Organizzare l'emergenza e dotarsi di un rifugio. Ecco quelli collettivi previsti per Caorso. Quarant'anni dopo Chernobyl (7)
Se l’eredità non insegna - parte prima
Mi ero posto la domanda: ieri Chernobyl, domani Zaporizja? E la risposta è stata : forse no, speriamo bene!
Già, ma se la risposta fosse: conoscendo l’Uomo, historia non docet.
Ecco allora due soluzioni possibili: organizzare interventi d’emergenza; dotarsi di un rifugio antiatomico.
Non è detto che funzionino. Però si può tentare.
Tra i vari motivi che possono portare a una emergenza di tipo nucleare e radiologica, ne consideriamo due: incidenti a centrali nucleari con rilascio di elementi radioattivi, come è avvenuto a Chernobyl; atti di terrorismo o sabotaggio ad impianti nucleari, come potrebbe avvenire alla centrale ucraina di Zaporizja ora controllata dalle truppe russe.
Entrambi hanno in comune la immissione nell’ambiente di quantità cospicue, o comunque non trascurabili, di radioisotopi pericolosi.
Due i tipi di provvedimento: emergenza esterna e riparo in edificio.
Emergenza esterna
In caso di evacuazione, la decontaminazione può risultare più efficace se effettuata in punti di raccolta ove le persone che abbandonano l’area contaminata subiscono un controllo.
In questi punti dovrebbero essere a disposizione dei mezzi per poter effettuare la decontaminazione, quali: strumenti per monitoraggio, acqua non contaminata e strutture per fare docce o lavare mani, faccia, collo, …; raccolta di indumenti e calzature contaminati e separatamente il relativo cambio non contaminato; strutture ulteriori per decontaminazione di oggetti, possibilmente autoveicoli. Un esempio di struttura allora prevista per i cremonesi per emergenza esterna derivante dalla centrale di Caorso: il Centro di raccolta e prima decontaminazione.
Riporto un estratto di quanto elaborato dallo scrivente per la individuazione e struttura dell’edificio, ed altri (Lanzarini, Cerri, Magri - USSL 51 Cremona), per la parte medico-sanitaria e strumentale; la relazione fu presentata al “XXII congresso nazionale Associazione italiana di protezione contro le radiazioni” , Brescia-Gardone riviera, 23-26 giugno 1981: Piano di emergenza esterna della centrale elettronucleare di Caorso: strutturazione ed organizzazione dei servizi di rilevazione e di decontaminazione sull'uomo nella provincia di Cremona.
La struttura è progettata (ed attuata) per i cremonesi abitanti entro 10 km dalla centrale.
La istituzione del Centro di Raccolta è giustificata dalla convinzione che in caso di allarme nucleare occorra tranquillizzare la popolazione da una presunta e soggettiva contaminazione tramite un accertamento rapido della contaminazione superficiale, senza trascurare -in conseguenza degli esiti positivi dello screening- una fase di decontaminazione tramite doccia e cambio di indumenti. Gli scopi del Centro sono quindi: prima assistenza sanitaria (Pronto Soccorso); accertamento contaminazione superficiale (Monitoraggio); eventuale decontaminazione (Doccia e Cambio abiti); eventuale smistamento all'Ospedale di Cremona; informazioni e consigli.
La palazzina degli spogliatoi è al centro di due campi di calcio: uno, antistante, utilizzato come campo di allenamento (parcheggio per gli automezzi destinati ai varî servizi di emergenza); l’altro, retrostante, per gara (parcheggio automezzi da decontaminare). La popolazione residente in provincia di Cremona compresa nella circonferenza di raggio 10 km si aggira sulle 2.000 unità. In base alla direzione del vento al momento del rilascio incidentale, i Cremonesi potenziali utilizzatori del Centro di Raccolta si aggireranno su qualche centinaio; tra questi, per la logica usata in questo tipo di emergenza 1.000-100-10-1, i bisognosi di doccia decontaminante dovrebbero essere alcune decine, mentre i ricorsi ospedalieri sarebbero per poche unità. A tale scopo potevano risultare sufficienti le sei docce già esistenti ma non presentavano requisiti corrispondenti alla demarcazione di una zona filtro, come invece si è ottenuto con la ristrutturazione anche per eventi simili, ma differenti dalla contaminazione radioattiva (v. Seveso o conseguenze di incidenti a mezzi di trasporto con carici tossici), al servizio delle zone adiacenti e nell'ambito di una Protezione Civile rinnovata.
La ristrutturazione della palazzina si è resa inoltre necessaria per ricavare un ampio locale (allargabile a seconda della stagione con tende e/o prefabbricati d'emergenza da installare davanti all'edificio), di attesa, visita e monitoraggio per un rapido accertamento di massa. Il locale così ricavato fungerà in tempi "normali'" da piccola palestra. Una volta scattata l'emergenza, il centro sportivo deve essere trasformato.
Riparo in edificio: il rifugio sotto casa
La pianificazione della emergenza compete alle Autorità ed Istituzioni pubbliche, ma se non ci fidiamo? Ecco il rifugio, non per tutti, per pochi. Rifugio confortevole per famiglia, facoltosa; oppure rifugio collettivo, meno confortevole, ma comunque rifugio.
