20 marzo 2026

100 anni fa il Nobel a Grazia Deledda. In tanti scritti il suo legame con il Po, tra casalasco e mantovano. Il marito di Cicognara. La passione per i gnòc a la mulinèra di Fossacaprara in un racconto

Tra storia e cultura, cucina e tradizione, nel nome di Grazia Deledda, la grande scrittrice sarda che esattamente cento anni fa, nel 1926, riceveva il Premio Nobel per la Letteratura. Di lei, per inciso, ricorre anche il novantesimo della morte, avvenuta a Roma, il giorno di Ferragosto di dieci anni dopo. Una donna il cui nome è indissolubilmente legato al Grande fiume, e alle sue terre.

Un legame nato in seguito al matrimonio con Palmiro Madesani, funzionario statale (era segretario dell’Intendenza di Finanza), originario di Cicognara. In terra sarda, dove il Madesani all’epoca lavorava, si conobbero e dopo appena poche settimane si unirono in matrimonio. Successivamente Madesani lasciò il lavoro per diventare il manager e l’agente letterario della moglie. Quest’ultima  soggiornò a lungo, col marito, a Cicognara, tra il 1900 e il 1930, ambientandovi opere come “Nostalgie” frequentando don Primo Mazzolari e vivendo nella Casa Morini-Tagliavini. Tra i centri rivieraschi con cui la relazione fu più  forte, oltre a Cicognara, spiccano Roncadello e Fossacaprara, la casa di Co' de Bruni dei cugini di Palmiro, i Tagliavini-Morini, uomini e donne di quei luoghi che diventarono per altro  protagonisti di romanzi come L'ombra del passato, Nostalgie, Annalena Bilsini,  e di struggenti novelle come Nel Mulino.

Grazia col marito ed i figli Franz e Sardus arrivavano a Casalmaggiore e da lì, in carrozza con Antenore Tagliavini proseguivano lungo l'argine del fiume verso Fossacaprara, Roncadello e Cicognara fino alla casa di Co' de Bruni che li accoglieva ospitale.  Fossacaprara (frazione di Casalmaggiore) viene per altro citata da Grazia Deledda  nella sua celebre opera “Nostalgie” e alla scrittrice renderà omaggio il prossimo 10 maggio, nella chiesa parrocchiale, con un incontro dal titolo “Pagine Deleddiane nelle terre del Po” organizzato dall’associazione Oltrefossa per riscoprire la grande scrittrice e Premio Nobel.

Antonio Pirisi, Giuseppina Pira e Mariangela Vicini proporranno, per l’occasione, un aspetto particolare di Grazia Deledda, facendo riscoprire ai presenti proprio il suo intenso legame con il paesaggio fluviale del Po, fonte di ispirazione di alcuni romanzi e novelle. Alla voce narrante di Stefano Dozelli sarà affidata la lettura di alcuni brani che bene esemplificheranno lo speciale interesse della scrittrice per il tessuto sociale delle terre del Po.

Don Bruno Bignami evidenzierà il legame che la Deledda aveva con don Primo Mazzolari mentre Grazia Madesani Deledda, pronipote della scrittrice, concluderà l’incontro. Da evidenziare anche che “Viaggio tra le pagine Deleddiane” è un progetto nazionale del Circolo culturale Grazia Deledda di Parma che coinvolge associazioni e Istituzioni di diverse regioni italiane con l’obiettivo di celebrare proprio il centenario dell’assegnazione del Nobel.

