29 giugno 2026

Ed è arrivato San Pietro, il rito della "barca di San Pietro" e le tradizioni di campagna e città

Con la fine di giugno torna puntuale, come ogni anno, la festa dei santi Pietro e Paolo apostoli. Un’altra delle ricorrenze più attese, sentite e celebrate tra la città e la campagna, da Cremona passando per Barbata e Calvenzano, per proseguire con Cascine San Pietro, Pumenengo, Vailate, Barzaniga, Casanova del Morbasco, Castelnuovo Ghirardi, Gallignano, Gera San Pietro, Polengo, Soncino San Pietro, Cà dè Soresini, Solarolo Monasterolo (dove si custodiscono, in chiesa, la splendida pala dell’altare maggiore raffigurante il Battesimo di San Paolo, opera del pittore fiammingo Robert de Longe e non Ubert De Lange, come erroneamente riportato in un cartello a due passi dalla chiesa, e l’affresco della caduta da cavallo di san Paolo datato 1614 mentre in facciata si possono ammirare le due statue dei santi Pietro e Paolo opere dello scultore Ferraroni e della fonderia Boccacci), Pieve Delmona, Bozzolo, Viadana San Pietro e Vicomoscano. E’ festa anche in diversi centri della diocesi di Crema: a Quintano, Ricengo, Casaletto Ceredano, Madignano, Moscazzano, Salvirola Cremasca e nella parrocchia cittadina in borgo San Pietro.   Luciano Dacquati nel suo “Ròbe de na vòolta Cinque secoli di tradizioni, usanze, proverbi cremonesi” uscito nel 1960 ma sempre attuale ricorda, tra pagine memorabili piene di storia, che   un tempo banchetti e giostre venivano posizionati da piazza Cavour a piazzale Cadorna, estendendosi anche nelle vie interne, specie  verso la chiesa di san Pietro. Una fiera, quella cittadina, nata in origine come mercato di stampo contadino, coi cittadini che sono stati coinvolti solo in un secondo tempo.  A fine giugno nelle cascine veniva completata la “raccolta” delle “galète” (cioè dei bozzoli o bachi da seta) ed i contadini vendevano questo loro piccolo tesoro ed avevano così una certa disponibilità di denaro (ed era forse l’unica volta dell’anno). Arrivavano in città il 29 giugno, al mercato di san Pietro, per far scorte  di utensili e stoviglie da utilizzare nei mesi successivi e naturalmente si dedicavano anche a qualche svago ed è da lì che il mercato si trasformò in una fiera. Come ogni fiera che si rispetti non mancano i dolci tipici come il “cibàlo”, il “tiramòla” , il “croccante” e il classico zucchero filato, mentre per dissetarsi ecco la “grattata” di ghiaccio con l’aggiunta di sciroppi vari (la classica granita). Dacquati ricorda anche il classico urlo “cìinch ghèi pusèe, ma vìirda”  lanciato da qualche assetato campagnolo così come ricorda che fino alla  Grande Guerra, a San Pietro veniva venduto anche un caratteristico giocattolo, costituito da una serie di cerchi di legno concentrici, ai quali si appendevano dolciumi di basso prezzo. Era il cosiddetto “castèl” perché nelle intenzioni doveva  raffigurare il castello di Santa Croce. In passato era anche usanza  recarsi in bicicletta nel piacentino per gustare pane, coppa,  culatello e pesce minuto fritto prima di divertirsi sulle giostre. Tanti sono anche i detti per questa occasione: “San Péeder l’è a caval dèl  méeder” (per San Pietro la mietitura è nel suo massimo fervore); “”Per San Péeder in dèl melegòt se scòont  el puléeder” (a fine giugno  il granoturco di prima semina è tanto alto che può nascondere persino un puledro); “A San Péeder el pàs de ‘n pulèeder” (proverbio identico al precedente come significato); “Per San Péeder el cùulmo del méeder” (Per San Pietro la mietitura è al culmine); “Se Péder  e Pàao i vèen piuvèent, per èn mèes  farà brot temp” (significa che se quel giorno il tempo è brutto c’è da attendersi che per un mese le condizioni meteo non miglioreranno””.

