La discussione sul manifesto "Sos Vita" rischia di scivolare su un piano ideologico, mentre la vicenda merita di essere letta nella sua dimensione istituzionale. Il Sindaco ha dichiarato di aver ricevuto alcune segnalazioni prima della rimozione e di aver valutato che quel messaggio, collocato davanti all'ospedale, potesse aumentare il senso di colpa e il disagio psicologico di donne che accedono a un servizio sanitario in una condizione di fragilità. Non si tratta di giudicare il contenuto come opinione politica, ma di valutarne l'impatto in quel contesto specifico.
La tutela della salute comprende anche la dimensione psicologica: lo afferma l'art. 32 della Costituzione e lo conferma una giurisprudenza consolidata della Corte Costituzionale. TAR e Consiglio di Stato hanno più volte stabilito che, nei pressi di ospedali, scuole e altri luoghi sensibili, la pubblicità deve rispettare criteri di neutralità, proprio per evitare pressioni emotive sugli utenti. Non serve che un messaggio sia illecito: basta che sia inopportuno rispetto al luogo per giustificare un intervento dell'amministrazione. In questi casi, il potere del Sindaco è prudenziale, non politico.
Questo quadro si innesta sui poteri-doveri previsti dall'art. 50 del TUEL, che consente al Sindaco di adottare provvedimenti contingibili e urgenti in materia di igiene, sanità e sicurezza pubblica, e sulla disciplina delle affissioni, che prevede criteri più stringenti proprio in prossimità dei luoghi di cura. E, se il Sindaco si fosse mosso nell'ambito della convenzione con il gestore degli impianti pubblicitari, come spesso avviene in questi casi, non sarebbe stata necessaria alcuna ordinanza formale: una semplice richiesta al concessionario potrebbe rientrare nella normale gestione amministrativa. L'ordinanza diventa necessaria solo quando si impongono obblighi a soggetti non contrattualmente legati o si esercita un potere coercitivo verso i cittadini, condizioni che qui non sembrano ricorrere.
Le prese di posizione arrivate dopo la rimozione — dalla Rete Donne ai sindacati, fino a esponenti della stessa maggioranza di area cattolica — confermano che la questione era effettivamente delicata e potenzialmente divisiva. Il fatto che una parte della maggioranza non abbia condiviso la scelta dimostra, semmai, che non si è trattato di un atto ideologico, ma di una decisione assunta assumendosi la responsabilità di scontentare anche il proprio campo.
In questo dibattito non si può dimenticare che la legge 194 nasce da un referendum popolare e che passò grazie a un consenso trasversale, non di parte. Il Paese arrivò a quella scelta dopo anni in cui il tema dell'aborto era segnato da una drammatica diseguaglianza: chi aveva mezzi si recava in Svizzera, chi non li aveva si affidava alle "mammane", spesso con esiti tragici. La 194 fu la risposta civile a un contesto insostenibile, non un vessillo ideologico.
Per questo sorprende che oggi, a distanza di quasi cinquant'anni, si torni a discutere come se quella storia non fosse mai esistita. La rimozione del manifesto non riapre il merito della 194, né può cancellare il percorso che portò il Paese a scegliere la tutela della salute e della dignità delle donne. È evidente che la questione politica non finirà qui: alle prossime scadenze elettorali tornerà certamente al centro del confronto, com'è naturale. Ma questo è un discorso politico che verrà. Oggi il punto è un altro: garantire che i luoghi di cura restino spazi sereni, neutrali e rispettosi della fragilità delle persone che li attraversano.
Biagio
commenti
elio
24 giugno 2026 00:42
Quindi per il sindaco non è opportuno un manifesto che cerca di evitare ad una donna il trauma di un aborto?