17 luglio 2026

L'omicidio di Youssef ci riguarda tutti. È tempo di investire davvero nei giovani e nelle comunità

L'ARCI della provincia di Cremona esprime il proprio profondo cordoglio e la propria vicinanza alla famiglia, agli amici e a tutte le persone che hanno voluto bene a Youssef, il giovane di 19 anni ucciso nella notte tra sabato e domenica a Crema.

Di fronte a una tragedia come questa il primo dovere è il silenzio, il rispetto e il dolore. Saranno la magistratura e le forze dell'ordine ad accertare responsabilità e dinamica dei fatti. A noi, invece, spetta il compito di interrogarci su ciò che questa vicenda racconta della nostra comunità.

Non è il momento delle semplificazioni né delle strumentalizzazioni. È il momento di riconoscere che episodi come questo non nascono nel vuoto. Ci parlano di fragilità, di solitudini, di una crescente povertà educativa e relazionale che attraversa una parte delle nuove generazioni.

Per questo crediamo che la risposta non possa essere soltanto repressiva. La sicurezza si costruisce anche con una presenza sociale più forte, più diffusa e più continuativa. Si costruisce investendo nel lavoro educativo, nell'animazione territoriale, nella cultura, nello sport, nell'associazionismo e in tutti quei luoghi che permettono ai giovani di sentirsi parte di una comunità.

L'educativa di strada è uno strumento prezioso e necessario, ma da sola non basta. Occorre avere il coraggio di fare un passo in più: costruire vere opportunità di partecipazione, protagonismo e crescita, affinché ragazze e ragazzi possano trovare spazi in cui sperimentarsi, esprimersi e costruire relazioni positive. E queste opportunità non possono essere pensate per i giovani, ma devono essere costruite con loro, riconoscendoli come protagonisti e non come semplici destinatari di interventi.

È necessario prendere atto di una realtà che troppo spesso preferiamo non vedere: le periferie non sono soltanto i quartieri più lontani dal centro delle nostre città. Esistono periferie sociali, educative e relazionali che possono trovarsi anche a pochi passi da piazza Duomo. Luoghi dove le opportunità diminuiscono, dove il senso di appartenenza si indebolisce e dove il rischio che prevalgano isolamento, rabbia o violenza cresce ogni giorno.

Per questo serve un investimento strutturale nelle politiche giovanili. Non interventi emergenziali dopo ogni tragedia, ma una strategia capace di mettere insieme enti locali, scuole, servizi, associazionismo, volontariato e tutti quei soggetti che ogni giorno costruiscono comunità.

Come ARCI continueremo a fare la nostra parte, convinti che la risposta alla violenza non possa essere soltanto la paura, ma debba essere una comunità più presente, più capace di ascoltare e di creare occasioni di incontro.

Perché ogni ragazzo perso è una sconfitta per tutti. E perché il modo migliore per ricordare Youssef non è limitarsi al cordoglio, ma assumersi la responsabilità di costruire una società in cui nessun giovane si senta invisibile e nessun territorio venga lasciato indietro.

Martina Regis (Arci Cremona)


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti


marco

17 luglio 2026 16:31

Occorre che gli interventi poi vengano accettati.
La realtà la conosciamo tutti, come tutti conosciamo come le enclavi che si sono create spontaneamente in città o in periferia,nei paesi,vivano a modo loro la realtà lavorativa e un'integrazione che viene accettato solo in parte.
Gli episodi di violenza cercata e organizzata oppure causata da abuso di alcool o stupefacenti sono generate perlopiù da giovani privi di scolarità,che hanno sempre vissuto in mondo dove la violenza è la norma e che non hanno supporti educativi famigliari e vedono nel guadagno facile e nel gruppo la loro vera realtà di vita sociale.
Il Comune,le Associazioni di volontariato e le realtà che operano nel cremonese lavorano per far si che nessuno venga lasciato indietro con progetti già attivi o in via di completamento e lo sport con la scuola sono le vere armi contro l'isolamento dei giovani ma un ruolo fondamentale sarà sempre quello genitoriale al quale nessuno può cercare di sostituirsi in toto.
Quello che cercano il più delle volte è solo un campo di calcio oppure di basket dove sfogarsi.
Il problema è che sono pochi quelli liberi e anche negli oratori ancora funzionanti sono molto frequentati anche se con qualche difficoltà.
Al parco Levi Montalcini è stata recuperato un palazzetto desolatamente inutilizzato forse per la situazione emergenziale sul piano sicurezza della zona.
Al Parco al Po sono state tolte le porte di calcio.
Il campo davanti le colonie Padane è sempre vuoto e chiuso....
La risposta deve essere repressiva nel momento in cui la situazione diventa emergenziale ed è inutile non considerare che ci siamo dentro.
Non dimentichiamo che tutti noi godiamo del libero arbitro che fa' si che siamo padroni del nostro destino, basta volere farsi coinvolgere ed aiutare.
Non si può colpevolizzare nessuno per quello che ci accade.




