1 ottobre 2026

Nucleare a Cremona? Prima i dati, poi gli slogan

​Gentile direttore, ho letto l'intervento di Daniel Bressan, vicesindaco di Offanengo, sul possibile ritorno del nucleare e sull'opportunità, per la provincia di Cremona, di «non chiamarsi fuori». Il tema merita certamente di essere discusso. Ma proprio perché merita di essere discusso seriamente, credo sia necessario togliere dal dibattito qualche slogan di troppo.

​​In questi giorni l'Italia ha approvato definitivamente il disegno di legge sulla cosiddetta «energia nucleare sostenibile». Ma si tratta di una legge delega: il Governo dovrà ancora adottare i decreti legislativi che dovranno disciplinare concretamente il nuovo quadro normativo. Quindi il «ritorno del nucleare» annunciato come se fosse dietro l'angolo è, per ora, soprattutto l'inizio di un percorso. Ad oggi infatti è quasi impossibile fare valutazioni senza aver certezza delle risposte a queste domande:

​Quale nucleare? Dove? Con quale tecnologia? Con quali tempi? Con quali costi e rischi? E a carico di chi?

​Di quale nucleare stiamo parlando? Gli SMR, i piccoli reattori modulari, vengono continuamente evocati nel dibattito pubblico come se fossero già disponibili sul mercato nella configurazione che l'Italia dovrebbe adottare. Ma la legge parla genericamente di tecnologie modulari o avanzate: non individua una tecnologia, un modello, un fornitore, un sito né un costo dell'energia prodotta. È una differenza importante. Stiamo valutando una possibilità tecnologica e industriale, non una soluzione già pronta da ordinare e installare. Se parliamo di soluzioni tecnologiche già mature, bancabili e certificate sul mercato occidentale, il nucleare a fissione oggi disponibile è esclusivamente quello di grande taglia (III e III+ generazione). È l'unica tecnologia commerciale per cui esistono dati certi su costi, tempi di cantiere e catena di fornitura in Europa. Gli SMR di nuova generazione rappresentano un paradigma diverso, ma in Occidente sono ancora in fase di sviluppo e licenziamento normativo: pretendere che un territorio si candidi oggi a fare da "campo di prova" o da investitore per tecnologie non ancora commerciali significa accollare a famiglie e imprese rischi economici e industriali incalcolabili. Per un dibattito onesto sul mix energetico al 2035, occorre distinguere ciò che è già standardizzato e industriale da ciò che richiede ancora iter autorizzativi, filiere dedicate e tempi di penetrazione di mercato non compatibili con le scadenze imminenti della decarbonizzazione.

​Bressan richiama giustamente la sfida dell'Intelligenza Artificiale, dei data center e della digitalizzazione. Ma qui emerge una palese contraddizione temporale: la rivoluzione digitale e la crescita dei consumi industriali stanno avvenendo oggi e richiederanno risposte nei prossimi 3-5 anni. Rispondere a un'emergenza industriale e di competitività immediata promossa dalla digitalizzazione prospettando impianti che, tra iter autorizzativi e cantieri, non erogheranno un solo kilowattora prima di qualche lustro, significa scambiare la pianificazione industriale con il libro dei sogni. 

​Lo stesso vale per i costi. Si sente ripetere che il nucleare servirà a rendere l'energia più economica. Può darsi. Ma potrebbe anche non essere così. Non è un dato che oggi possiamo semplicemente dare per acquisito. L'Agenzia internazionale dell'energia, nel suo quadro globale, conferma che le rinnovabili sono le tecnologie più competitive per la nuova generazione elettrica, mentre il costo effettivo del nucleare dipende fortemente dai costi di capitale, dai tempi di costruzione, dal finanziamento e dal tipo di impianto. Se si vogliono paragonare i costi di sistema, occorre considerare anche quelli sommersi del nucleare: garanzie statali, addebiti di demanio e gestione di lungo periodo dei rischi. Insomma: prima di promettere bollette più basse, sarebbe opportuno presentare un conto. E possibilmente un conto completo. Perché nel nucleare non c'è soltanto il costo del reattore. Ci sono progettazione, autorizzazioni, costruzione, finanziamento, rete, decommissioning e gestione dei rifiuti radioattivi.

