11 aprile 2024

I Teatri di Crema: un viaggio tra storia e cultura

 Sappiamo che la Storia non è solamente un elenco di personaggi illustri, ma rappresenta anche le narrazioni di coloro che, in vario modo, sono stati protagonisti nella vita quotidiana. Questo principio è applicabile anche al teatro, un ambiente dove le storie di chi vi partecipa o le interpreta si fondono, prendendo vita attraverso elementi grafici, musicali e performance sceniche.

L’edificio teatrale, con le sue radici profondamente antiche, si è diffuso in tutto il mondo, adattandosi alle diverse culture: la costruzione di tali strutture è stata la risposta alla necessità di un luogo consacrato all’espressione artistica, alla commemorazione di riti e miti e all’incontro comunitario. Con il passare del tempo, questi edifici sono divenuti simboli significativi della cultura e dell’identità di una comunità.

Nel corso della storia, l’architettura teatrale ha subito trasformazioni notevoli, specchio delle evoluzioni culturali, sociali e artistiche delle società che l’hanno vista nascere e crescere. In ogni epoca, il teatro ha riflettuto e soddisfatto le necessità e i cambiamenti del suo pubblico, mantenendosi un’arte vitale e pertinente. Il teatro fino ai giorni nostri, ha continuato a evolversi, esplorando nuove forme di espressione che vanno dal teatro di protesta a quello postmoderno, dal teatro fisico a quello multimediale. 

L’origine del teatro a Crema potrebbe essere ricondotta allo spirito rurale del luogo, legato alle forme di comunicazione gestuali e vocali. All’interno dell’edificio teatrale, si sono sviluppate le scene della vita quotidiana, rappresentando le diverse identità presenti nel territorio.

Nel corso dei secoli, la piccola città di Crema ha destinato spazi diversi per l’esecuzione di opere teatrali. Già nel Rinascimento, i cremaschi si organizzavano nei palazzi nobiliari o nei cenacoli letterari per assistere alle rappresentazioni. La forma teatrale utilizzata nel teatro di Crema dall’inizio dell’Ottocento fino ai primi del Novecento ha alimentato l’aspirazione dei cremaschi ad avere un edificio dedicato ad accoglierla. La tradizione teatrale è diventata nel tempo parte integrante della cultura degli abitanti, che si sono appassionati agli spettacoli di vario genere, con particolare attenzione al melodramma.

In quel periodo, il dramma teatrale cantato con accompagnamento strumentale, era l’espressione più significativa della cultura, superando persino la letteratura, le arti figurative, la politica e le manifestazioni di costume tipiche dell’epoca. Oltre ad essere una forma d’arte apprezzata, il melodramma rifletteva lo spirito nazionale e le mode del tempo. 

Questo valore culturale e storico del teatro a Crema persiste ancora oggi, anche in una società globalizzata in cui i confini sono solo segni sulle mappe catastali. Non va dimenticato l’aspetto economico presente nella circoscritta economia della campagna di allora: in essa il teatro rappresentava un fattore importante pur se modesto,

 La prima notizia certa di una rappresentazione teatrale a Crema risale all'11 febbraio 1526 con una commedia recitata nell'abitazione di Sermone Vimercati. Da allora le cronache riportano frequenti allestimenti di opere teatrali, per lo più nei cortili dei palazzi nobiliari, ma si ha notizia di recite anche nella residenza vescovile.

Nel 1643 una sala del palazzo Comunale fu messa a disposizione per la rappresentazione di un dramma musicale con scene dipinte da Gian Giacomo Barbelli; tale sala era stata affidata all'Accademia dei Sospinti, un'associazione nata per scopi culturali e letterari e per rappresentazioni musicali.

Nel 1681 con l'acquisto di due abitazioni vicine al palazzo Comunale, la sala venne ampliata permettendo l'allestimento di 38 palchetti su due ordini. Il luogo dove fosse collocata dovrebbe essere l'ala del palazzo a destra dell'arco del Torrazzo (guardando il Duomo). La sala non durò a lungo: nel 1716, dopo un incendio in un teatro di Milano, le autorità ne decretarono la chiusura per motivi di sicurezza: un eventuale rogo avrebbe facilmente avuto ragione delle abitazioni confinanti e dell’archivio comunale. 

Dopo la chiusura della sala allestita nel palazzo Comunale e su iniziativa di Cornelia Benzoni (cremasca e moglie del podestà Camillo Trevisani) il 12 luglio 1716 venne votata dal Consiglio Generale (con 38 favorevoli e 18 contrari) la costruzione di un nuovo teatro. 

Il luogo fu individuato in una zona prossima alla roggia Crema (derivata dalla roggia Rino) e la chiesetta di San Rocco. La posa della prima pietra fu posta durante una cerimonia ufficiale il giorno 28 dello stesso mese. L'inaugurazione del teatro terminato avvenne quattro anni dopo, nel 1720.

