L'impatto sociale, le conseguenze penali. Il referendum contro il nucleare. Chernobyl, 40 anni dopo (6)
L’impatto sociale
Il Chernobyl Forum, così come le associazioni ambientaliste, è concorde nell'affermare che il disastro di Chernobyl ha avuto un impatto sociale enorme ed ha causato gravi problemi di salute mentale e conseguenze psicologiche persistenti sulla popolazione coinvolta.
La deportazione forzata e quasi immediata di circa 300.000 persone e la rottura di tutte le relazioni sociali precostituite sono state gravemente traumatiche e hanno prodotto elevato stress, ansie, paure per eventuali effetti sulla salute, depressione, sintomi da malattie psicosomatiche e da stress post-traumatico.
La diminuzione della qualità della vita in questa popolazione, la disoccupazione e l'aumento della povertà, peggiorate da eventi politici legati al “crollo” dell'Unione Sovietica, hanno avuto come conseguenza un elevatissimo aumento dell'alcolismo, del tabagismo, della tossicodipendenza, dei suicidi (decuplicati) e di comportamenti contrari a ogni profilassi, quali l'uso di siringhe infette e di rapporti sessuali non protetti, con conseguente aumento dei casi di epatiti e AIDS, oltre che di tubercolosi e difterite.
Una parte della popolazione evacuata ritornò nelle proprie case; la prima ondata di ritorno fu nella primavera del 1987. I rientrati sono chiamati samosely, cioè “residenti abusivi”.
Secondo varie fonti, il numero totale di persone che tornarono è circa 1.200 (su centomila evacuati). Per cause varie, le persone diminuirono sempre più negli anni; all'inizio del 2007, il numero è di 314 residenti. I Samosely non vivono concentrati in un solo villaggio o città, ma in 11 insediamenti in Bielorussia e Ucraina.
Il ritorno della popolazione evacuata nei loro luoghi di residenza natali è motivato, oltre che da nostalgia e da una minore consapevolezza del pericolo per la contaminazione ancora presente, da una profonda crisi economica, che portò a un forte calo dei redditi della popolazione, diventando difficile garantire uno standard di vita minimo accettabile. Col rientro acquisirono risarcimenti e benefici previsti dalla legge per chi vive nella zona di esclusione, e poterono coltivare “abusivamente” la terra in proprio e nutrirsi di funghi, di bacche, di pesca, talvolta di caccia.
Inoltre, il rientro fu ben accolto dalle Autorità, che così potevano assegnare alle giovani coppie gli alloggi lasciati liberi dai samosely.
La popolazione dei rientrati è costituita da persone anziane con un’età media di 63 anni. Osservazione, a quella età, vengono definiti anziani; da noi lavorano, se hanno una occupazione, ancora per tre, quattro o più anni. La dose accumulata da queste persone dipende da stile di vita e dieta; la concentrazione di cesio-137 negli animali selvatici, pesci e funghi è di qualche kBq/kg (limite europeo 0,6 kBq/kg; 0,37 kBq/kg per il latte).
Come “residenti abusivi” sono tornati anche i lupi, spavaldamente tra le case rurali.
Conseguenze giuridiche
Conseguenze penali
Il processo contro i cosiddetti "switchmen di Chernobyl" iniziò il 6 luglio 1987 al Palazzo della Cultura nella città di Chernobyl. Solo le persone invitate dallo Stato potevano assistere al dibattito, praticamente a porte chiuse.
Gli imputati sono sei: Nikolai Fomin (a destra nella foto, capo ingegnere dell’impianto), Viktor Bryukhanov (direttore dell’impianto), Anatoly Dyatlov (vicecapo ingegnere), Boris Rogozhkin (supervisore del turno dalle 24 alle 8 del mattino del 26 aprile), Alexander Kovalenko (supervisore del reattore 4) e l'ispettore Yuri Laushkin, della agenzia Statale per la sicurezza nucleare, che garantisce, tra l’altro, la sicurezza operativa delle strutture nucleari, presso la centrale di Chernobyl.
Tra gli imputati, solo Dyatlov si mostrò combattivo, come suo modo, e scaricò dalla colpevolezza gli operatori, affermando che non erano responsabili dell'incidente.
I tre imputati principali hanno dichiarato di ritenersi solo parzialmente colpevoli e di assumersi la responsabilità professionale per l'incidente, ma hanno negato la responsabilità penale.
La sera del 29 luglio, l'agenzia di stampa ufficiale sovietica Tass -ponendo fine a un quasi blackout della stampa centrale sovietica dall'inizio del processo il 7 luglio- ha annunciato il verdetto della Corte Suprema sovietica: 10 anni di lavori forzati per "negligenza criminale per seri errori e scarsità di vedute che hanno portato al disastro di Chernobyl e alle conseguenze”, a Viktor Brjuchanova, Nikolaj Fomin e Anatolij Djatlov; 5 anni, concomitanti, non aggiunti, per "abuso di potere" a Viktor Brjuchanova; gli altri tre imputati, che erano funzionari di rango inferiore dell'impianto, sono stati giudicati colpevoli di negligenza: 5 anni a Boris Rogožkin per grave violazione delle normative di sicurezza, più 2 anni concomitanti per negligenza e infedele esecuzione del dovere; 3 anni ad Aleksandr Kovalenko, per violazione delle norme di sicurezza; 2 anni per Jurij Lauškin.