​D'altro canto, per onestà intellettuale, dobbiamo prendere atto che nel medio periodo non si possano risolvere tutti i problemi di stabilità della rete unicamente con pannelli fotovoltaici e pale eoliche. Le rinnovabili sono per loro natura intermittenti: sole e vento non programmati richiedono un'immensa capacità di accumulo (batterie, pompaggi) e sistemi di backup. Ritenere che si possa fare a meno di una quota di produzione programmabile e dispacciabile per garantire la continuità delle forniture senza rischiare blackout o dipendenze sbilanciate significa fare propaganda, non politica energetica.

​Tuttavia, con la stessa onestà intellettuale, proprio perché l'emergenza climatica e i target di decarbonizzazione impongono azioni immediate, nei prossimi 10-15 anni la transizione e la sicurezza della rete si giocheranno inevitabilmente sullo sviluppo massiccio di rinnovabili (privilegiando agrivoltaico avanzato, tetti industriali e aree dismesse), batterie di rete, pompaggi idroelettrici, idrogeno verde e ammodernamento delle infrastrutture, ricorrendo alla capacità dei cicli combinati a gas già esistenti esclusivamente come riserva d'emergenza residua nei momenti di picco. I tempi di realizzazione del nucleare non sono semplicemente compatibili con queste scadenze urgenti. Le rinnovabili sí. La sfida seria non è scegliere una sola via ideologica, ma capire quale combinazione di produzione, reti, accumuli e interconnessioni consenta al sistema di avere energia sufficiente, affidabile e sostenibile, riducendo sprechi e consumi in modo etico.

​A proposito delle scorie a cui facevo riferimento prima: non è un dettaglio secondario, ma la precondizione di qualsiasi dibattito. L'Italia sta ancora lavorando alla realizzazione del Deposito Nazionale per mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi degli impianti dismessi. La procedura di localizzazione è in corso da anni e avere una carta delle aree idonee non significa ancora avere il deposito operativo. Se davvero vogliamo «non chiamarci fuori», sarebbe interessante sapere se per i sostenitori del ritorno del nucleare italiano  vale per il pacchetto completo:  sono pronti a discutere con la stessa disinvoltura non solo dell'eventuale reattore, ma anche della gestione e dello stoccaggio dei rifiuti radioattivi a media e alta attività che ne deriverebbero sul territorio? Il vero test della trasparenza e del senso di responsabilità arriva quando si affrontano anche i nodi meno fotogenici, anziché selezionare solo le promesse di sviluppo.

​C'è poi un'altra semplificazione che andrebbe evitata: quella della «sovranità energetica» intesa come capacità di ogni singolo Paese di produrre autonomamente tutta l'energia di cui ha bisogno. L'Italia è già inserita in un sistema energetico europeo fortemente integrato. Compriamo e vendiamo energia attraverso scambi bidirezionali continui, connettendoci alle reti dei Paesi confinanti ed esportando noi stessi risorse nei momenti di picco della nostra produzione rinnovabile. Parlare di «indipendenza energetica» come se un Paese potesse isolarsi dal mercato continentale rischia di essere fumo negli occhi.

​Il problema serio è capire quali dipendenze siano strategiche e come ridurle all'interno del mercato unico europeo, non fingere che le interconnessioni non esistano. Del resto, la provincia di Cremona è inserita nel sistema nazionale dello stoccaggio del gas, che serve un bacino molto più ampio del nostro territorio. Se accettiamo che un'infrastruttura locale serva un sistema di rete più complesso, dobbiamo applicare lo stesso principio metodologico a tutta la rete elettrica continentale.

