Oggi toccato il record negativo di tutti i tempi: il Po a 8 metri e 53 centimetri sotto lo zero idrometrico
Il Grande fiume ha raggiunto, e superato, nelle prime ore di oggi, venerdì 10 luglio, a Cremona il record negativo storico di tutti i tempi toccando la quota di 8 metri e 53 centimetri sotto lo zero idrometrico, superando di un nulla il record di meno 8.52 toccato a luglio del 2022. Poi, nelle ore successive, ha guadagnato una decina di centimetri arrivando a meno 8,43. Quote decisamente record e preoccupanti, per essere solo al 10 luglio, che potrebbero essere ampiamente superate nelle prossime ore e nei prossimi giorni. In questa situazione i saliscendi di qualche centimetro avanti e indietro sono normali, ma sorprende senza dubbio il fatto che il fiume soltanto tra giovedì e venerdì abbia perso oltre 30 centimetri, passando dagli 8 metri e 20 centimetri sotto lo zero idrometrico agli 8 metri e 53 di venerdì mattina, poi passati a meno 8,43. Segno del fatto che i prelievi per gli ovvi fabbisogni irrigui sono stati notevoli. Inoltre, a causa del fatto che le turbine non riuscivano più a pompare acqua sono aumentati i rilasci da Isola Serafini e questo ha prodotto un leggero, insignificante aumento del livello del Po. Ora è lecito chiedersi che cosa ci attende da qui ai prossimi giorni e alle prossime settimane.
In queste condizioni il Po ha già “regalato” anche diverse sorprese, come i resti del traghetto riemersi a Isola Pescaroli e quelli del borgo di Cella (da tempo divorato dal fiume) spuntati tra Casalmaggiore e Colorno. Altre sorprese , legate alla nostra storia, sono ovviamente attese, anche nell’imminenza. Restando, comunque, sul tema della grave secca in corso ecco che non solo il vecchio Eridano ma anche i principali laghi della Penisola sono in sofferenza, mentre in alta quota gli accumuli nevosi residuali sono pressoché nulli e inferiori alla media. L’Italia, dal canto suo, cosa tipica di questo Paese, ancora una volta interviene in fase emergenziale e a colpi di ordinanze di limitazione dei consumi.
A denunciare il “modus operandi” del nostro Paese è Legambiente che lancia un appello al Governo e alla Regioni del bacino padano indirizzando loro otto proposte per una gestione strutturale del bacino del Fiume Po. Qui ogni anno vengono prelevati oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua, sia dalle fonti superficiali che dalle acque sotterranee. Di questi, quasi il 75% è destinato agli usi irrigui; la restante parte, proveniente soprattutto dalle acque sotterranee, è per usi industriali e civili. Legambiente chiede all’Esecutivo e agli organi istituzionali regionali più responsabilità e interventi strutturali a partire dall’approvazione definitiva del DPR sul riutilizzo delle acque reflue per combattere la siccità in agricoltura e dallo stanziamento delle risorse economiche necessarie per attuare il Piano nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici. Secondo Legambiente, accanto a questi due interventi, è inoltre importante la piena integrazione dell’adattamento climatico nei Piani di Gestione dei Bacini Idrografici previsti dalla Direttiva Quadro Acque e, più in generale, mettere in campo una transizione agroecologica del settore primario (che tenga insieme la revisione degli ordinamenti colturali, la domanda irrigua, le pratiche agricole, valorizzando anche il ruolo dei suoli nella ricarica delle falde), definire una governance unica a livello di bacino per la gestione della risorsa idrica e una strategia che integri infrastrutture (evitando nuove dighe e facilitando la realizzazione di piccoli bacini su scala aziendale), gestione della domanda, Nature Based Solutions. Senza dimenticare quegli interventi che includono risparmio, economia circolare e tutela degli ecosistemi come ridurre le perdite delle reti, il recupero della capacità degli invasi esistenti, il ripristino degli ecosistemi fluviali e la capacità del territorio di trattenere l’acqua per la sua infiltrazione in falda. È importante, inoltre, come rimarca Legambiente, portare avanti una politica permanente di informazione, monitoraggio, controlli e coinvolgimento di tutti gli utilizzatori della risorsa idrica.