Se è vero e chiaro che Fossacaprara (così come Cicognara e Roncadello) può essere definita la "seconda patria" letteraria, dove la scrittrice ha vissuto la realtà paesana e fluviale del Po, arricchendo la sua visione del paesaggio italiano è anche importante considerare il fatto che Grazia Deledda può essere considerata una “testimonial”, una “ambasciatrice” di quel prodotto di nicchia locale che sono i “Gnoc a la mulinèra”, di fatto nati a bordo degli storici mulini natanti sul Po, dei quali Grazia Deledda parla nella sua opera “Nel mulino” inserita nella raccolta di novelle dal titolo “Il cedro del Libano”. In un passaggio di “Nel mulino” Grazia Deledda scrive: “Tutto è bello e buono quando si è ancora giovani, sani, compagni di gente leale e semplice: anche nel focolare del mulino arde la fiamma ospitale: il vecchio si era tolta la giacca e aveva impastato la farina, sull’asse bianca che tremolava quasi ridente. Con un accento di segreto, ammiccando verso la biondina che si era già messa a flirtare col più giovane dei mugnai, mentre io guardavo con curiosità la sua fatica, disse con aria da iniziato: — Per esser speciali, questi qui, bisogna impastarli con l’acqua del Po. Vedrà, vedrà: è ben altra cosa che quelli del paese. Si trattava di gnocchi: in breve uscirono dalle sue mani come tante susine bianchicce, e il mugnaio anziano venne ad ispezionarli toccandone uno con la punta dell’indice. Bene, bene; non restava che cuocerli e condirli: il che fu fatto con rapidità incredibile”. Poi, ancora, aggiungeva  “Più che un banchetto sembrava un rito, una casta comunione in omaggio alle deità fluviali, con gl’invitati in piedi lungo la rozza balaustrata, al suono d’organo delle onde: e i gnocchi sparivano in religioso raccoglimento o meglio si liquefacevano in bocca, come ostie: ed era invece, il loro, un sapore indefinibile; qualche cosa fra il piacere, sì, della gola, ma anche quello di un verso dimenticato che d’improvviso torna alla memoria. L’acqua del fiume, con la quale erano impastati, c’entrava certamente in questa malìa”.

Di fatto quella di Grazia Deledda è da considerare la sola descrizione attendibile di questi gnocchi che trovano la loro “culla” a Fossacaprara dove, da tempo, si sta lavorando al loro recupero, alla loro valorizzazione. E’ successo anche qualche giorno fa, nei   laboratori di IAL Viadana dove gli allievi hanno letteralmente messo le mani in pasta partendo dalle radici del territorio. Protagonisti della giornata sono stati proprio i gnòc a la mulinèra, storica ricetta povera della zona di Casalmaggiore e del Po. Accanto agli studenti, per l’occasione, un valore in più: le donne del territorio (Deanna e Virginia Fornasari oltre a Damiano Chiarini dell’associazione Oltrefossa), custodi di questa tradizione, che sono entrate in cucina per insegnare gesti, tecnica e memoria. Un passaggio autentico di saperi, fatto di mani, racconti e identità. Solo farina e acqua calda, modellati con tre dita per accogliere il sugo di pomodoro, borlotti e patate. Un piatto nato dalla “ristrettezza”, oggi riconosciuto come eccellenza locale e Presidio dell’Arca del Gusto Slow Food.

Per noi – hanno fatto sapere dallo stesso IAL - innovare significa questo: partire dalla tradizione, lavorare in rete con la comunità e trasformare il sapere in competenza. Il futuro della cucina nasce qui, insieme al territorio”.  Questi gnocchi, un impasto di fior di farina e acqua, incavati con le dita o tirati con la grattugia rovesciata, erano una rinomata, gustosa e speciale creazione dei mugnai padani, al tempo dei mulini natanti nel Po appoggiati sui sandoni (due zattere, una piccola detta sandoncello e una grande che reggeva i due palmenti delle macine della farina bianca e della gialla). Erano detti appunto gnòc a la mulinera  ed erano fatti con la farina appena macinata che usciva dalla tramoggia delle vecchie mole di pietra ed era diversa da quella di oggi perché non si scaldava e serbava il sapore di grano e l’integrale contenuto di proteine. Questa farina intrisa nell’acqua di Po non richiedeva l’uso delle uova.

A Fossacaprara, le sorelle Deanna, Virginia e Fausta (purtroppo scomparsa solo poche settimane fa) Fornasari, con grande sensibilità, da autentiche e preziose testimoni dei saperi e dei sapori di un tempo, hanno tenuto vivo il ricordo di questo antico piatto della tradizione padana e lo hanno più volte proposto in diversi incontri gastronomici. Un filmato di una decina di minuti, per altro, raccoglie la testimonianza della loro mamma, Teresa Padova, figlia del mugnaio Giovanni detto Vincenzone, raffigurato su una barca accanto al suo mulino. Gnocchi, pasta fresca e paste ripiene Po. Dopo aver descritto l’impegno del padre a salire sui granai per riempire sacchi di grano e riportarli colmi di farina, ricorda la sua abilità nel preparare gli gnocchi, arte trasmessa a lei e ai suoi fratelli Vincenzo e Severino e da lei trasmessa alle figlie. Dà poi una dimostrazione pratica: sull’asse pone la farina, vi aggiunge acqua bollente e non salata, impasta rapidamente, forma lunghi rotolini, li taglia a tocchetti e li tira dal principio alla fine perché abbiano lo stesso spessore, facendo pressione con il dito. Li getta poi nell’acqua bollente e salata e, una volta cotti, consiglia di condirli con un sugo di fagioli e patate, meglio se insaporiti da un bicchiere di vino rosso.

