La psicosi preventiva. Cronache da una giornata di ordinaria follia
Da ieri Cremona è preda di un’allucinazione collettiva.
Dalla mattina non si è parlato d’altro che della ‘protesta studentesca imminente’ che minacciava di devastare la città, occupare scuole e svaligiare negozi. Il tutto nato da... un gruppo whatsapp! Centinaia di studenti sono rimasti a casa, decine di negozi hanno barricato le vetrine per l’allarmismo diffuso a macchia d’olio e amplificato con la grancassa.
Chi doveva occuparsi della ‘prevenzione’ ha fatto blindare una città per una manifestazione che non c’è stata. Un ruggente successo per i nostri ‘professionisti dell’ordine pubblico’.
Ci pare che in questa città, disabituata da tempo alla politica, si sia perso del tutto il senso della realtà. Ma veramente non sappiamo che le manifestazioni non si organizzano certo aggiungendo sconosciuti a un gruppo whatsapp che nel giro di poche ore finisce sulle pagine della stampa locale e sulle bacheche social della Questura? Un’organizzazione degna dei migliori insurrezionalisti! Davvero non sappiamo distinguere un trend social da una minaccia per l’ordine pubblico?
Un po’ di buon senso signore e signori santo cielo! La digos che entra nei licei, i presidi che invitano i genitori a tenere i figli a casa, le scuole di una città da 70mila abitanti deserte per... dei messaggi su whatsapp circolati uguali in più città!
Non intendiamo criticare quei cittadini, professori, genitori e negozianti che – legittimamente spaventati da comunicati di Questura, Prefettura, amministrazione comunale, registri scolastici – si sono fatti megafono della narrazione psicotica per tutta la giornata di ieri.
Ma mentre la città, le scuole e i genitori puntano il dito contro quattro ragazzini fomentanti da un trend di Tik Tok rieccheggiato in decine di città, ignoriamo le responsabilità di chi, invece di spegnere le ceneri sul nascere ci ha soffiato sopra. I ‘professionisti dell’ordine pubblico’ nostrani avrebbero potuto - come hanno fatto - individuare celermente chi aveva creato il gruppo, verificare che si trattava di un’improbabile ‘spacconata’ di chi è abituato a parlare sui social senza pensare alle conseguenze, tirargli le orecchie e chiuderla lì.
E invece si è scelto lo show.
I poliziotti che entrano nelle scuole intimando ai presidi di convocare i ragazzi per diffondere l’allarme; la Questura che a metà mattina già annunciava ‘rinforzi del reparto mobile da Roma’ e non perdeva occasione per informare i cittadini sui rischi per la sicurezza e su quanto le istituzioni fossero pronte a reagire (proprio un fare rassicurante, dottor Ambra). Si vede che, come noi, il nostro questore iperattivo ha nostalgia delle manifestazioni studentesche di quando era capo della Digos di Torino. O che è a caccia di visibilità...
La strategia è chiara, l’improbabile iniziativa di qualche ragazzino offre l’occasione perfetta: basta gridare ‘al lupo, al lupo’ e poi, quando non sarà arrivato nessun lupo, si potranno vantare i successi della macchina preventiva messa in campo. E nel frattempo si sarà paralizzata una città per due giorni, scatenato il panico e ‘chiuse’ le scuole.
Certo la psicosi che si è generata, oltre a confermare la nostra faciloneria, dimostra qualcos’altro: le manifestazioni di questi giorni, in Italia come in Francia, Spagna e Albania, fanno paura. Non per le violenze, ma perchè sono manifestazioni di popolo. E i motivi per manifestare infatti ci sono tutti: carovita, speculazioni
sul carburante, soldi alle armi mentre i salari scendono da anni, tagli a istruzione e sanità. La gente comincia a essere stufa.
Ma non è certo per rubare un paio di scarpe da FootLocker che milioni di persone riempiono le piazze, non è certo per qualche vetrina in frantumi che i Governi di mezza Europa traballano. È perché la gente, a partire dagli agricoltori e autotrasportatori che bloccano il Sud, non ce la fa più e ha cominciato a organizzarsi per far sentire la propria voce da chi non l’ha mai voluta ascoltare.
