27 luglio 2026

E nel cielo arriva la Luna piena del Cervo. Il rito della raccolta del basilico

Già ieri sera, ultima domenica di luglio, ha dato spettacolo nei cieli di tutto il Cremonese e lo farà anche in queste sere fino mercoledì, 29 luglio, quando tanto dalla città quanto dalla campagna sarà bene alzare, in silenzio, gli occhi al cielo per ammirare la Luna piena del Cervo. Nome, questo, che ancora una volta fa riferimento alla tradizione nordamericana e, in particolare, alle popolazioni indigene in particolare gli Algonchini, che usavano i cicli della natura per scandire il trascorrere del tempo.

A luglio i cervi maschi vedevano completarsi la crescita delle loro nuove corna: strutture imponenti, robuste e ricoperte ancora da una fitta peluria vellutata. Per le tribù antiche non era solo un dettaglio biologico, ma il simbolo pratico della maturazione avvenuta. Questo processo è ben visibile in estate e ha ispirato il nome che viene attribuito alla luna piena di questo periodo. Il termine "Luna del cervo" (Buck Moon in inglese) è stato reso popolare da fonti come l'Almanacco del contadino una pubblicazione storica molto diffusa negli Stati Uniti, che raccoglie antiche denominazioni lunari basate sul calendario agricolo e sull'osservazione stagionale della natura. Spesso citato anche in ambiti scientifico-divulgativi per il suo valore culturale e come riferimento tradizionale, l'almanacco riflette credenze popolari più che dati astronomici. Un po' come il nostro frate Indovino. Da oggi e fino a mercoledì siamo nella coda della fase crescente, quella che nel calendario contadino segnava il momento della parte aerea delle piante, foglie, fusti, aromi. La pianta  che meglio rappresenta questa fase è il basilico. Le nostre nonne, davanti ad un vaso di basilico, nei giorni prima della luna piena eseguivano gesti ben precisi. Alcuni di puro rito, mentre altri nascondevano un'osservazione pratica che l'agronomia moderna conferma.  La regola tradizionale  e basilare è chiara con le erbe aromatiche da foglia che si raccolgono in luna crescente, verso la piena. Si riteneva che in questa fase gli oli essenziali, cioè il profumo, salissero verso le foglie e vi si concentrassero al massimo. La luna sicuramente non c'entra, ma il periodo sì. Il basilico raggiunge la massima concentrazione di aromi appena prima della fioritura, ed è esattamente il momento in cui si trova ora, a fine luglio, sotto il caldo che ne accelera il ciclo. Le nonne raccoglievano il basilico migliore dell'anno proprio  in questi giorni  perché la pianta era al culmine. Va ricordato che il basilico non si raccoglie strappando le foglie più grandi alla base, una a una. Si taglia dall'alto, cimando l'apice del rametto appena sopra una coppia di foglie.  Tagliando la cima sopra un nodo, dal quel punto partono due nuovi germogli laterali: la pianta si infoltisce invece di allungarsi e spogliarsi. Chi invece toglie le foglie grandi dal basso lascia uno stelo nudo che fila verso l'alto e va a fiore in fretta. Le nonne raccoglievano sempre dalla cima, ed è la ragione per cui i loro vasi restavano folti fino a settembre.  Col caldo di questo periodo il basilico tende a montare a fiore e spuntano le spighette bianche in cima ai rametti. Queste vanno tolte immediatamente.  Quando il basilico fiorisce, infatti, tutta l'energia della pianta si sposta verso la produzione dei semi, la crescita delle foglie rallenta e, soprattutto, le foglie diventano amare, perdendo il sapore dolce. Cimare le infiorescenze pizzicandole con le dita riporta la pianta a produrre foglie tenere. È il gesto che decide se il basilico durerà ancora un mese o finirà tra due settimane. Una volta raccolto, per il basilico si passa alla conservazione ed anche qui è doveroso ricordare i gesti delle nostre nonne. Il primo metodo di conservazione è il congelamento ed il migliore per preservare l'aroma è quello di  lavare e  asciugare bene le foglie,  tritarle,  metterle negli stampini del ghiaccio coperte con un filo d'olio d'oliva e  congelarle creando cubetti pronti per il sugo tutto l'inverno. Il