10 luglio 2026

Cremona, 10 Luglio 1944: quei 10 minuti sotto il terrore delle bombe. Nuovi documenti e testimonianze. Per non dimenticare

La mattina del 10 luglio 1944 a Cremona era iniziata come una delle tante per una cittadina che, come tutte le altre, stava lottando per sopravvivere nella bufera del Secondo conflitto mondiale. Stremata dalla guerra nella quale Mussolini, alleato di Hitler, l’aveva trascinata nel 1940, l’Italia aveva firmato ormai da un anno (8 settembre 1943) la resa incondizionata, a seguito della quale le forze tedesche erano divenute esercito nemico ed occupante. Dopo lo sbarco in Sicilia il 10 luglio 1943, le forze angloamericane risalivano lentamente la penisola (all’epoca dei fatti avevano appena sfondato la “Linea Gustav”, tra la foce del fiume Garigliano ed Ortona), respingendo le truppe tedesche verso nord e, con l’apporto dell’esercito partigiano, liberando via via le città. Man mano che il fronte avanzava verso l’Italia settentrionale, le incursioni aeree si facevano sempre più vicine a Cremona, nel mirino degli Alleati per il suo scalo ferroviario ed il ponte sul Po. Sino al 10 luglio, comunque, nella nostra città gli allarmi si erano susseguiti quasi quotidianamente, ma senza che poi succedesse nulla. In quella calda mattina di luglio, purtroppo, le cose andarono diversamente.

Grazie alla preziosa documentazione reperita dal gruppo di soci dell’Associazione soresinese Air Crash Po (AcPo) presso gli archivi situati al Nara College Park del Maryland (USA), oggi abbiamo una relazione storica assai dettagliata degli avvenimenti di quel tragico giorno d’estate (incluse fotografie aeree scattate dai bombardieri in volo, preziosissimi diari di volo e rapporti dettagliati dell’esercito USA relativi alla missione).

Gli orologi hanno appena segnato le 10.44 quando improvvisamente nel settore nordorientale della città si distingue il rombo cupo e minaccioso dei potenti motori Wright & Cyclone R.2600, appartenenti a 36 bombardieri americani B-25 Mitchell, parte dei quattro Squadroni del 310° Gruppo Bombardieri della Twelfth air Force. Poi si scatena l’inferno.

Secondo la ricostruzione effettuata sulla documentazione d’archivio (in primis i diari di volo ed i rapporti della missione conservati al NARA), la formazione era decollata alle 8:55 dall’areoporto di Ghisonaccia, sulla costa orientale della Corsica. Dopo l’incontro con la scorta di 12 caccia Spitfire britannici della Royal Air Force in un punto al largo del Tirreno, i bombardieri si erano diretti verso Codogno, dove, incrociando a quote comprese fra i 9400 e i 12100 piedi, avevano iniziato a 432 Km/h la corsa finale verso Cremona.

Suddivisa in sei boxes (gruppi) da sei aerei ciascuno, la formazione giunse, inarrestabile, in prossimità dello scalo ferroviario cremonese, obiettivo principale della missione. Alle 10.47 i portelli si aprirono sopra il cuore di Cremona e i puntatori sganciarono sulla nostra città tutto ciò che i bombardieri avevano in corpo da quote comprese tra 9400 e 12100 piedi: una pioggia devastante di 185 bombe da 500 libbre l’una, con conseguenze catastrofiche per la città. Al suolo la sirena suonò quando ormai la formazione sovrastava la città ed aveva avviato la procedura di sgancio degli ordigni.

Il rapporto della missione riporta di una «concentrazione di bombe sul bersaglio, colpi in pieno sia sulla sezione Est (lo scalo merci) sia su quella Ovest (le banchine viaggiatori) della stazione; colpita la strozzatura dei binari, gli scambi, il materiale rotabile presente nello scalo; esplosioni ed incendi osservati al centro dell’area del bersaglio; un sovrappasso stradale dato per distrutto (il cavalcavia tra via Dante e S. Francesco, ndr)». Tuttavia un preciso passo del rapporto fa sapere che non tutto andò per il verso giusto, come i cremonesi ben sanno: vi si legge «bombe a segno sulle aree edificate lungo i bordi Nord e Sud dell’area del bersaglio (via S. Francesco e via Dante, ndr), con esplosioni ed incendi. Si ritiene che le bombe sganciate dagli ultimi 6 aerei della formazione abbiano colpito la sezione Ovest dello scalo».