​È qui che anche il concetto di «competitività territoriale» merita cautela. Se a ogni territorio che ospita un impianto viene promessa una particolare convenienza economica, si rischia di trasformare l'energia in una competizione fra territori per ottenere compensazioni, anziché cercare la soluzione più efficiente per il Paese. L'energia dovrebbe essere considerata innanzitutto come un'infrastruttura di sistema. Servirebbe parlare molto di più di mercato energetico europeo, di interconnessioni, di sicurezza degli approvvigionamenti e di solidarietà tra Paesi e territori. In attesa di capire se e quando arriveranno nuove tecnologie, abbiamo già le interconnessioni europee, le rinnovabili, gli accumuli e le reti. È su questo sistema integrato che dobbiamo ragionare.

​Gli italiani si sono espressi sul nucleare con i referendum del 1987 e del 2011. La serietà ed il rispetto delle scelte democratiche richiedono un percorso di trasparenza, dati industriali certi e un confronto informato, non la liquidazione frettolosa di quei voti come 'pregiudizio ideologico'. 

​In sintesi bisogna di evitare che scelte strategiche complesse vengano ridotte a parole rassicuranti come «sicurezza energetica» o «competitività». Non si tratta di superare le paure del passato, e il chiedere trasparenza su costi, tempi, coperture finanziarie e gestione dei rifiuti si chiama  buon senso amministrativo e di vera responsabilità nei confronti delle nuove generazioni. L'ideologia, semmai, è firmare assegni in bianco sulla pelle del territorio senza avere uno straccio di piano industriale e di garanzie.

Marco Degli Angeli


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commenti


Manuel

1 ottobre 2026 06:36

GRANDE!
Intervento esemplare, quasi accademico.
Mi auguro il ritorno di Degli Angeli tra la politica attiva.

Tommy Nicardi

1 ottobre 2026 07:05

Bravo Degli Angeli, ma non lo scopriamo oggi.
Un intervento che merita di essere letto per il metodo, prima ancora che per le conclusioni. Finalmente un approccio serio, argomentato e fondato sui dati, che affronta un tema complesso senza ricorrere a slogan, semplificazioni, formule di captatio benevolentiae o alla ricerca dello scontro a prescindere.

È così che dovrebbe svolgersi il confronto pubblico: porre domande, distinguere ciò che è certo da ciò che ancora non lo è, mettere sul tavolo costi, tempi, rischi e alternative e lasciare che siano i fatti a orientare le scelte.

Di persone capaci di affrontare i temi istituzionali con questo livello di serietà, rigore e responsabilità ci sarebbe francamente bisogno. E se ne sente la mancanza, soprattutto nei tavoli dove decisioni di questo tipo dovrebbero essere discusse.

Ambrogio Bignami

1 ottobre 2026 10:41

Bravissimo come sempre Marco👏👏👏

Ambrogio Bignami

1 ottobre 2026 12:56

Bravissimo come sempre Marco👏👏👏

Antonio

4 ottobre 2026 02:26

Se i grillini nel nord Italia sono praticamente spariti( per fortuna ) e con numeri che difficilmente permetterà loro di essere rappresentati perché non supereranno la soglia di sbarramento, ci sarà un motivo…
Ah dimenticavo…al sud ancora resistono, i loro elettori sperano ancora nel reddito di nullafacenza, nei facilitatori, nei banchi a rotelle e nelle favole varie…

Manuel

4 ottobre 2026 09:09

Ah, dimenticavi quota 101, programma Lega, ma attuato solo grazie al governo Conte I.
Dunque Antonio non abbatterti, incrociamo le dita e confidiamo che in un anno di attesa i numeri possano tornare quelli di un tempo... perché sai, a volte, le favole si ripetono.

Antonio

5 ottobre 2026 15:51

Ti piacerebbe…
questi cambiano idea ogni giorno,adesso hanno capogruppo alla camera una che è stata condannata per omicidio, mentre qualche anno fa per un divieto di sosta secondo loro quasi non potevi candidarti.
Lasciamo perdere … i perdenti.