Ad oggi per l’associazione ambientalista le ordinanze di limitazione dei consumi e gli appelli al risparmio sono strumenti importanti e utili nelle situazioni di emergenza, ma non possono essere la risposta principale a un fenomeno che, ormai, è in grado di mettere in crisi l’agricoltura, le attività produttive, gli ecosistemi della pianura e quindi la qualità della vita delle comunità.
I dati del Po in secca sono sempre più preoccupanti: le portate del fiume sono inferiori ai valori medi climatici dello stesso periodo 1991-2020, con anomalie, per il mese di giugno, che superano il 60% per tutte le stazioni di riferimento. Le peggiori sono Piacenza (-67%) e Cremona (-65%), ma anche Pontelagoscuro (-65%), Borgoforte (-64%) e Boretto (-62%) presentano condizioni critiche. Pontelagoscuro in particolare è sotto i riflettori perché la portata registrata in questa stazione fa da campanello d’allarme all’ingressione dell’acqua del mare nel Delta. Attualmente la portata è di 264 m³/s, ben al di sotto della soglia di 450 m³/s necessaria a contenere il cuneo salino nel Delta. Preoccupa anche la situazione dei grandi laghi della Penisola, che presentano altezze idrometriche inferiori alla media e che sono sempre più sotto pressione anche a causa di inquinamento e attività antropiche, come raccontato da Legambiente nel suo ultimo report “Laghi sotto pressione”. In alta quota intanto accelera la fusione dei ghiacciai: il valore complessivo dello Snow Water Equivalent (SWE, misura quanta acqua è contenuta nella neve accumulata) evidenzia accumuli nevosi residuali pressoché nulli e inferiori alla media, sempre secondo l’osservatorio ADBPO; dunque, le riserve naturali d’acqua immagazzinate nella neve sono ormai esaurite, riducendo il contributo alla fusione estiva che alimenta il Po e i suoi affluenti.
“La crisi climatica avanza e ne dobbiamo tenere conto nella gestione di una risorsa vitale come l’acqua. Il problema – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – non è solo la scarsità d’acqua, ma il ritardo con cui il Paese sta adattando la gestione della risorsa a un clima ormai profondamente cambiato. Gli strumenti di pianificazione esistono – dai Piani di Gestione delle Acque al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) – ma la loro attuazione procede ancora troppo lentamente rispetto alla rapidità con cui evolve la crisi climatica. Che fine hanno fatto il DPR sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e lo stanziamento dei fondi per attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici? Nonostante negli ultimi anni si sia investito nell’ammodernamento delle infrastrutture irrigue, anche attraverso interventi di digitalizzazione, telecontrollo, misurazione dei volumi e riduzione delle perdite, sostenuti anche dal PNRR, non abbiamo risolto il problema. È attivato il momento degli interventi strutturali e non delle iniziative spot, occorre fare di più”. “L’adattamento – continua Ciafani – non riguarda solo l’efficienza dell’irrigazione, ma il sistema agricolo nel suo complesso. Serve un cambio di paradigma che coinvolga anche la pianificazione degli ordinamenti colturali, la gestione della domanda irrigua, delle pratiche agronomiche e il ripristino delle funzioni naturali del territorio. Non è più sufficiente irrigare in modo più efficiente, ma serve adattare gli orientamenti colturali al nuovo quadro climatico, considerando che le disponibilità idriche per la stagione estiva non potranno mai più essere quelle del passato: se cambia il clima, deve cambiare anche l’agricoltura, che è anche la prima vittima della crisi climatica. Il tutto nella piena consapevolezza che non serve più intervenire quando l’emergenza è in corso, il grosso del lavoro va fatto prima”.
