1 maggio 2026

La storia e le storie raccolte e raccontate sulle tombe antiche del cimitero di Ognissanti. Uomini, donne e bambini di cui resta solo la memoria e qualche foto sbiadita

Abbiamo fatto un patto, io e Lilluccio: lui scatta, io racconto!

Com’è un cimitero di campagna? Silenzioso, lontano dalle strade, piccolo e raccolto, tra gli alberi che giocano con l’ombra e una stradina che poco più in là diventa sterrata. Non c’è fretta qui, il tempo non ha più dimensione e per le anime che vi riposano, basta il respiro del vento sui campi e sui filari di alberi.

È chiuso a chiave, così come si custodiscono le cose preziose, perché il ricordo dei cari che ci hanno preceduto è una memoria che vale più di ogni tesoro; la Storia è passata di qui e, come fa in tutti i piccoli borghi fatti di gente semplice, ha inciso nella pietra i nomi e le storie di questa umanità. Uomini e donne, vecchi e giovani, bambini che riconosci subito per quelle tombe troppo piccole per accogliere un corpo adulto.

Ogni abitante ha una copia della chiave per aprire il grosso lucchetto che chiude la pesante catena; del resto, non serve ad altri entrare lì, perché in quel piccolo camposanto ci sono solo loro, parenti e amici dei pochi abitanti del paese. Non ci sono loculi né colombari, ma solo lapidi a terra, la stessa dei campi che le sorvegliano.

Una ventina di tombe in tutto, una famiglia quasi

C’è la giovane Annunciata, maestra che “visse sognando primavere di studenti da educare e si spense con la sua primavera” a poco più di 30 anni. Un’epigrafe scritta dal professor Zanacchi di Gazzo in memoria della giovane maestra. L’anno esatto della nascita non si legge più, l’ultima cifra è caduta e chissà se esiste ancora qualcuno che se la ricorda. La sua foto è una delle poche che ci regalano un sorriso. Gli altri volti sono tutti serie e compassati, a tratti persino ieratici. Donne austere nella loro acconciatura, coi capelli legati dietro la testa e la camicetta abbottonata fino in alto, volti invecchiati dalla fatica e da tante gravidanze, anima aggrappate alla preghiera e ai precetti.

I volti degli uomini si stagliano fieri in quelle foto, portano il cappello e i baffi, sono eleganti con la giacca di fustagno e la cravatta o col cappotto buono. I loro occhi hanno visto la guerra, i figli morire ancora in fasce, la loro tempra è stata forgiata dal lavoro nei campi e dalla fame. 

Ambrogio è solo un nome su una di quelle lapidi in pietra. Il suo corpo non riposa sotto quel fazzoletto di terra: non c’è mai stato e nessuno sa dove sia terminata la sua vita terrena, disperso in guerra nelle sterminate lande ghiacciate della Russia, morto tra la neve e il gelo e mai più ritrovato. Ma a chi è rimasto ad aspettarlo serviva un luogo su cui piangere la sua scomparsa, dove pregare per quell’ultimo saluto mai concesso. 

Alcune lapidi non hanno nemmeno una foto, su altre si legge a fatica il nome; dietro tutte, però, c’è una storia. Come Luigi, “onesto e distinto fabbro vissuto 55 anni” e morto nel 1874: naturalmente non c’è la sua foto, di lui resta solo polvere e pietra, quella della lapide su cui è scritta in poche parole la sua vita.

Nessun nome invece si trova delle tombe di due bambini, sepolte come da usanza lungo i muri perimetrali del camposanto: due piccole sepolture segnalate da una semplice bordura in ferro battuto con poche e semplici decorazioni, qualche fiorellino e una croce; sono uguali, gemelle si direbbe, defilate accanto alla muraglia. Non ci sono nomi né immagini, solo la pietà di una madre e di un padre che seppellirono i loro figlioletti ancora in fasce, strappati alla vita ancora prima di viverla.

Tra le tante tombe, troviamo anche quella di don Gioachino Bonvicini, parroco per 52 anni di Ognissanti, che tanto amò il suo paesello da raccontarlo giorno dopo giorno nel suo diario di parroco di campagna: la vita quotidiana, le feste, la guerra, le insidie del mondo che stava cambiando, tra cui le balere, il socialismo; ma anche i suoi studi sui reperti delle terramare, piccoli frammenti di una preistoria che ci riportano indietro di millenni, agli albori delle prime civiltà. 

