Sono pieni di sentimento "i sentieri" musicali di Sosa
E’ stato come navigare in un sogno etereo, ascoltare l’arte di Omar Sosa: grande protagonista di Cremona Jazz. Sendas, la raccolta che ha presentato nell’ambito della rassegna cremonese, è veramente un’antologia raffinata. Superba nel disegnare un sound: intrigante, leggero, sottile e sognante. Capace di scivolare, con grande partecipazione in stati d’animo. In impressioni. In fugaci momenti emotivi. Sosa non si richiama a un genere specifico. E’ suo il genere. Frutto di una grande musicalità che gli deriva da quella sua cultura cubana, ma più generalmente sudamericana, che ne ha caratterizzato la formazione fino allo sviluppo di una completa maturità artistica. Sendas, non è solamente una pregevolissima silloge dell’arte di improvvisare, è un grande polittico di stati d’animo. Di culture. Di intendere la vita dove elementi culturali e musicali si fondono in un linguaggio unico. Stilemi propriamente jazzistici, atmosfere languide e malinconiche europee, sussulti di vitalità africana diventano un tutt’uno. Un flusso infinito di emozioni che prendono magicamente vita sulla tastiera del pianoforte di Sosa. Sendas significa ‘sentieri’ che si inerpicano tra note e gemiti della natura. Venti tropicali e sahariani. Frammenti di percussioni di policromia etnica. Intriganti controcanti ritmico/melodici. Voci femminili che intersecano lunghi accordi di un’armonia minimalista ma sempre e comunque suggestiva.
Poi lui Omar: musicista che suona anche e soprattutto con il corpo. Dai piedi, immersi in calzature rosse da personaggio fiabesco, per arrivare al capo, ricoperto da un cappello di foggia magrebina.
La musica, la sua musica che è anche la sua anima sembra travolgerlo ad ogni frase. Ad ogni intensa scansione ritmica. Quel suono prende il possesso del corpo e lo fa muovere a ritmo. A passi di danza o ancora posizioni zen per immortalare quell’ attimo di confine infinito tra l’ultima nota e l’inevitabile sopraggiungere del silenzio. Sprigiona una simpatia innata di chi è nato e cresciuto in quelle culture in cui la gioia di vivere e suonare è centrale paradigma dell’esistenza. Trascina il pubblico dell’auditorium ‘Giovanni Arvedi’ del Museo del Violino, che gli restituisce un grande tributo.
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