2 luglio 2026

La democrazia selettiva di una Cremona difficile da riconoscere

Ci sono vicende che, più di altre, che ci colpiscono e ci impongono come cittadini di non stare in silenzio. Ci sono fatti che hanno il merito involontario di togliere il velo alle parole che amiamo pronunciare con tanta solennità: democrazia, libertà, pluralismo, rispetto. Parole nobili, certamente. Ma proprio per questo bisognose di coerenza, non di interpretazioni elastiche a seconda della convenienza del momento.
 
La decisione di rimuovere il manifesto SOS Vita davanti all'Ospedale Maggiore non può essere liquidata come una semplice scelta amministrativa, né ridotta alla solita contrapposizione tra destra e sinistra, laici e cattolici, progressisti e conservatori. Il punto è molto più serio. Riguarda il metodo. Riguarda l'idea stessa di spazio pubblico. Riguarda la tentazione, sempre pericolosa, di decidere quali opinioni possano essere tollerate e quali, invece, debbano sparire perché non allineate alla sensibilità dominante. 
 
Se un manifesto è regolarmente autorizzato e affisso negli spazi consentiti, la sua rimozione non può dipendere dall'umore del momento, dal dissenso politico o dalla sensibilità personale di chi amministra. In assenza di un provvedimento motivato, fondato non su impressioni soggettive ma su precise ragioni di legge, un simile intervento appare amministrativamente censurabile e difficilmente tollerabile da parte di un Sindaco. Perché un Sindaco non è chiamato a selezionare le opinioni gradite. È chiamato a garantire, in modo imparziale, la legalità, il pluralismo e la libertà di espressione.
 
Il Sindaco non è il re di un regno. È, o dovrebbe essere, il garante della democrazia delle pluralità. Rappresenta tutti i cittadini, non soltanto quelli che condividono la sua visione del mondo. Anche chi non lo ha votato. Anche chi dissente. Anche chi ritiene che parlare di vita, maternità, fragilità e sostegno non sia una minaccia, ma una possibilità di ascolto.
 
E allora la domanda diventa inevitabile: dove sarebbe, in tutto questo, la sensibilità tanto ostentata? Dove sarebbe la libertà? 
 
Perché qui nasce il paradosso. Si invoca la libertà di scelta, ma si rimuove una voce. Si difende la democrazia, ma si agisce come se alcune sensibilità meritassero cittadinanza e altre no. Si parla di pluralismo, purché il pluralismo non disturbi troppo il salotto buono delle convinzioni già approvate. Siamo oltre la contraddizione. Siamo alla follia garbata delle democrazie che censurano in nome della libertà.
 
Ed è straordinario, naturalmente in senso metaforico, osservare come proprio chi dovrebbe custodire con maggiore attenzione il baluardo del femminile abbia scelto, in questa vicenda, di non vedere l'intera complessità della questione. Si è parlato molto di diritti, autodeterminazione, libertà. Molto meno, quasi nulla, di quelle donne che un figlio lo desiderano e faticano ad averlo. Di quelle maternità attese, mancate, sospese. Di quella fragilità silenziosa che non diventa slogan, non fa rumore, non occupa i post indignati, ma esiste.
 
Il diritto alla vita è direttamente proporzionale al rispetto. Rispetto per chi sceglie, certo. Ma anche per chi soffre, per chi spera, per chi vive la maternità non come imposizione, ma come desiderio profondo, talvolta doloroso. Da chi si proclama custode dei diritti faticosamente conquistati dalle donne sarebbe stato lecito attendersi almeno un gesto di misura. Un tentativo di smorzare i toni. Una presa di distanza dalle solite risse mediatiche nelle quali ogni tema serio viene immediatamente trasformato in bandiera.
 
Invece no. Ancora una volta, apparire sembra essere il miglior elisir. Apparire giusti, moderni, moralmente collocati dalla parte corretta della storia. Poco importa se, nel frattempo, le donne reali restano sullo sfondo, sacrificate sull'altare della posa pubblica.
 
