deciso, non diedero i frutti sperati nonostante l’osteria di Ongina fosse tra le più promettenti. Doveva purtroppo fare i conti, l’oste con uno Stato Borbonico in declino, dove una burocrazia complessa e inerte lasciava rovinare i beni camerali ed i lavori che il nonno di Verdi chiese evidenziandone la necessità, ma non andarono mai in porto. Verdi era un oste dotato di capacità e intraprendenza ma i risultati dell’osteria di Ongina furono per lui una delusione e anche il Po, che in passato gli era stato “amico” di fatto gli diede il colpo di grazia cambiando il proprio corso, abbandonando l’osteria tra banchi di sabbia finissima. Levi, affittuario dell’osteria, pressato da Verdi, nel 1780 ricorse alla Regia Amministrazione di Parma lamentandosi del fatto che l’osteria non dava profitto e chiedeva di sostenere l’interesse privato, altrimenti la Regia Amministrazione delle Finanze ne avrebbe risentito. Rimarcava anche i problemi ed i disagi causati dal Grande fiume che aveva mutato il suo corso col risultato che, di fatto, il Po insabbiò il porto dell’Ongina e nel 1781 il nonno del maestro lasciò l’osteria di Ongina per quella della Roncole: la stessa in cui nel 1813 nacque il Cigno. I due non si conobbero mai; infatti il nonno del maestro morì improvvisamente, all’età di 50 anni, nel 1798, nei pressi del monastero dei Frati Minori Francescani di Busseto e le esequie furono celebrate dall’allora parroco di Roncole, don Giuseppe Mezzadri, nativo di Monticelli d’Ongina (fu anche parroco a San Giuliano Piacentino). Nel 1807 morì poi Francesca Bianchi (nonna del maestro Verdi) dopo una lunga malattia ed i funerali furono celebrati a Madonna Prati. Storia e storie della gente dei lavoratori del fiume, che la secca sta restituendo. Un fiume che, in piena e in magra, continua, nel solco del tempo e della storia, a raccontare il passato della sua gente, dei suoi borghi, dei suoi popoli.

Eremita del Po

Paolo Panni


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Jim Graziano Maglia

10 luglio 2026 12:27

L' ho appena letto ..Pareva quasi che tu lo sapessi..! Ricordo bene quei barconi e la traversata che partiva difronte al mitico "Barbarini",tra l'altro originario di Motta,se non sbaglio....Io sono tra i tanti traghettati che esploravano con tanta curiosita' e desiderio di scoperta! Era come andare veramente in un altro mondo o per lo meno quelle erano le sensazioni che provavo da ragazzo..Il Piccolo Mondo di guerreschiana memoria! E con il loro riemergeno, grazie alla spaventosa secche attuale del Po, visi, voci ,luoghi,merende ecc., e con loro quell' indimenticato periodo giovanil-adolescenziale..E tante Emozioni! Quelle che ora grazie alla velocità dei ponti (quando funzionano..!) di internet e di dintorni..sono diventati,a parer mio, "anonimi" e quasi del tutto dimenticati..Pertanto grazie mille ancora Paolo che attraverso il tuo ricco, didascalico e appassionato racconto (non solo un articolo), e la secca del grande Fiume(!)il passato è come "risuscitato", unitamente a quei ricordi che indelebili resteranno per sempre. Complimentissimi e grazie ancora magnetico Eremita del Po!