30 aprile 2026

“Espressionismo Magico Padano” di Michele Mascarini inaugurata oggi al Museo Civico Ala Ponzone, l’arte dentro la materia del tempo

Ci sono luoghi in cui il tempo non passa: sedimenta. Si deposita lentamente, come colore su tela, come polvere luminosa nella memoria. Il Museo Civico Ala Ponzone è uno di questi luoghi. Custode del tesoro cremonese, attraversato da secoli di pittura e visioni, il museo non è soltanto uno spazio espositivo: è una soglia viva tra passato e presente, una coscienza che continua a interrogare il nostro sguardo.

È proprio qui che, nel pomeriggio di oggi, si è inaugurata la mostra di Michele Mascarini, Espressionismo Magico padano. Un’inaugurazione che non è stata solo un evento, ma un momento collettivo, partecipato, vibrante: una risposta straordinaria della città, accorsa numerosa, curiosa, coinvolta. Un segnale chiaro di quanto il dialogo tra contemporaneo e tradizione sia oggi più necessario che mai.

Accanto all’artista erano presenti il figlio Sebastiano Mascarini, curatore della mostra e autore del catalogo, l’Assessore alla Cultura Rodolfo Bona e lo storico dell’arte Marco Tanzi, in un confronto vivo che ha restituito alla mostra la sua dimensione più autentica: quella di un pensiero condiviso. A sottolineare il valore di questa apertura al contemporaneo, le parole dello stesso Assessore Bona: «l’esperienza dell’arte contemporanea rappresenta oggi un valore fondamentale per la crescita della comunità… capace di creare nuove connessioni tra il patrimonio e il presente, in una dimensione aperta al libero giudizio e alla partecipazione attiva dello spettatore». 

Ma per comprendere davvero questa mostra, occorre fare un passo indietro — o forse dentro.

Michele Mascarini, nato a Cremona nel 1964, cresce respirando arte. Il padre antiquario lo introduce fin da giovanissimo a un rapporto diretto e concreto con le opere: non uno sguardo distante, ma una familiarità quotidiana con materiali, superfici, qualità. Tra pittori e scultori legati all’avanguardia milanese tra gli anni Settanta e Novanta, Mascarini impara prima ancora a guardare, poi a riconoscere, infine a costruire un proprio senso estetico. È un apprendistato silenzioso, ma decisivo: un’educazione dello sguardo che diventerà, negli anni, necessità espressiva che oggi si manifesta con una forza piena.

C’è un momento, nell’incontro con l’arte, in cui la spiegazione si ritrae. Non per mancanza di strumenti, ma per rispetto. Perché alcune opere non chiedono di essere capite, ma attraversate. È in questo spazio sospeso — tra conoscenza e percezione — che si colloca la ricerca di Mascarini. La mostra non si offre come una narrazione lineare, né come una dimostrazione. È piuttosto un’esperienza: un attraversamento lento, fatto di soste, ritorni, avvicinamenti. La pittura si fa soglia, e lo spettatore è chiamato a varcarla.

Mascarini lavora su un equilibrio raro: essere radicalmente contemporaneo senza recidere il legame con la tradizione. Non cita, non riproduce, ma riattiva. La tradizione cremonese — custodita nelle sale stesse del museo — diventa un campo energetico ancora vivo. Così, un frammento marginale del Riposo durante la fuga in Egitto di Luigi Miradori può trasformarsi in elemento centrale, mentre la lezione di Vincenzo Campi riaffiora come metodo: osservare il reale fino a rivelarne la tensione nascosta. La pittura, qui, è materia viva. Stratificata, densa, inquieta. Non si limita a rappresentare: occupa, costruisce, affiora. Le superfici si sollevano, si fanno quasi tridimensionali, chiedono allo sguardo di muoversi, di cambiare distanza. Non basta vedere: bisogna sostare. Tornare. Perdersi nei dettagli, poi ricomporre l’insieme. È una pittura che chiede tempo — e restituisce tempo.

Nel solco di una sensibilità che potremmo avvicinare alle riflessioni di storici dell’arte che vedono la trasformazione dell’opera in campo di risonanza, luogo in cui si attivano domande più che risposte.

Come ha sottolineato lo storico dell’arte cremonese Marco Tanzi, il titolo stesso è già una chiave poetica: Espressionismo magico padano. Espressionismo, perché la realtà è attraversata da una tensione interna; magico, perché questa tensione si manifesta in una dimensione sospesa, silenziosa; padano, perché tutto nasce da una geografia culturale precisa, che richiama figure come Cesare Zavattini e sensibilità care anche a Vittorio Sgarbi. 

Tra le opere, i “Saltatori” emergono come immagini archetipiche. Figure colte nell’istante più fragile e potente: quello del salto. Non un gesto atletico, ma esistenziale. Il momento in cui si lascia una soglia per entrare nell’incertezza. In queste figure si condensa una tensione profondamente contemporanea: il coraggio di attraversare il vuoto. Accanto a loro, una costellazione di presenze: venditori, geishe, samurai, santi. Figure che sembrano lontane, ma che parlano del nostro tempo. Il quotidiano si fa simbolo, come nella grande tela del mercato nordafricano, dove la realtà si espande fino a diventare monumento umano. Poi, al centro, la presenza fisica della scultura: il San Michele Arcangelo: ferro, carta, stoffa. Un corpo nello spazio che non rappresenta soltanto, ma esiste. Che costringe lo spettatore a confrontarsi non con un’immagine, ma con una presenza.

La mostra diventa così un’esperienza che supera la retorica della spiegazione. Un invito a guardare oltre — oltre la superficie, oltre il significato immediato, oltre l’abitudine dello sguardo.

Espressionismo magico padano sarà visitabile fino al 7 giugno, ad ingresso gratuito, da martedì a domenica (10.00 – 17.00). Il catalogo della mostra sarà distribuito in omaggio fino ad esaurimento scorte.

Un’occasione preziosa, non solo per vedere, ma per imparare di nuovo a guardare. Perché, in fondo, l’arte più autentica non si limita a mostrarsi: ci cambia.

Servizio fotografico di Francesco Sessa Ventura

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Beatrice Ponzoni


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