Da donna, non posso che dichiararmi amareggiata. E stanca. Stanca di questi ignobili teatrini travestiti da battaglie di civiltà. Stanca di una politica che ha smarrito l'eleganza del confronto e la sostanza dei valori. E credo di non essere l'unica. La gente si sta stancando di un linguaggio pubblico sempre più aggressivo, prevedibile, muscolare, dove la coerenza conta meno della visibilità e il pensiero meno dell'appartenenza.
 
Colpisce, poi, un'altra contraddizione. Mentre un manifesto che parla di vita viene percepito come potenzialmente disturbante, la città appare pronta a celebrare, con entusiasmo istituzionale, forme di intrattenimento nelle quali la volgarità viene prontamente assolta come linguaggio generazionale, provocazione, libertà artistica. Nessuno chiede censure. Sarebbe un errore. Ma proprio perché la censura è sempre un errore, sarebbe interessante capire perché per alcuni linguaggi si invochi la libertà e per altri la rimozione.
 
Il problema, allora, non è proibire. Il problema è capire quale idea di cultura e di democrazia una comunità intenda promuovere. Perché se il turbamento è il criterio, bisogna applicarlo sempre. Se invece dipende soltanto da chi turba chi, allora non siamo più davanti alla libertà: siamo davanti a una libertà selettiva, concessa a intermittenza, protetta quando conviene e sacrificata quando imbarazza.
 
Nel frattempo, fuori dalle vetrine social e dalle narrazioni più comode, Cremona conosce anche una realtà meno patinata: risse in centro, residenti esasperati, commercianti preoccupati, cronache che non appartengono alla percezione ma ai fatti. E i fatti, a differenza della propaganda, non chiedono il permesso di esistere.
 
Forse governare una città significa proprio questo: accettare che lo spazio pubblico non sia un salotto privato né una bacheca riservata agli amici del pensiero dominante. Significa ascoltare anche le voci scomode. Significa ricordare che la democrazia non è un ornamento da esibire quando conferma le nostre idee, ma una responsabilità da praticare quando le mette alla prova.
 
Cremona non ha bisogno di una democrazia selettiva. Ha bisogno di coerenza, misura, rispetto. Ha bisogno di istituzioni capaci di rappresentare tutti, non soltanto chi applaude. Ha bisogno di una politica che torni a essere pensiero, non posa; servizio, non vetrina; confronto, non tribunale.
 
Perché la vera libertà non teme un manifesto.
 
E la vera democrazia non lo fa togliere solo perché non le somiglia, la legge è uguale per tutti, o meglio, dovrebbe.
 
Costanza


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commenti


Anna L. Maramotti Politi

2 luglio 2026 08:01

Il mio non è un commento perchè condivido ogni parola. Credo doveroso specificare che , se anche fossimo una minoranza, avremmo gli stessi diritti degli altri cittadini.
Per correttezza però debbo osservare che non siamo una minoranza.
Grata a Costanza

Ada Ferrari

2 luglio 2026 08:08

Cara Costanza, sono certa che ogni cremonese capace di onesto sguardo sulla realtà locale non possa che plaudire al suo lucido e intelligente intervento. Quanto a me, ne condivido ogni virgola. Grazie. Tuttavia temo che nulla ormai possa scalfire l' arrogante cecità di una amministrazione che pare ostentare come un trofeo la capacità di recare danno alla comunità locale e al territorio. Davvero democrazia ferita.

Gianni C.

2 luglio 2026 08:20

Un intervento lucido che dimostra come l'ideologia toglie di mezzo anche la democrazia in una città come Cremona. Un autogol clamoroso di Virgilio. Adesso potrebbe anche ritornare sui suoi passi per recuperare credibilità. "Coloro che non cambiano mai idea non cambiano mai nulla" ha detto Winston Churchill. Chissà....

Laura

2 luglio 2026 09:15

Esterefatta. Non già per la decisione ma per i tentativi di giustificarla. Ma è tutto lecito? Il sindaco può far rimuovere quel che non è consono alla sua idea? Ma è democrazia questa? O abuso di potere?