secondo, più tradizionale, è il sale: foglie intere e asciutte alternate a strati di sale grosso in un barattolo di vetro. Il basilico non profuma come quello fresco ma regge mesi. L'essiccazione all'aria, invece, sul basilico funziona male: perde quasi tutto l'aroma ed è l'unico metodo che le nonne evitavano. La stessa tradizione che indica cosa fare, indica anche cosa rimandare. Nei giorni della crescente verso la piena non si rinvasa e non si opera sulle radici: sono lavori da luna calante, che quest'anno torna dopo il 29 luglio. Con il caldo, poi, spostare la pianta di vaso significa sommare due stress e rischiare di perderla. Il resto è quello che le nonne sapevano per esperienza: raccogliere dall'alto, togliere i fiori, e godersi il basilico nel momento in cui è più buono di tutto l'anno. Passando alla storia che ci accompagna, la luna molto prima di noi, migliaia di anni fa la ammiravano i nostri antenati, di tutti il mondo. Per loro la luna era lo strumento con cui decidere quando seminare, quando raccogliere, quando fermarsi. Almeno 5mila anni fa  Sumeri (attuale Iraq) furono tra i primi a trasformare l'osservazione del cielo in uno strumento di lavoro. Erano abilissimi osservatori: usando strumenti rudimentali come gnomoni e astrolabi, registravano i movimenti dei corpi celesti su tavolette d'argilla. Da queste osservazioni nacque un calendario lunare di dodici mesi, strettamente allineato con le stagioni agricole. Il motivo era pratico prima ancora che religioso: un calendario accurato era essenziale per sapere quando piantare e quando raccogliere. La loro società viveva di agricoltura, e il tempo preciso era una questione di sopravvivenza. A loro si deve, tra l'altro, la divisione dell'ora in sessanta minuti, ancora oggi sui nostri orologi. In Egitto, invece, il calendario originario era di tipo lunare, usato dai sacerdoti per i culti, con le lunazioni di circa 29 giorni e mezzo che davano il ritmo ai mesi. Ma il vero orologio agricolo egizio era legato a un evento celeste che cade proprio in questo periodo dell'anno. La piena del Nilo, da cui dipendeva ogni raccolto, coincideva con la levata eliaca di Sirio, la stella più luminosa del cielo, che riappariva all'alba poco dopo il solstizio d'estate. Quella comparsa segnava il capodanno e l'inizio dell'inondazione. È la stessa Sirio, la stella del Cane, che dà il nome alla nostra canicola. Dall’altra parte del mondo ecco  i Maya che svilupparono in modo del tutto indipendente una scienza del cielo altrettanto sofisticata. La loro astronomia, tra le più precise dell'antichità, serviva a scandire i cicli agricoli del mais, la coltura che era il cuore della loro civiltà. Il fatto che decisamente  sorprende sta nel senso di tre civiltà lontanissime nello spazio e nel tempo che arrivarono però alla stessa intuizione, cioè che guardando la luna e le stelle si potesse decidere il lavoro della campagna. Una scoperta ripetuta più volte dall'umanità, il segno di quanto quel legame tra cielo e terra fosse evidente a chi viveva coltivando, custodendo e conoscendo la terra e i suoi segreti oltre che le sue peculiarità. L’intera tradizione lunare agricola, dall'antichità fino ai tempi attuali  poggia su una sola idea e quindi sul fatto che la luna influenza il movimento della linfa nelle piante, come influenza le maree. Ecco quindi la regola che ancora oggi guida chi segue il calendario lunare. Con la luna crescente la linfa sale verso l'alto, ed è il tempo della raccolta di foglie e frutti; con la luna calante i succhi si ritirano verso il basso, ed è il tempo della semina e del lavoro sulle radici.  Fondamentale, oggi come ieri, è avere attenzione, conoscenza e rispetto dei ritmi della natura: quelli che noi, con i nostri calendari sempre fissi, abbiamo in buona parte dimenticato. Il 29 luglio, da Cremona o dalla campagna, dal fiume o dalle località di vacanza, alziamo dunque gli occhi al Cielo in profondo silenzio e torniamo a dare valore agli antichi saperi da portare nel nostro presente. 

Eremita del Po

Paolo Panni


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