E così a Cremona la macchina della sicurezza ha fatto il suo lavoro: la presunta manifestazione è stata demonizzata ancor prima di essere organizzata, la città non ha parlato d’altro, i social si sono riempiti di video fake di marce già in corso (complimenti a Telecolor che li ha rilanciati), i giovani come categoria sociale diventano ‘animali’, ‘stupratori’ e ‘violenti’ anche se questi giovani nessuno li ha visti. E così si realizza l’altra magia: ogni manifestazione da qui a dieci anni sarà vissuta dai cremonesi come un’invasione barbarica. E non sarà successo niente, che capolavoro!
La manifestazione più discussa a Cremona degli ultimi anni è quella che non è mai avvenuta. Lo sciopero più riuscito degli ultimi decenni l’ha convocato la Questura.
A proposito di manifestazioni: la settimana scorsa gli studenti di Corrente Z sono scesi in piazza, noi eravamo con loro, e voi? Ne avevate anche solo sentito parlare? Sapete per cosa manifestavano? Ecco...
Ritorniamo con i piedi per terra, per favore. Proviamo a non confermarci, come sempre, una città senza speranza.
E cominciamo a organizzarci seriamente, non per devastare, ma per far sentire la nostra voce. Perché la psicosi cremonese è finta, ma la disperazione della gente è quanto di più reale ci sia.
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commenti
Liutaio Affilato
21 ottobre 2026 08:44
Una chat WhatsApp gestita da un quattordicenne e Cremona si è data il coprifuoco da sola. Serrande giù, strade vuote alle otto, silenzio da marzo 2020. solo che stavolta non c'era un decreto, c'era un gruppo di minorenni con un numero col prefisso delle Filippine. La città più coraggiosa d'Italia nei commenti, la più veloce d'Italia ad abbassare la saracinesca nei fatti…
Pasquino
21 ottobre 2026 11:39
Convocazione e riunione del comitato per l'ordine pubblico ? Poliziotti dai presidi ? Dichiarazione allarmata del Sindaco ? Arrivo di rinforzi ? Ma è tutto vero ? Se lo fosse siamo.nel ridicolo siamo un paese che merita l'estinzione ? Una manica di incapaci ai posti di comando e di gestione dell 'ordine pubblico ? .
Nia Guaita
23 ottobre 2026 07:51
È curioso come, quando non succede nulla, ci sia sempre qualcuno pronto a spiegare che non sarebbe successo comunque nulla. Peccato che nessuno possa saperlo in anticipo.
La sicurezza pubblica non si gestisce con le previsioni fatte a posteriori, né con la presunzione di sapere, comodamente seduti davanti a una tastiera, quali minacce siano reali e quali no.
Di fronte a messaggi che annunciano devastazioni, indicano obiettivi e alimentano l'allarme in più città, le istituzioni hanno il dovere di verificare e prevenire. Non di scommettere sull'innocuità di chi li diffonde, sperando che vada tutto bene.
Se poi le verifiche consentono di scongiurare qualsiasi incidente, il risultato è esattamente quello che dovrebbe essere: nessun ferito, nessun negozio devastato, nessuna famiglia costretta a fare i conti con conseguenze ben più gravi di una giornata di preoccupazione.
Definire tutto questo una “psicosi collettiva” è facile. Molto meno facile sarebbe spiegare chi si assumerebbe la responsabilità se, ignorando quegli stessi segnali, le cose fossero andate diversamente.
E c'è un'altra contraddizione: si rimprovera alle istituzioni di aver dato troppo peso alla vicenda, ma si riconosce che i messaggi hanno circolato in più città, provocando preoccupazione e reazioni concrete. Se l'allarme era infondato, bisognava verificarlo. Ed è proprio questo che le forze dell'ordine devono fare.
La prevenzione non è una prova di debolezza, né uno spettacolo da mettere in scena per ottenere visibilità. È un compito istituzionale. E il suo successo, spesso, consiste proprio nell'evitare che accada ciò che si temeva.
Quanto alla politica, discutere di salari, sanità, scuola e carovita è legittimo e necessario. Ma usare problemi reali per insinuare che chi si preoccupa della sicurezza stia deliberatamente alimentando il panico è un salto logico che non rende giustizia né alle rivendicazioni sociali né al dibattito pubblico.