Andaa a òbit. Tre vecchie foto senza nome

Unicum nel suo genere, in questo cimitero troviamo un obitorio (andaa a òbit: il dialetto meno italianizzato riportava questa frase per dire che si andava al funerale di qualcuno. La locuzione si collega ad obito, sinonimo di morte; andaa a òbit significava quindi letteralmente accompagnare il morto alla sepoltura). Quella che a prima vista uno identificherebbe come una cappelletta per piccole celebrazioni, in realtà contiene al suo interno un tavolo mortuario. Sì, un tavolaccio in marmo, sagomato e con le scanalature sulla sua superficie: qui sopra venivano lavati i corpi dei morti, prima della sepoltura, secondo un’usanza molto antica. Oggi quel tavolone è ancora al centro della stanza, su di esso vengono posati vasi e suppellettili cimiteriali e nessuno evidentemente pensa più a quello che fu il suo primitivo utilizzo. 

All’interno di questa stanza, due piccole finestre rettangolari si aprono sui campi: sul davanzale di una sono poggiate tre fotografie in bianco e nero, vecchie, si direbbe addirittura antiche. Due donne ed un uomo defunti decenni fa. Sono lì perché negli anni le loro tombe, probabilmente le più antiche del cimitero, sono state esumate per lasciare spazio a nuove sepolture; in loro memoria rimasero le lapidi con i nomi e le foto, incastonate nel muro di cinta finché di nuovo, anni dopo, pure quelle vennero tolte. Ma le foto? Non si possono buttare le foto di anime che riposarono in quella terra e pertanto per ora restano nel ‘loro’ cimitero, defilate e messe da parte, ma ancora lì per ricordare il loro passaggio su questo mondo, ancora per il tempo che sarà loro concesso prima dell’oblio.

Èl  dèsdòott e la dèsdòota

Lo stesso deve aver pensato quell’uomo di San Lorenzo Mondinari, poco distante da qui, che si portò a casa la lapide del nonno, probabilmente recuperata dopo l’esumazione del corpo: sul muro di casa si trova incastonata la pietra lavorata e levigata, con la foto e il nome del progenitore. Chiedendo informazioni su questa singolare reliquia, scopriamo che quest'uomo era detto "èl dèsdòott" e la moglie, ovviamente, "la dèsdòota". Faceva l'asidèèr e vendeva nelle cascine; era parente in qualche modo del “Barba” della Ca' del Barba: il Fermo Cadenazzi di cui abbiamo qui raccontato la storia.

Torniamo al cimitero da cui siamo partiti

In origine e fino al periodo napoleonico il cimitero ad Ognissanti era, come da tradizione, accanto alla chiesa. Successivamente venne delocalizzato all’esterno del centro abitato, verosimilmente intorno al primo decennio del 1800, quando anche in Italia venne estesa l’applicazione dell’editto di Saint Cloud. Sui muri esterni del camposanto si trovano le lapidi a ricordo delle sepolture dei defunti della famiglia Soldi Salomoni, proprietari terrieri; in comune, oltre al cognome, gli uomini portano lo stesso nome: Giuseppe Soldi Salomoni. Uno fu “pro-parroco” di Ognissanti e maestro dei sordo-muti che visse l’epidemia colerica del 1855; il suo omonimo invece fu un peritissimo agricoltore e instancabile lavoratore, che qui riposò accanto alla moglie; è la sua l’epigrafe più antica, come ci riporta la data di morte: 1837.

Storie di vite che si incrociarono in questo lembo di campagna lontano dalle principali vie di comunicazione moderne, uomini e donne che hanno percorso il proprio cammino terreno in questo paese che li vide nascere e morire, magari nello stesso letto o nella stessa casa perché spesso queste persone semplici e laboriose non si allontanarono mai troppo da quelle cascine e da quei confini. Oggi la loro memoria rimane custodita tra quelle lapidi raccolte in un piccolo cimitero tra i campi, baciato dal sole in estate e coperto dalla neve negli inverni più rigidi, nascosto dalla nebbia autunnale o godendo dell’ombra primaverile delle piante che accompagnano verso il cielo quelle antiche e semplici croci di pietra, accanto alle tombe più recenti. Giovani e anziani, uomini e donne, ricchi e poveri che dopo la morte hanno trovato in comune la stessa terra ad accoglierli per l’eternità. 

Testo liberamente ispirato dalle foto di Lilluccio Bartoli

Michela Garatti


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