Monica

18 luglio 2026 14:53

Tutto bello, tutto giusto ma le belle parole e i buoni intenti si scontrano con la realtà. Conosco personalmente e molto bene un tunisino arrivato in Italia decenni fa, ora con cittadinanza italiana. Quattro figli, uno, mi si passi il termine, più malgiusto degli altri. L'ultimo figlio, praticamente italiano di seconda generazione, è ormai destinato alla galera. Ha cominciato a dare problemi dai 9/10 anni, bulletto, violento e ostile alle regole del vivere civile. Alle medie il problema è deflagrato fino al disastro della scuola superiore con gli arresti domiciliari. Nel mentre, il padre ha fatto quello che ha potuto secondo le sue capacità e le regole del vivere civile del nostro tempo. La madre, ma è una mia opinione, ha un forte deficit mentale che le impedisce di esercitare il suo ruolo di madre. Dunque, i genitori: mai reazioni violente nei confronti del figlio, accontentandolo nelle richieste con quel che si poteva fare tenendo conto del reddito familiare. Affiancamento di psicologi, team di insegnanti, assistenti sociali (scomparsi al compimento del 18mo anno di età), progetti su progetti di inclusione e via dicendo (visto personalmente tutte le comunicazioni alla famiglia e le varie convocazioni del genitore). A nulla è servito averlo seguito, averlo coinvolto, averlo fatto sentire accolto, accettato e compreso. Se la testa non va, non va, è inutile. Questo ragazzo ha passato l'adolescenza in un crescendo di piccoli reati e bravate che mai hanno avuto conseguenze oggettive. Un richiamo, una ramanzina dell'autorità e via, via l'asticella che si alzava sempre di più, fino ad arrivare ai domiciliari con le spese e le sanzioni penali tutte a carico del genitore monoreddito. È questione di tempo, ora che è maggiorenne, arriverà anche il carcere. Ora, mi chiedo cosa si sarebbe dovuto o fare di più nonostante tutto quello che è stato tentato. Non si può sempre scaricare la colpa sulla società, sugli operatori che fanno del loro meglio per recuperare questi ragazzi, sui cittadini che hanno scarpe e borse firmate e 'allora ne ho diritto anche io'. Per quello che ho potuto vedere sono menti bacate che forse avrebbero potuto essere raddrizzate un po' se al posto delle ramanzine istituzionali (che di fatto non portavano a nessuna conseguenza per il piccolo teppista) sarebbero arrivati degli scopaccioni ben assestati. Ma siccome non si può avanti fino al prossimo reato. Un adolescente che passava tutta la notte in giro e che dormiva di giorno, che non frequentava scuola, che davvero ne combinava di tutti i colori, finito sulle cronache dei giornali locali,per il quale, a parte decine di progetti per 'recuperarlo' mai i servizi sociali hanno adombrato l'allontanamento dal nucleo famigliare evidentemente in difficoltà e incapace di gestire questa anima in pena poi diventata delinquente. E (mi rendo conto qui che divago) non posso fare a meno di pensare all'altra famiglia che aveva scelto di vivere in modo diverso dai più alla quale i bambini (sereni e felici, educati) sono stati portati via e non ancora restituiti.

marco

18 luglio 2026 19:19

Concordo,andava tolto alla famiglia ma non è detto che sarebbe migliorato.
E a quanto punto non credo che un soggiorno in carcere lo cambierà,anzi....
Poi come ho scritto il libero arbitrio guida le nostre azioni.
Il ragazzo ha fatto una scelta e ne pagherà le conseguenza.
Peggio per lui.

Monica

19 luglio 2026 08:04

Gentile Marco, concordo con lei sul libero arbitrio. Questi ragazzi perduti, crescendo, sanno perfettamente cosa è giusto o cosa non lo è. Ricordo la risposta del ragazzo quando gli si paventava la possibilità di finire in prigione (dato che era inutile cercare di fargli capire che con quello che faceva buttava via la sua vita facendo male agli altri): tanto non mi fanno niente, io in prigione non ci vado. E così è stato e posso dire che questo sistema di recupero sociale che punta tutto sulla comprensione, sull'accoglienza, sull'inclusione ad ogni costo, pur con tutta la buona volontà delle istituzioni, non funziona. Perché io ho avuto esperienza diretta con il figlio del mio collega ma le cronache di tutta Italia sono piene di personaggi cosi che dicono 'tanto non mi succede niente. Ed è vero, almeno fino a quando non arriva il ferito grave se non addirittura il morto come nel caso di Crema. Prima di diventare assassini sono teppisti e delinquenti che sanno benissimo di vivere al di fuori delle regole ma a cui nulla importa perché, ripeto, il loro comportamento non ha nessuna conseguenza oggettiva tranne il fastidio di 'sorbirsi' noiose (per loro) ramanzine