Sullo statunitense Washington Post appare anche un commento relativo alle “pene giudicate più lievi rispetto a quelle inflitte lo scorso marzo ai capitani di due navi che si sono scontrate nel Mar Nero la scorsa estate, uccidendo oltre 300 membri dell'equipaggio e passeggeri. Furono condannati a 15 anni di carcere e multati di 40.000 rubli (circa 64.000 dollari) ciascuno”.
Successivamente, secondo la tesi che attribuiva la responsabilità interamente agli operatori dell'impianto, si tenne nell'agosto 1986 presso il Politburo un processo a porte chiuse; vennero presi provvedimenti disciplinari a carico del personale e di alcuni dirigenti, come 67 licenziamenti e 27 espulsioni dal partito comunista. La motivazione per il trio dirigenziale fu per “irresponsabilità e mancanza di controllo”.
La tesi del 1991 invece attribuì la responsabilità interamente ai progettisti, vale a dire al capo progettista della centrale Viktor Brjuchanov ed agli esecutori dei difetti impiantistici e del responsabile del gruppo di imprese di costruzione.
I difetti di progettazione del reattore non furono inizialmente presi in considerazione dal tribunale, anche perché gli esperti coinvolti nel progetto volevano evitare la colpa.
In altre parole, è emersa quale causa del disastro una serie di deficienze operative e strutturali, oltre che professionali e formative.
Quella che è mancata, a tutti i livelli, dalla progettazione del reattore, alla gestione dell’impianto, alla preparazione del personale e alla conduzione dell’esperimento, è stata la assenza di una “cultura della sicurezza”, cioè l’atteggiamento di base che dovrebbe guidare le azioni di tutti coloro che sono coinvolti nella realizzazione e gestione di sistemi tecnologici complessi e potenzialmente rischiosi.
Responsabilità civile
Circa 100.000 persone sono considerate come permanenti disabili a causa dell'incidente e 7 milioni di persone, compresi i Liquidatori, hanno ricevuto un risarcimento. Si sa che al 2010 dal 5 al 7% della spesa pubblica in Ucraina e Bielorussia veniva destinato per varie forme di risarcimento correlate a Chernobyl; risarcimento che in Ucraina perdura anche in questo periodo di guerra.
Su La Stampa del 6 maggio 1986 si legge che una coltivatrice diretta di Ischia ha citato in giudizio Andrej Gromiko -presidente del Presidium del Soviet Supremo, corrispondente a Capo di stato- per ottenere un milione e centomila lire di risarcimento dei danni provocati al suo fondo (danneggiamento di varie specie di verdura coltivata) dalla radioattività derivante dall’incidente nella centrale di Chernobyl.
Non sono riuscito a reperire altro, ma non avendone scritto, si presume che la citazione non andò a buon fine.
Referendum abrogativi in Italia
A metà degli anni Sessanta, con le tre centrali di Latina, Garigliano e Trino Vercellese, l’Italia era il quarto Paese produttore al mondo di energia elettronucleare, secondo in Europa solo alla Gran Bretagna. Italia, che negli anni Trenta aveva espresso una scuola di importanti fisici nucleari a Roma, che culminò con l’assegnazione del premio Nobel per la fisica nel 1938 ad Enrico Fermi.
Negli anni successivi, eventi politici controversi contribuirono a un drastico rallentamento dei programmi nucleari nazionali, al punto che soltanto nel 1981 venne attivato un quarto impianto, a Caorso, nel piacentino.
L’incidente di Chernobyl nel 1986 scosse l’opinione pubblica europea e scatenò un forte dibattito sui rischi e i benefici della produzione di energia elettrica da nucleare che ebbe importanti conseguenze anche in Italia.
Le principali cause del disastro di Chernobyl sono: errori umani, arretratezza tecnologica, insufficiente attenzione che i progettisti sovietici avevano dato alle misure di sicurezza. Ma sull’onda della emotività, della psicosi, suscitate negli italiani dai fatti visti e/o vissuti, alcuni movimenti d’opinione, associazioni ambientaliste, partiti politici, proposero nel 1987 tre quesiti diretti ad abolire le norme sulla realizzazione e gestione delle centrali nucleari, i contributi a Comuni e Regioni sedi di centrali nucleari, le procedure di localizzazione delle centrali nucleari.
I referendum indetti furono: abolizione dell'intervento statale se il Comune non concede un sito per la costruzione di una centrale nucleare; abolizione dei contributi di compensazione agli enti locali per la presenza sul proprio territorio di centrali alimentate con combustibili diversi dagli idrocarburi; esclusione della possibilità per l'Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all'estero.
I referendum abrogativi si svolsero l'8 novembre 1987 ed ebbero i risultati: 81% SI, 19 % NO; 80 % SI, 20 % NO; 72 % SI, 28 % NO.
La vittoria dei SI fu interpretata come espressione popolare di volontà negativa nei confronti dell’energia nucleare, ponendo un altolà alla costruzione di centrali elettronucleari in Italia. (6-continua)
Nelle foto una casa nei pressi di Prypiat abbandonata dopo il disastro e una fase del processo per il disastro con Nikolai Fomin (a destra nella foto, capo ingegnere dell’impianto), Viktor Bryukhanov (a sinistra, direttore dell’impianto), Anatoly Dyatlov (al centro, vicecapo ingegnere)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti