24 maggio 2026

Rose e rosario. Memorie di maggio padano di fine anni ’60 all’oratorio di San Luca e alle Elementari Trento e Trieste

Mia nonna paterna Paolina aveva nel suo repertorio alcuni proverbi che puntualmente declamava in alcune cruciali circostanze. A tavola quando il marito Ettore le chiedeva di allungargli la bottiglia di vino, prontamente partiva con: “Se tanta sete hai, vin ti do”, un gioco di parole costruito sui numeri settantasette e ventidue. Quando dovevamo fare i compiti, c’era il maccheronico “La curiosità l’è parèenta del sapere”. Per la merenda invece, nessun proverbio, solo un incondizionato dictat: “Alle quattro, non prima”, con i relativi corollari: niente biscotti, solo pane burro e zucchero o col miele, eventualmente con olio e sale; Nutella mai pervenuta, sebbene circolasse dal ’64. Coll’arrivo di maggio saltavamo e correvamo tutto il giorno, in cortile, in oratorio e pure in casa, all’occorrenza. L’apporto della merenda ce lo bruciavamo in un attimo, eravamo secchi come baccalà, pochissimi, che io ricordi erano quei bambinotti sovralimentati che vedo oggi. 

Per placare invece le nostre spinte maggesi verso un’emancipazione dal vestiario invernale, valeva la didattica solennità dell’adagio - è proprio il caso di dire - “Aprile non ti scoprire, maggio va adagio, giugno poi fai quello che vuoi”. Mentre infatti a Parigi gli studenti cominciavano a rivendicare libertà di ogni sorta, a noi del maggio padano, una volta usciti di corsa lungo la discesa di via Palestro dalle elementari Trento e Trieste, bastava venissero assecondati i moti di liberazione dai canoni di obbligato decoro scolastico: infilare finalmente “i braghìin” e la maglietta per poter sudare in santa pace. Per i pantaloni di noi maschi si trattava in realtà di un passaggio riguardo allo spessore, non alla lunghezza, perché anche in tempi invernali, sebbene di lana, di velluto, o con la copertura del ginocchio nel modello “alla zuava”, i calzoni restavano invariabilmente corti. 

Malgrado tutti i freni prudenziali, coi primi caldi di maggio cominciavamo a inzupparci d’acqua perché scoppiava la stagione delle pistoline. Le trovavamo dai tabaccai di corso Garibaldi a qualche decina di lire. Erano in plastica deformabile e funzionavano senza alcuno stantuffo o pompetta, l’acqua usciva dalla canna della pistola quando con la mano ne schiacciavi il calcio: miracoli di tecnologia antica. In punta alla canna era inserito a pressione un bottone in plastica rigida dal cui foro usciva il getto d’acqua. All’atto dell’acquisto, quando il tabaccaio ti faceva scegliere il colore in tinta unita, dovevi avere l’occhio sulla condizione del contatto tra quel bottone e il bordo della canna perché se lì c’era qualche asperità, l’acqua oltre che dal foro, usciva anche lateralmente, depotenziando così la tua capacità offensiva. 

All’oratorio di San Luca la battaglia con le pistoline ad acqua era una scuola di vita: nel massacro del tutti contro tutti c’erano le alleanze e i loro tradimenti, le finzioni d’essere rimasto senz’acqua (riconosciuta condizione di immunità) per poter colpire di sorpresa, l’infierire a getto continuo sul “coppino” di chi stava ricaricando al rubinetto dei bagni, l’uso in contemporanea di una seconda pistolina e via di seguito, di vigliaccata in vigliaccata. Ma quando alle sei del pomeriggio in cotta e stola arrivava padre Antonio Ponzoni, le urla di battaglia gradualmente scemavano. Padre Ponzoni ci confessava tutti in latino, ogni sabato pomeriggio nel suo confessionale, l’ultimo a sinistra, in uno spazio ricavato poco prima della sagrestia della chiesa. Lì sabato dopo sabato cercavo di decodificare che cosa mi dicesse con quella cascata di strani termini che costituivano la formula finale di assoluzione. Fu così che parola per parola riuscii a ricostruire tra mille revisioni… “in quantum possum,… deinde ego te absolvo a peccatis tuis, in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti”. E con questa dotazione di latinorum mi presentai trionfante nella Scuola Media, dove all’epoca veniva insegnato obbligatoriamente nei primi due anni.

C’è il mese di maggio!”: la voce rimbalzava in ogni angolo dell’oratorio e lentamente, bagnati e stremati, noi “bàgoli” convenivamo insieme ai “grandi” attorno alla cappellina collocata all’aperto sul fianco dell’edificio del cinema e recante l’effige della Madonna della Divina Provvidenza, titolo con il quale viene venerata nella tradizione dei padri Barnabiti. Nelle aiuole circostanti, fratel Paolino, al secolo Paolo Agosti, un’istituzione del convento di San Luca, piantava e curava rose rosse, molto profumate e soprattutto molto rispettate da tutti in forza dei notori interventi “peda”gogici del barnabita. Non era un preghiera lunga, era un rosarietto costituito da un canto d’inizio, una decina di Ave Maria e dall’immancabile “Mille volte benedetta” di conclusione, canto che tanto infervorava padre Ponzoni. E questa interruzione pacificava definitivamente l’oratorio, anche perché ci si doveva a quel punto preoccupare della risistemazione personale in vista del rientro a casa, in una condizione che doveva risultare il più… asciutta possibile.

Le rose di fratel Paolino mi riportano alla memoria un particolare episodio legato al maggio dell’infanzia. Alla Trento e Trieste il mio compagno di banco da qualche giorno arrivava a scuola con una rosa rossa che teneva a fianco dell’astuccio. “Poi la porto a mia mamma”, mi diceva. Il maestro Gigi Manfredini ci aveva già fatto scrivere un biglietto per la festa della mamma, sul quale aveva timbrato in inchiostro viola sagome di animali che noi avevamo colorato per bene. In tempi di festa della mamma quelle rose calzavano a pennello, ma dove li trovavo i soldi, io? “No, sono gratis, entro in un giardino, prendo una rosa e scappo”. Una tattica convincente, ma ad essere poco convinta della storiella che le farfugliai, fu mia madre al terzo giorno che le portai una rosa rossa. Mi convinse a raccontargliela giusta e a portarla nel mio miracoloso giardino del bengodi. “Tu qui non devi portare via più nulla”, mi rimproverò. E sulla via del ritorno mi spiegò per bene il perché. Fu quello il modo con cui venni a conoscenza della caserma “Santa Lucia” dei Carabinieri di viale Trento e Trieste…

Nelle foto Padre Antonio Ponzoni, morto a San Luca nel 1990 e Fratel Paolo Agosti (1925-2024), detto Paolino. Per decenni ha vissuto a San Luca dove è stato l'inesauribile factotum del convento barnabitico. Poi in questa posizione era collocata contro il muro la tettoia della cappelletta della Madonna della Divina Provvidenza nell'Oratorio di San Luca

Maurizio Cariani


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