Si può criticare una scelta operativa, chiedere trasparenza e verificare se le misure adottate fossero proporzionate. È legittimo. Ma farlo dopo, sulla base del fatto che non è successo nulla, è un'altra cosa.
Il coraggio non consiste nel minimizzare una minaccia quando ormai è passata. La responsabilità consiste nel valutarla quando ancora non si sa come andrà a finire.
Perché se fosse successo qualcosa, gli stessi che oggi parlano di allarmismo avrebbero probabilmente chiesto perché nessuno fosse intervenuto prima.
Manuel
25 ottobre 2026 10:52
Egregia Nia,
i suoi assunti esprimono una certa logica, una certa linearità operativa, ma sollecitano deduzioni, a mio avviso, che potrebbero inficiare la credibilità di istituzioni.
Sicurezza pubblica: negli ultimi lustri i vari gradi amministrativi e tecnici, hanno rassicurato sulla qualità del vivere civile/urbano, com’anche sul calo i reati eppure politici e cittadini, spesso di centrodestra, cioè della medesima posizione il governo in carica responsabile di prevenzione, organizzazione, divulgazione dati, lamentavano una condizione di costante disagio, cioè la “paura percepita”.
In questo caso a chi la serietà, la ragione ed a chi la fanfaronaggine o, peggio ancora, il terrorismo mediatico?
Sicurezza nazionale e militare: negli ultimi quattro anni i vari governi europei (e non solo) hanno martellato i loro cittadini con la prevenzione dall’arroganza, prepotenza russe e, di contro l’importanza che Israele affermasse militarmente la propria esigenza di difendersi. Tutto ciò ha comportato sottrazione di ragguardevoli capitali pubblici da dirottare verso paesi impegnati in guerra o nell’acquisto di armamenti.
Secondo diversi esperti di geopolitica, alti ufficiali italiani ed occidentali, tutta questa isteria (speriamo sia solo quella) non avrebbe senso, ma neanche riscontro in studi ed analisi di settore.
Siccome la sfera di cristallo nessuno l’ha in dotazione, come dovremmo comportarci nell’eventualità che, un indomani, i tecnici (emarginati) avessero ragione?
A chi dovremmo chiedere conto? Chi dovrebbe risarcire i danni ed i crimini elargiti?
Nia Guaita
26 ottobre 2026 00:17
La ringrazio per la riflessione, che pone questioni importanti, ma credo sia necessario distinguere piani diversi.
La percezione della sicurezza non coincide necessariamente con i dati sulla criminalità, così come la comunicazione istituzionale può essere criticata quando alimenta paure non supportate dai fatti. Ma questo non significa che ogni allarme sia infondato o che prevenire una minaccia equivalga a fare terrorismo mediatico.
Nel caso di Cremona, il punto è semplice: di fronte a messaggi che annunciavano possibili disordini, le istituzioni avevano il dovere di verificarne l'attendibilità e valutare le misure necessarie. Questo non esclude che, successivamente, si possa discutere della proporzionalità degli interventi e della qualità della comunicazione pubblica.
Lo stesso metodo dovrebbe valere per la geopolitica. Le politiche di difesa, gli aiuti militari e le scelte strategiche dei governi devono essere sottoposti a un esame rigoroso, fondato su dati, analisi e responsabilità verificabili. Le opinioni degli esperti vanno ascoltate, anche quando sono critiche rispetto alle posizioni prevalenti, ma nessuna valutazione dovrebbe essere accolta o respinta soltanto in base all'autorevolezza di chi la sostiene.
Quanto alla sua domanda finale, ritengo che chi prende decisioni pubbliche debba rendere conto delle proprie scelte, dei criteri utilizzati e delle conseguenze prevedibili. Ma la responsabilità non può essere stabilita semplicemente ipotizzando, a posteriori, uno scenario alternativo: occorre valutare le informazioni disponibili, la ragionevolezza delle decisioni e gli eventuali errori commessi.
La prevenzione non deve diventare allarmismo, la prudenza non deve trasformarsi in paura e la critica non deve sostituire l'analisi con il sospetto. Il vero problema è trovare un equilibrio tra sicurezza, libertà, proporzionalità e trasparenza. È su questo terreno che le istituzioni devono essere giudicate.