Con le piogge, minima boccata d'ossigeno per il Po "risalito" da -8,15 a -7,87. Ma cresce la preoccupazione e il Veneto dichiara lo stato d'emergenza
Una minima “boccata d’ossigeno” per il fiume Po che, dopo i temporali che negli ultimi giorni hanno interessato il Nord Ovest ha guadagnato una trentina di centimetri e, all’idrometro di Cremona, almeno per il momento è sparito il preoccupante meno 8 sotto lo zero idrometrico.
Il fiume, che nello scorso fine settimana era sceso fino a 8 metri e 15 centimetri sotto lo zero idrometrico (piazzandosi a quasi 40 centimetri dal record di meno 8,52 del luglio 2022), è risalito leggermente, beneficiando appunto delle precipitazioni, arrivando oggi a 7 metri e 87 centimetri sotto lo zero idrometrico. Una magra “consolazione”, verrebbe da dire, visto che in queste condizioni una trentina di centimetri sono purtroppo ben poca cosa. Ne guadagnerà altri, grazie a un po’ di acqua in arrivo da monte, ma la situazione, per essere ad inizio luglio, resta critica e allarmante e quello che ha guadagnato potrebbe facilmente perderlo da qui a pochi giorni. La magra resta del tutto evidente e per le temperature è attesa una nuova risalita.
Nel frattempo la vicina Regione Veneto ha dichiarato lo stato di emergenza regionale. Il presidente del Veneto, Alberto Stefani, ha firmato l’ordinanza ad hoc con la quale viene dichiarato lo stato di emergenza regionale su tutto il territorio, a seguito delle anomale condizioni idrologiche e idrauliche riscontrate in particolare nel territorio del Distretto del fiume Po, e del rischio di risalita del cuneo salino. “La decisione - informa la Regione - è stata assunta alla luce della presenza verificata di deficit di precipitazioni in particolare a partire da marzo (-21%), peggiorato in aprile e ancora sotto media storica a maggio. Al 31 maggio scorso, l'intero anno idrologico ha presentato un deficit del -28%, pari a quasi 2,4 miliardi di metri cubi di acqua mancanti”. C’è anche da aggiungere che nonostante un inverno caratterizzato comunque da piogge importanti l’Italia, in particolare il Nord Est d’Italia, oggi soffre la siccità. La cronica mancanza di infrastrutture, in particolare bacini e invasi, ancora una volta non ha consentito di immagazzinare le risorse idriche portate dalle precipitazioni e in questo modo circa un miliardo di metri cubi d’acqua tra i mesi di marzo e maggio sono defluiti serenamente verso il mare.
È questa la denuncia che il primo luglio, a Roma, ha portato avanti l’Anbi, associazione nazionale dei consorzi di bonifica, nel corso della propria assemblea. L’Anbi associa 141 Consorzi di bonifica e irrigazione e gestisce oltre 19 milioni di ettari (circa il 64% del territorio nazionale) soprattutto in pianura e bassa collina e oltre 231mila chilometri di canali irrigui e di scolo e in base a questi numeri è in grado di fornire in tempo reale un bilancio delle risorse idriche del Paese. “In Italia – spiegano dall’Anbi - il periodo da novembre scorso ad oggi è stato denotato da una marcata anomalia climatica con fenomeni estremi, caratterizzati da piogge torrenziali e siccità, temperature inusuali e perturbazioni violente; dal 1° Gennaio scorso sono state ben 1029 (+40%) le località interessate da eventi meteo di forte intensità con aumento di anomali fenomeni meteorologici: in particolare, ci sono già stati 584 eventi con grandine eccezionale contro i 236 dell’intero 2025 e 80 tornado, cioè 10 in più dell’anno scorso”. «Ma la perdurante insufficienza di invasi – ha spiegato il presidente di Anbi, Francesco Vincenzi - non ha permesso di raccogliere buona parte della pioggia caduta sul Nord nei mesi di gennaio e febbraio. Nel solo Veneto, dove il comparto agricolo è già ora in sofferenza. Una situazione grave che va affrontata. Il Piano Invasi Multifunzionali da noi proposto con Coldiretti insieme all’efficientamento della rete idraulica, devono diventare scelte strategiche per il futuro del Paese».