Legambiente ricorda, inoltre, che uno dei nodi strutturali della gestione della risorsa nel bacino del Po riguarda il sistema delle concessioni di derivazione, che in molti casi riflette esigenze storiche e dei singoli territori più che una pianificazione integrata a scala di bacino. Molte concessioni risalgono a condizioni climatiche e disponibilità idriche profondamente diverse dalle attuali e non sempre sono state riviste per tenere conto delle reali disponibilità e della necessità di garantire il deflusso ecologico dei fiumi (vincolo ambientale normativo), e dunque gli obiettivi di tutela degli ecosistemi. A conferma della problematicità della questione derivazioni, pesa sull’Italia la procedura d’infrazione (2027/2025) arrivata a gennaio 2026 per non aver correttamente recepito la Direttiva quadro sulle Acque in quanto la normativa nazionale non prevede la registrazione di tutte le autorizzazioni per il prelievo o l’arginamento delle acque.
Non solo la posizione di Legambiente è importante e interessante ma anche quella della Fondazione Cima, centro di ricerca senza scopo di lucro, di rilevanza nazionale, che promuove studio, ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e alta formazione nell’ingegneria e nelle scienze ambientali. Fondazione nata dalla visione del professor Franco Siccardi che si pone come obiettivi principali la tutela della salute pubblica, la protezione civile e la salvaguardia degli ecosistemi, attraverso soluzioni innovative e basate sulla scienza. Gli ultimi mesi, come evidenzia la Fondazione sul proprio sito, hanno visto temperature sopra la media in tutta Italia, in particolare al Centro e al Nord. Ma qual è l’impatto sulla disponibilità d’acqua? Più caldo significa che in caso di precipitazioni generose in inverno (come in questo 2026), queste vengono “dissipate” più rapidamente del solito. Fondazione Cima fa il punto sulla relazione risorsa idrica-temperature estreme, confrontando quello che sappiamo della situazione attuale con la “grande siccità” al Nord del 2022. Quanto stanno incidendo – domanda basilare - le alte temperature che stiamo vivendo in Italia in questi giorni sulla disponibilità d’acqua? Il caldo va di pari passo con la siccità? Cosa ci aspettano i prossimi mesi? Lo spettro della crisi idrica del 2022 (quando più di 6 milioni di persone nel bacino del Po erano soggette a restrizioni sull’uso dell’acqua aleggia al Nord, ed a fini di prevenzione e previsione del rischio siccità, è utile una riflessione che parta dai dati. Che faccia molto caldo, come rimarca Fondazione Cima - ormai è noto: in quasi tutta Italia, le temperature negli ultimi mesi sono state tra +1°C e +2°C rispetto alla media, specialmente al Centro e al Nord. In alcune aree della pianura Padana (Emilia-Romagna e Veneto), le anomalie hanno superato anche i +2°C, e i primi dati provenienti dalle regioni e organizzati da Snpa per il mese di giugno ci dicono che in alcune aree abbiamo superato le medie storiche anche di +4°C. Per fare un confronto utile al tema che trattiamo, la relazione tra la risorsa idrica e le alte temperature, dobbiamo considerare che maggio 2022 è stato generalmente molto più caldo rispetto a maggio 2026, ma il periodo marzo-maggio di quest’anno è stato viceversa più caldo rispetto allo stesso periodo del 2022. Quindi siamo di fronte ad un singolo mese più caldo (prima di un giugno infuocato) rispetto ai tre mesi precedenti che in media sono stati più caldi. Bisogna aspettare ancora un po’ di tempo per avere dati consolidati (l’estate è ancora lunga) e poter fare ulteriori confronti, ma certamente è un inizio da tenere presente. La pioggia, sempre guardando ai mesi compresi fra marzo e maggio 2026, è stata lievemente sotto media al nord e sull’arco tirrenico: si parla di riduzioni generalmente tra il -30% e il -50%, arrivando a oltre il -50% in alcune zone alpine o basso-tirreniche. Altre aree d’Italia, e in particolare la costa adriatica meridionale, hanno visto invece forti surplus di precipitazioni (anche oltre il +50%), anche se si è