Tra i rituali spicca invece quello della Barca di San Pietro, un rito che attraversa i secoli che non è né una leggenda né una superstizione. Si tratta di un rito nato nell’VIII secolo per iniziativa dei monaci benedettini che lo diffusero tra i contadini del Nord Italia con lo scopo di rinforzare il culto di San Pietro. Ancora oggi in molte famiglie la sera del 28 giugno si compie questo piccolo gesto, semplice e poetico: si rompe un uovo freschissimo, si raccoglie solo l’albume e lo si versa in un recipiente pieno d’acqua limpida. Il contenitore viene quindi lasciato fuori tutta la notte, meglio se esposto alla luce della luna. In caso di pioggia va esposto in un angolo riparato, ma comunque all’aperto. Quando ci si sveglia, al mattino, l’albume ha preso forma: vele, scafi, alberi. Una barca in miniatura che galleggia e affonda dolcemente nel bicchiere. Secondo la tradizione, a formarla sarebbero stati proprio i santi Pietro e Paolo, scesi sulla terra nella notte per soffiare sull’acqua e guidare la “navigazione del destino”. La lettura del veliero porta ai segni del raccolto o del futuro. In caso di vele larghe e ben spiegate si annuncia un anno fortunato,  con lavoro abbondante  e affari che vanno bene; in caso di scafo grande e definito si prevedono stabilità, benessere familiare ed equilibrio. In caso di alberi sottili ed inclinati l’invito è quello alla prudenza, a prendersi cura di sé o dei propri cari. Se la barca è sul fondo la fortuna arriverà ma occorrerà pazienza e se è sospesa o si solleva significa che il destino è vicino e positivo. Questo può essere anche un laboratorio per i più piccoli che certamente lo vivranno come una magia. Non serve spiegare la scienza (l’albume si rapprende al freddo notturno e si modella per effetto della temperatura): è sufficiente accendere una candela, raccontare una storia e osservare il cielo insegnando così, ai più piccoli, il senso dell’attesa, della fiducia, ed il rispetto per i gesti lenti. In passato alcuni contadini usavano leggere la barca per prevedere pioggia o siccità a seconda della forma ed in certe zone si lasciava il bicchiere tra le spighe di grano come benedizione e c’era anche chi aggiungeva una goccia di limone  per rendere più visibile l’albume. Non era e non è solo un gioco ma  un modo per sentirsi, il tempo che passa. Oggi rifarlo e riviverlo significa tendere un filo invisibile verso chi c’era prima di noi e magari lasciare un segno per chi verrà parte di qualcosa di più grande: la famiglia, la terra, in un mondo che corre la barca di San Pietro ci insegna a  fermarci, ascoltando in silenzio l’acqua, la luce, il Creato e la memoria. Da evidenziare inoltre che è ancora meglio se nel recipiente si usa  l’acqua di rugiada ma solo se raccolta, solo pochi giorni fa, per la notte di San Giovanni.

In terra di Po una menzione particolare la merita indubbiamente la bella chiesa parrocchiale di Solarolo Monasterolo, piccolo borgo celebre per il grande presepio che ogni anno viene realizzato all’ombra della chiesa stessa.  Chiesa sulla cui facciata spiccano le statue bronzee dei santi Pietro e Paolo del Ferraroni ed un mosaico di Gesù Buon Pastore opera del Vezzoni. Internamente è davvero spettacolare la pala dell’altare maggiore, raffigurante il Battesimo di San Paolo,  opera del pittore fiammingo Robert De Longe (1650 circa) sormontato da un affresco del 1614 che rappresenta San Paolo che cade da cavallo. In più, tra la quadreria,  Sant’Antonio da Padova che riceve il Bambino Gesù con ricca cornice; San Francesco che ottiene la grazie del Perdono di Assisi di G.B. Trotti detto il Malosso. A proposito dell’autore della pala dell’altare maggiore va precisato che il suo nome è Robert De Longe e non Ubert De Lange come scritto nel cartello a due passi dalla chiesa relativo all’itinerario ciclabile dei Borghi del Casalasco che chissà se sarà mai corretto.  Robert De Longe, nato a Bruxelles il 30 marzo 1646, per la cronaca si trasferì a Roma intorno al 1680 per formarsi. In seguito si stabilì permanentemente in Emilia e Lombardia, diventando una figura chiave della produzione artistica tra Cremona e Piacenza, città in cui morì il 5 marzo 1709. C’è anche, in chiesa a Solarolo,  una Sacra Famiglia di scuola veneta con la Madonna col Bambino e Santi Francescani forse del Massarotti. Anche ad un occhio distratto non sfugge il fatto che molti dei quadri sono “sproporzionati” rispetto alle dimensioni della chiesa. Un fatto, questo, che è presto spiegato. Infatti parecchi di questi quadri provengono dalla  antica basilica cittadina di San Domenico, demolita nel 1868 per far posto ai giardini pubblici di Cremona. Oggi la chiesa casalasca è custode, quindi, di una importante memoria cittadina che merita di essere conosciuta, in un luogo per altro di remota origine. Infatti avanti il Mille Solarolo Veteris Monasterii era una corte circondata da una grande selva e da terreni acquitrinosi . Le corti erano agglomerati di povere casupole attorno ad un castello (quello dell’attuale cascina Castellazzo?) o nelle vicinanze di “ville” che avevano più l’aspetto di un piccolo fortilizio che di abitazioni. Queste ville esistevano già al tempo dei Longobardi e dei Franchi ed ospitavano i “vassalli” del signore del luogo che vi esercitavano diritti di vita e di morte. Verso la metà del XII secolo, quando Cremona si estese a Comune libero ed autonomo venne inglobato nel Contado di Cremona di cui seguì le sorti fino  ai giorni nostri. Fu soggetto alla dominazione dei  Cavalcabò, di Buoso da Dovara, di Cabrino Fondulo e dei Visconti sino al 1499. Dal 1499 al 1519 fu sotto il dominio veneziano, poi francese; più tardi passò sotto al dominio spagnolo fino al 1712 a cui subentrò il dominio dell’Austria che cessò nel 1859 quando passò a far parte del Regno d’Italia. In età napoleonica, come anticipato, fu già frazione di Motta Baluffi ma poi recuperò l’autonomia con la costituzione del Regno Lombardo Veneto allorquando gli fu aggregata Stagno Pallavicino, una striscia di territorio  con 110 abitanti in riva al Po che Napoleone aveva staccato dal Ducato di Parma .Nello specifico porzioni del Comune di Roccabianca si trovarono in Lombardia perché la maggior forza degli affluenti di sinistra del Po, riforniti dai ghiacciai alpini, aveva prodotto nei secoli la deviazione a sud del Grande fiume senza che i confini statali fossero stati corretti.

Eremita del Po

Paolo Panni


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