Una criticità ben espressa dai numeri visto che l’Italia con l’attuale rete infrastrutturale è oggi in condizione di trattenere appena l’11% delle precipitazioni che ogni anno arrivano sul territorio nazionale. Senza dimenticare che l’Italia spende mediamente 3 miliardi e mezzo all’anno per riparare danni da eventi naturali ai quali si aggiungono, da un quadriennio, 4 miliardi per rifondere i danni dovuti alla siccità. Dati che, da soli, dovrebbero spingere a investire su pluriennali di interventi d’adattamento. Va anche considerato che sul fronte irriguo, con il PNRR sono stati infatti realizzati 258 interventi strutturali finanziati con 1,6 miliardi. «Chiediamo alla politica di dare fattiva attuazione a volontà ripetutamente espresse per quanto riguarda sia il Piano Invasi Multifunzionali ANBI Coldiretti che il PNIISSI, cioè il Piano Idrico Nazionale: si tratta di accelerare gli iter per mettere realmente a disposizione le pur limitate risorse in favore di progetti già cantierabili – ha detto Massimo Gargano, Direttore Generale di Anbi - La finestra di aggiornamento del PNIISSI, aperta tra Novembre 2025 e Gennaio 2026, ha consentito di raccogliere ed aggiornare un patrimonio progettuale, sviluppato dai Consorzi di bonifica ed irrigazione sull’intero territorio nazionale: si tratta di 277 progetti per un valore complessivo di 7,3 miliardi di euro. E’ un insieme organico ed integrato di interventi, che costituiscono un riferimento concreto per le future programmazioni finanziarie, nazionali ed europee, dedicate alle infrastrutture idriche ed all’ accumulo dell’acqua».
Sullo sfondo, in tema di cambiamento climatico, c’è un’altra emergenza che rischia di provocare danni rilevanti, soprattutto a un Paese come l’Italia, è l’emergenza neve. Le temperature eccezionalmente miti durante la stagione autunno-vernina – spiegano ancora all’Anbi - hanno condizionato le riserve nivali nelle regioni alpine, facendo mancare, già dall’inizio di giugno, il prezioso apporto idrico generato dallo scioglimento delle nevi. In Lombardia il deficit nell’indice SWE (Snow Water Equivalent) si è a lungo aggirato su valori superiori al 60%; in Veneto, la neve era presente già da maggio in sporadiche chiazze solamente al di sopra dei 2900 metri di altitudine; nello stesso mese su Piemonte settentrionale, occidentale e meridionale, l’ammanco nello SWE era stimabile tra -67% e -81%. Entro il 2040 – concludono dall’associazione dei consorzi di bonifica - si prevede un aumento della temperatura di almeno 2 gradi lungo la costa tirrenica e nel Sud Italia. Condizioni che comporteranno un impatto fra - 3% e -5% sul Prodotto Interno Lordo; in particolare si prevede un calo del 15% nel turismo internazionale e dell’8% in quello nazionale con particolare incidenza sulle “vacanze bianche”, considerata la chiusura dell’80% delle stazioni invernali, in caso di aumento medio della temperatura pari a 4 gradi.
Nel frattempo lo scenario, in terra di Po, continua a restare quello di un “deserto” con grandi spiaggioni zone umide e lanche che, in questa prima parte d’estate, sono già totalmente in secca (come mostrano anche le immagini) con danni importanti anche per la biodiversità. Un paesaggio, quello delle lanche, con evidenti crepe e fessurazioni nei terreni che richiamano, in modo chiaro e netto, ai celebri Cretti di Alberto Burri, superfici che ricordano proprio le fessurazioni delle terre argillose, quando la siccità raggiunge il suo apice.
Eremita del Po
Alcune immagini del fiume in secca e lanche senza più acqua
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