Un proverbio mantovano, adottato anche dai cremonesi, così recita: “Gnòc e foiàde i è la rovina dle case”, gnocchi e tagliatelle sono la rovina delle famiglie evidentemente per l’abbondanza di condimento che richiedono. Un curioso proverbio cremonese, un po’ cattivello invece recita: “Sant’Antoni de la barba bianca me mangi i gnòc e te gnanca”, S. Antonio dalla barba bianca io mangio gli gnocchi e tu no, un altro, decisamente esortativo, prescrive: “Per San Roch se fa i gnòc”. A Cremona infatti si gustano gli gnocchi in due occasioni particolari per festeggiare due santi molto amati soprattutto nelle campagne: in gennaio Sant’ Antonio Abate, il protettore degli animali ed in agosto San Rocco, il liberatore dalla peste e da tutte le epidemie, protettore della salute del bestiame e scudo contro i cataclismi.

Giovanni “Vincenzone” Padova è stato lo storico mugnaio di Fossacaprara, conosciuto anche come “Muliner”, precursore della ricetta locale dei gnocchi che ha saputo tramandare alla figlia Teresina e, quindi, poi alle nipoti. Una famiglia, la sua, di origine ebraica. Del resto il cognome Padova è storicamente associato alle comunità ebraiche italiane, in particolare tra gli ebrei Sefarditi e Ashkenaziti che, stabilitisi in diverse località dopo le espulsioni, adottarono il toponimo della città di origine come cognome per identificarsi.  “Se questo piatto è sempre stato racchiuso nelle sapienti mani di Teresina e delle figlie – scrive giustamente Damiano Chiarini nel suo libro “Fossacaprara: le foto raccontano” – in un rituale che ne fissa le fasi preparatorie ed anche i giorni in cui cucinarli, la famiglia Fornasari resterà il luogo unico dove i gnoc a la mulinèra potranno  esprimere tutta la loro forza narrativa ed il gusto originale, ma di un tempo che passa. Nella velocità della società attuale, è proprio la dimensione del tempo che  dobbiamo recuperare, come l’attesa degli gnocchi che vengono  a galla prima di essere raccolti in una zuppiera fumante. La divulgazione di questa ricetta, anche grazie alla Sagra di  Fossacaprara e a Slow Food – prosegue Chiarini – è il modo per non cancellarla dalla memoria, tenerne vivo il ricordo, conservare il gusto e recuperare una giusta dimensione  comunitaria in cui la singola famiglia diventa comunità allargata. Condividere è sempre stato alla base delle nostre famiglie rivierasche anche  se povere, in cui un piatto  di minestra c’era sempre per l’eventuale ospite giunto all’ultimo. Anche i figli non mancavano, nonostante si vivesse in ristrettezze economiche. Allora – conclude Chiarini – mi piace ricordare il proverbio “fioj e gnoc iè mai trop”. Condivisione, moltiplicazione apertura alla vita, come un piatto di gnocchi. Ecco quanto può insegnarci Teresina con una ricetta altrimenti perduta”. Che si dipana e si estende tra le due rive del Po, e le abbraccia, visto che a Zibello (Parma) sono “di casa” gli gnocchi aperti, guarda caso una ricetta povera e storica delle "rezdore" (casalinghe) e dei mugnai del Po a Zibello. Una pasta grezza, diversa dai classici gnocchi, preparata con una sfoglia "aperta" e condita con sughi saporiti. Sono un piatto genuino, simbolo della cucina contadina con sapori, tradizioni, ricette e “tecniche” identiche sull’una e sull’altra riva, nati sugli indimenticati mulini del Po, celebrati e narrati anche da Grazia Deledda.

Eremita del Po

Paolo Panni


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