Lo sciame di ordigni esplosivi infatti, invece di colpire esclusivamente lo scalo e il cavalcavia tra via S. Francesco e via Dante, compì una strage. Come testimoniano le foto d’epoca e la cartina pubblicata da Gianluigi Boldori nel suo libro 10 Luglio, sappiamo che le bombe caddero sulle due direttive: una tra Porta Milano e l’allora ditta Cavalli&Poli, l’altra tra il Naviglio Civico e l’allora Molino Rapuzzi. Durante il raid, Porta Milano fu quasi rasa al suolo, le case tra via Dante e via Palestro vennero dilaniate, le tombe del cimitero martoriate e risultarono colpiti anche alcuni punti dello stabilimento Cavalli & Poli (dalla parte di via S. Quirico). Alla fine il bilancio fu tragico: si parla di 119 vittime civili, tra cui 27 ferrovieri, e circa 80 feriti. Dal materiale d’archivio si apprende che l’azione doveva essere finalizzata a colpire un convoglio tedesco pieno di armi e munizioni la cui presenza era stata segnalata agli alleati dalla radio clandestina di un professionista residente in Galleria XXV Aprile (allora XXIII Marzo). Se quel convoglio si trovasse davvero sui binari della stazione in quel momento, non è dato di sapere. E’ certo comunque che i bombardieri sbagliarono clamorosamente l’obiettivo. Nel mirino dei puntatori dei B-25 finì anche un campo coltivato adiacente allo scalo delimitato dalla Cremonella e dalla via S. Francesco: fu qui che trovarono tragicamente la morte 27 ferrovieri che stavano cercando disperatamente di fuggire.

Ma la vicenda non si era ancora conclusa. Alle 12.50, circa due ore dopo l’attacco alla ferrovia, dodici bombardieri P-47 del 79th FG attaccarono la raffineria di Cremona (visibile nella foto aerea, a destra della Canottieri Bissolati). Delle 24 bombe da 500 libbre sganciate dalla quota di 1000 piedi, 8 centrarono in pieno un serbatoio di combustibili che esplose incendiandosi e bruciando in una densa colonna di fumo nero. Altri 10 ordigni invece colpirono la fabbrica, demolendola in parte».

La catastrofica incursione aerea del 10 luglio, che causò a Cremona in un solo giorno tanti morti quanti la città non ne aveva avuti da un secolo (eccetto durante l’epidemia di “Spagnola” nel 1918), fu, purtroppo, solamente l’inizio di una serie di incursioni che si susseguirono sino al 24 aprile del 1945. Tra il 12 e d il 16 di quel luglio venne più volte attaccato e martoriato il ponte ferroviario e stradale di Cremona (foto aerea). Ad ottobre del ’44 la media era arrivata ad una quindicina di morti al giorno. Il 16 ottobre al camposanto affluirono 50 funerali e il giorno dopo 42. Naturale dunque che i ferrovieri e la collettività tutta ricordino anche a distanza di tanti anni quei tragici giorni. 

Riportiamo qui il racconto di una testimone oculare dell’evento: Angela Denti, scomparsa una decina d’anni or sono e ventiduenne all’epoca dei fatti: «In quel periodo ero impiegata presso gli uffici della Cavalli&Poli, mentre il mio futuro marito, arruolato nell’artiglieria contraerea in Nord Africa, era sotto “custodia” degli anglo-americani in Libia. Quel giorno ero appena arrivata in ufficio, come tutte le mattine, quando suonò la sirena. A questa ci eravamo abituati ma quella mattina sentimmo anche il rumore sordo dei bombardieri, che erano già in vista. In ditta scoppiò il finimondo, ci sentimmo perduti e il mio primo impulso fu di uscire e correre a perdifiato sul cavalcavia verso il centro della città. Se l’avessi fatto, oggi non sarei qui a raccontare. Fortunatamente mio cugino, Ruggiero Fantarelli, che era anche mio collega di lavoro, mi trattenne a forza e ci sospinse tutte dentro l’ufficio, sotto i muri portanti del casamento. Appena in tempo, perché subito dopo cominciarono i boati delle prime esplosioni. L’unico nostro collega che non riuscì a controllarsi correndo fuori, fu centrato dalle bombe mentre correva sul cavalcavia. Non si può rendere a parole il terrore di quei momenti. I calcinacci cadevano a pioggia da tutte le parti, i nostri grembiuli neri (la “uniforme dell’impiegata”) erano divenuti bianchi di polvere, e ad ogni esplosione il cuore quasi si fermava per la paura che la successiva fosse destinata a noi. Tornai a casa soltanto a sera, dove mia madre, che mi attendeva in lacrime, mi abbracciò in un pianto di gioia. Fu un abbraccio lungo e liberatorio, come quello con il mio fidanzato l’anno successivo, quando mi corse incontro in stazione dopo cinque anni di guerra e tre di prigionia».

Coloro che, come chi scrive, hanno avuto nonni tristemente implicati e sopravvissuti alla “bufera” di montaliana memoria, hanno potuto beneficiare di voci ancor vive e più incisive di qualsiasi libro di storia. Purtroppo quella generazione di voci è per sempre scomparsa, il racconto diretto e vivo non è più possibile e per questo è dovere di tutti, non solo di addetti ai lavori ed appassionati, conservare la memoria di ciò che è stato, soprattutto in quella che Concita de Gregorio ha definito la deriva dei “pistoleros”, della xenofobia militante, del nazionalismo antieuropeista, delle Faccetta Nera che partono casualmente dai telefonini e del marketing di gadget del Ventennio: ecco forse guardare in faccia da vicino simili tragedie, facendo tutti un passo indietro, può aiutare a ritrovare un poco di pura, disincantata e sacrosanta consapevolezza storica ed umana.

Le immagini aeree del ponte di Cremona e del bombardiere in volo sono per gentile concessione del National Archive presso il College Park del Maryland (USA)

Michele Scolari


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