trattato di eventi brevi e intensi. Maggio è stato invece molto secco su tutto il Paese, con punte ben sotto il -50% sia al nord (in particolare le Alpi, ma anche gli Appennini Emiliani) che al centro-sud. Anche in questo caso emergono aree con surplus di precipitazione (per esempio, l’alta Toscana), frutto ancora di episodi improvvisi e intensi. Facendo nuovamente un confronto, ecco che il 2022 presentava una situazione ben più critica, con anomalie ampiamente sotto il -50% in tutta Italia. Guardando alla neve, ecco che dopo tre anni di scarsità, il Po nel 2026 era finalmente nella media rispetto al periodo storico, grazie a un inverno generoso di nevicate. A causa di questo grande caldo, però, la risorsa idrica nivale ha subito una fusione molto più accelerata del solito, precipitando a condizioni solo lievemente migliori dell’inizio maggio 2022. Questo ovviamente non significa che la risorsa idrica nivale accumulata lo scorso inverno sia andata persa, ma è comunque defluita nel Po prima del solito. Più caldo significa che in caso di precipitazioni generose in inverno (come in questo 2026), queste vengono “dissipate” più rapidamente del solito. In altre aree del Paese, peraltro, la situazione è stata più critica dal punto di vista della neve: nel Triveneto e negli Appennini, l’accumulo idrico nivale è stato tendenzialmente sotto media anche nell’inverno 2026, con valori simili a quanto successo nel 2022 nel Nord-Est. Dal punto di vista dell’equilibrio tra evapotraspirazione (quindi quanta acqua torna in atmosfera dal suolo e dalla vegetazione) e precipitazione, nell’ultimo trimestre sono via via emerse diverse criticità sull’arco Padano e nel basso Tirreno. Si tratta chiaramente di uno squilibrio trainato sia dalle basse precipitazioni, sia, e soprattutto, dalle alte temperature registrate in quelle zone. Anche in questo caso, siamo di fronte ad una situazione simile, ma territorialmente meno estesa rispetto allo stesso periodo del 2022. Un altro dato da tenere presente, sempre secondo la Fondazione Cima, è l’umidità dei suoli: già a fine maggio sono emerse alcune criticità moderate, sebbene ancora minori in estensione rispetto al 2022: è un dato che cambia molto in fretta, quindi dovremo aspettare almeno fino ai primi dieci giorni di luglio per avere qualche dettaglio in più. Quindi, domanda logica, la situazione odierna è paragonabile a quella vissuta nel 2022 al Nord? No, o perlomeno non ancora, secondo Fondazione Cima, grazie alle buone precipitazioni dell’inverno appena trascorso. È però necessario un monitoraggio intenso e continuativo, perché le alte temperature di queste settimane hanno tutto il potenziale per portare il ciclo dell’acqua verso condizioni di scarsità. Come sempre, ricorda Fondazione Cima, è importante prevedere in anticipo le situazioni di crisi in modo da poter intervenire prima che si verifichino le emergenze, ed evitare gli inevitabili conflitti per l’acqua a cui abbiamo assistito in passato Come è già stato ribadito, inoltre, la persistente ondata di calore al momento non ha a che vedere con l’ormai famoso fenomeno de El Nino perché secondo gli attuali modelli climatici vedremo i suoi effetti il prossimo inverno. Quello che osserviamo oggi è l’effetto delle alte temperature, a cui la nuova normalità del cambiamento climatico ci ha abituato, e di come queste alte temperature guidino il ciclo dell’acqua verso la scarsità. Che oggi è sotto gli occhi di tutti.
Eremita del Po
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commenti
Franz
10 luglio 2026 21:14
Con qualche idrovora in più per pompare acqua dal Po ormai esangue, avremo campi rigogliosi de melegòt da daghe de maiàa ale bestie... e finiremo sicuramente nel Guinness dei primati!
harry
11 luglio 2026 06:46
E' probabile che gran parte del melegòt non sia cibo per le bestie ma finisca incenerito.
E' dal 2003 che si parla di costruire bacini di raccolta delle acque lungo il Po per l'irrigazione estiva, nulla è stato fatto!
Evidentemente chi deve fare oltre che parlare è in attesa della catastrofe!