 Nel 1782 e poi nel 1784, il Consiglio dei Palchettisti approvò un ingrandimento del teatro. Il progetto venne affidato a Giuseppe Piermarini noto per il restauro di Palazzo Reale di Milano in forme squisitamente neoclassiche. Il teatro costò 138.098 lire venete, somma notevole per quel tempo. 

Uno dei momenti più significativi nella storia teatrale di Crema fu l’inaugurazione del Teatro del Piermarini il 29 settembre 1786. Questo edificio divenne un autentico tempio dell’opera lirica e un luogo di incontro per gli eventi culturali e mondani della città. L'inaugurazione avvenne con la rappresentazione del Demofoonte di Pietro Metastasio. In un estratto della "Mappa originale del Comune censuario di Crema città", anno 1814, conservata presso l'Archivio di Stato di Milano, si ravvisa la forma del teatro collocato tra il Corso di S. Cattarina e il Corso S. Rocco. denominato: Teatro della Regia Città di Crema. 

Il teatro diventò a Crema anche un luogo di ricerca per tutti coloro che contribuivano alla realizzazione dell’opera teatrale: musicisti, librettisti, scenografi, impresari, e anche editori. Una ricerca archivistica recente di F. Berardi e GP. Carotti, pubblicata dal Gruppo antropologico cremasco sul volume del 2023: Nei panni degli altri: vita e teatro nel cremasco Ed. GM, si trova una completa panoramica in merito ai lavoratori presenti nella struttura.

Nel teatro sopra l’ultima fila di palchi, vi era sistemato il loggione che ospitava spettatori di una complessa mescolanza di pubblico: gente che viveva di passione musicale. Il loggione esprimeva, se gli si dava l’occasione, il suo rumoroso dissenso, ed erano guai per il povero cantante che steccava o per l’attore impreparato.

Lavori stradali con selciatura furono intrapresi attorno al teatro nel 1821 per favorirne l'accesso con le carrozze. L'anno successivo furono rifatti i decori interni ad opera di Gaetano Vaccani il quale dipinse l'erma di Euripide al centro dell'archivolto; sui parapetti della prima fila le effigi di Pietro Metastasio, di Vittorio Alfieri e di Carlo Goldoni. Sulla seconda fila la Tragedia, la Verità, una Vestale, Arianna, Didone, la Concordia, Minerva, lo Studio, Ifigenia, La Declamazione, la Prudenza e Saffo. Al terzo ordine emblemi della musica; al quarto fu dipinta Tersicore che istruisce dei puttini alla danza. Il teatro fu dotato, inoltre, di quattro nuovi scenari di Alessandro Sanquirico, elogiato scenografo del tempo. Infine, fu allestito un riscaldamento a stufe.

Altri lavori furono compiuti nel 1838 con la sostituzione del quarto ordine di palchi del loggione.

Nel 1851 il Teatro della Regia Città di Crema diventava Teatro Sociale, con il timore da parte dell’amministrazione comunale che riteneva, nonostante le rassicurazioni da parte della direzione del Teatro, che la denominazione “Sociale” potesse in qualche modo svilire le proprie prerogative e i propri diritti sull’ente, spostando invece l’accento sul peso della rappresentanza della Società dei Palchettisti. 

Risalgono al 1873 lavori generali di ripulitura, mentre nel 1895 fu rivista l'illuminazione a gas ed eliminata una ringhiera che separava l'orchestra dalla platea. 

L’incendio del Teatro Sociale di Crema fu un evento che segnò profondamente la storia culturale della città. Nella notte del 26 gennaio 1937, il teatro subì un devastante incendio. La popolazione di Crema si radunò attorno ai resti di quello che era stato un magnifico teatro settecentesco. La facciata esterna e l’ingresso avevano resistito alle fiamme, ma l’anima della costruzione fu colpita irrimediabilmente. La causa dell’incendio rimane ancora un mistero, anche se in città circolarono voci fantasiose: alcuni sospettarono di un palchettista, mentre altri indicarono un inserviente licenziato poco tempo prima. Tuttavia, la causa esatta rimase ignota. Dopo 20 mesi di esitazioni, si decise di demolire completamente il Teatro Sociale di Crema, mettendo fine a un’epoca di spettacoli e cultura che aveva animato la città.  Questo incendio lasciò un segno indelebile nella memoria collettiva cremasca, ma la passione per il teatro e la cultura continuò a vivere: la memoria del Teatro Sociale di Crema sopravvisse grazie all’impegno di coloro che desideravano preservarne l’identità. Nel 1999, un gruppo di imprenditori locali guidati da Delia Cajelli, (direttore artistico e anima dell’attività culturale della sala dagli anni Ottanta fino alla sua morte nel 2015), ha acquisito il Teatro Sociale  con l’obiettivo di restituire piena funzionalità alla vecchia struttura, che è stata quindi sottoposta a un nuovo restauro. Di quel glorioso edificio, oggi rimane solo un singolo monolito a ricordo della tragedia, tra l’area occupata a ovest dal mercato di via Verdi e l’attuale piazza Marconi a est. 

 I cremaschi per più di sessant’anni si sono sentiti orfani trascurati, senza un punto di riferimento cittadino per continuare la tradizione culturale dei secoli precedenti e solo il 27 novembre 1999, il sipario si alzò per la prima volta nel nuovo Teatro San Domenico, dando vita a una nuova fase nella storia della città. 

L’edificio del San Domenico è ricco di storia fin dalla sua origine: la presenza dei frati domenicani a Crema risale al 1294, ma il Complesso del San Domenico fu fondato ufficialmente da Padre Venturino da Bergamo nel 1332. Nel corso dei secoli, l’edificio subì diverse trasformazioni: fu sede del Tribunale della Santa Inquisizione, caserma militare durante l’occupazione napoleonica, casa di industria per i poveri e asilo infantile. Nel 1910, divenne sede per la Camera del lavoro e successivamente ospedale militare. Nel 1943 il podestà affittò la struttura ad un privato che trasformò l'ex chiesa nel “Cinema-Teatro Nuovo”. Il convento adiacente fu fino al 1964 adibito a sede dell'Istituto Professionale Statale per il Commercio; ma con l’applicazione della riforma della scuola media unificata del 1963, la legge abolì la distinzione tra scuola media unica e avviamento professionale e l’istituto venne soppresso. Questo portò a una serie di dibattiti sulla destinazione d'uso in vista del termine della concessione al gestore del cinema avvenuta nel 1963. La concessione fu rinnovata, ma la discussione in merito al cambiamento di destinazione proseguì: l'orientamento degli amministratori dell'epoca fu quello di trasformare la chiesa in palestra ad uso delle scuole cittadine. L'idea portò ad un acceso dibattito sui giornali locali tra sostenitori e detrattori. Nel giugno 1968 il Consiglio Comunale deliberò un primo lotto di lavori per la trasformazione in palestra che furono eseguiti nel 1970, ma fu verso la metà del decennio che si riprese in esame la proposta degli anni settanta: recuperare il complesso per adibirlo a teatro cittadino. Si trattava di un'esigenza sentita sia dai singoli cittadini, ma anche da partiti politici, associazioni culturali e studi di architettura. Lo scoglio era il reperimento dei fondi che allungò l’attesa di altri vent’anni. Finalmente negli anni 1994-1996 si mise mano all'interno con il recupero della navata e la realizzazione di servizi igienici.  

Tra il 1998 e il 2000, sono stati realizzati lavori che riguardavano i tetti, le pareti esterne laterali e i chiostri. Nel 1999, grazie a un contributo regionale, sono stati recuperati gli affreschi della volta dell’ex chiesa e dell’antico refettorio, rimuovendo tutti gli strati di colore o pittura sovrapposti all’intonaco. Inoltre, sono stati allestiti il palcoscenico e le poltrone. Il complesso, dotato di due chiostri, presenta un magnifico ex refettorio con affreschi risalenti al Quattrocento. Questi affreschi raffigurano la “Cena della Mascarella”, i Padri della Chiesa e i Santi appartenenti all’ordine domenicano, tra cui San Pietro Martire.

La Fondazione San Domenico, nata nel 1999, ha l’obiettivo di riqualificare gli edifici storici di Crema per scopi culturali. 

La sera del 27 novembre 1999, il Teatro San Domenico è stato ufficialmente aperto al pubblico. Durante la serata inaugurale, è stata eseguita in prima rappresentazione assoluta, l’Eliogabalo di Francesco Cavalli, un omaggio al compositore nato a Crema con una sua opera composta nel 1667, ma mai rappresentata, neppure a Venezia.

Tra il 2004 e il 2005, è stato intrapreso un nuovo lotto di lavori, che includeva opere di consolidamento statico e il restauro degli affreschi. Nel lato nord del chiostro, un tempo collegato al refettorio, si trova un corridoio coperto che collega il foyer con la sala teatrale. Lungo le pareti di questo corridoio, sono esposte preziose testimonianze del perduto Teatro Sociale di Crema, tra cui cartoni preparatori raffiguranti le muse e putti in volo.

L’edificio storico che ospita il teatro è un patrimonio culturale di grande valore, che richiede una costante attenzione e cura per garantirne la conservazione e la fruizione. Esso rappresenta non solo una testimonianza architettonica e artistica di epoche passate, ma anche un luogo di produzione e diffusione di una cultura che forma l’identità e la sensibilità di intere generazioni, attraverso la continuità e lo sviluppo di una tradizione teatrale che ha segnato la storia del territorio di Crema.

Il recupero e la trasformazione del Teatro San Domenico sono un esempio straordinario di come un edificio storico possa essere riqualificato per scopi culturali. 

Sicuramente i leader che hanno guidato un attento consiglio di amministrazione, quali Paola Orini Umberto Cabini e, fino ai giorni nostri, Giuseppe Strada hanno contribuito a mantenere viva la tradizione culturale e artistica del Teatro San Domenico,  offrendo alla società cremasca l’opportunità di  vivere  in città la passione  per un teatro di qualità.

Graziella Vailati


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