Il rifugio antiatomico è una soluzione abitativa per evitare la contaminazione radioattiva e per proteggere da radiazioni nucleari esterne, sicuramente per non reggere all’onda d’urto di una esplosione moderatamente vicina. È costruito in profondità, per sfruttare l'azione schermante del terreno ed evitare il contatto con l'atmosfera esterna, contaminata. L'involucro più esterno è realizzato in cemento armato, che funge da schermo per le radiazioni, oltre che da struttura portante. Lo spessore delle pareti può variare secondo la resistenza voluta, mentre le pareti interne e i pavimenti devono essere rivestiti con particolari materiali isolanti e facilmente lavabili (tipo sala operatoria). Ogni rifugio antiatomico ha due entrate: una per le persone e un'altra per l'aria; spesso è prevista una uscita di emergenza. Tutte le aperture verso l’esterno vanno protette dal seppellimento per le macerie dei crolli vicini. L'ingresso è costituito solitamente da una "botola" corazzata e da una "scala di entrata" che accede ad una anticamera dotata di una doccia per la decontaminazione. Per accedere alla "cellula di sopravvivenza" occorre solitamente passare attraverso due porte corazzate a chiusura ermetica e a tenuta stagna. L’impianto per l’aria ha un filtro depuratore; deve ricambiare l'aria ed espellere elementi nocivi come l'anidride carbonica, e anche l'umidità. Inoltre, la “cellula” deve essere dotata di: acqua potabile, alimenti in scatola, energia elettrica e servizi igienici; deve anche avere i letti e una batteria ad alta capacità di accumulo.
Un rifugio antiatomico difficilmente può garantire condizioni di sopravvivenza superiori ai 5 anni.
Esistono diversi tipi di rifugio antiatomico, solitamente unifamiliari, ad esempio: prefabbricati interrati; costruiti direttamente sottoterra; sotto la villa.
La nascita dei rifugi antiatomici è iniziata con la diffusione delle armi nucleari. La Guerra Fredda in particolare ha dato il via alla "corsa ai rifugi antiatomici", tanto che in molti paesi divenne obbligatoria la loro costruzione (ad esempio in Svizzera, dove sono previsti anche “rifugi di condominio” o sotto gli hotel, visti personalmente).
L'attuale presenza oltre la ex “cortina di ferro” di un considerevole numero di centrali elettronucleari progettate col “sistema” sovietico; il disfacimento dell'ex Unione Sovietica; l'emergere di paesi asiatici in fase di forte sviluppo, ma non sempre in grado di controllare la tecnologia nucleare; il ricorso, come sempre, all’uso del nucleare per la produzione di ordigni atomici da campo o deterrenti; il crescente proliferare di situazioni politiche instabili o nazionaliste; il fanatismo religioso con conseguenti atti terroristici, delineano insicurezza, stimolando le richieste per questo tipo di speciali strutture difensive personali. A tal punto che oggi i rifugi antiatomici vengono progettati anche per difendersi dalle armi chimiche e dalle armi biologiche (non solo per atti di guerra, ma anche per attentati), nonché da inquinamento causato da nubi tossiche per incidenti a fabbriche pericolose; in questi casi la protezione (quindi la permanenza nel rifugio) è di breve durata.
Se l’eredità non insegna - parte seconda
Il rifugio collettivo
Come esempio è riportato lo studio Une structure polyvalente au service de la protection de la population, presentato dallo scrivente al “2e Congres international sur la preparation et les secours en cas de catastrofhe, Emergency 84”, Genève, 1-4 ottobre 1984, che nel dibattito in sala ottenne interesse “internazionale”.
Lo studio non venne realizzato, perché non era (forse ancora non è) stata acquisita la cultura dell’emergenza.
Sorge un dubbio, ora più probabile, data la prepotenza sempre più diffusa: il posto in rifugio è assegnato nominativamente, ma se al momento dell’accesso si presenta un violento senza diritto che lo occupa, che cosa succede al “derubato”? Sicuramente per lui e famiglia non c’è posto alternativo; analogamente per quello “privato”: se si presenta al tuo domicilio, non solo armato, ma con la sua famiglia? È ignobile, ma potrebbe capitare; allora? Speriamo di non averne mai necessità e che le progettazioni (e realizzazioni) siano inutili oppure dotare il rifugio di un’arma oltre al Geiger.
Cultura dell’emergenza, sì, ma non fine a se stessa. Esempio di questi giorni: l’incendio di Crans-Montana del 1° gennaio 2026; chi l’avrebbe pensato, in una Svizzera sempre così attenta alla protezione della popolazione, ma poi, ora sappiamo, assente nella verifica della attuazione.
La relazione riguardava l’allora costruendo supermercato Coop di via del Sale a Cremona.
In una guerra futura l’occupazione, la permanenza e l‘abbandono di un rifugio si effettueranno in modo assai differente da quanto è avvenuto nei precedenti conflitti mondiali. Non sarà possibile sfruttare, per rifugiarsi, il lasso di tempo tra l’avvistamento delle bombe o dei loro vettori e lo scoppio delle stesse; quindi il rifugio dovrà essere abitato precauzionalmente già in una situazione bellica dichiarata o prossima.
Così come bisogna prevedere una lunga permanenza nel rifugio, anche in condizioni di completo isolamento con l’esterno e di autosufficienza. Infine, per ridurre i costi degli interventi, il rifugio deve essere adibito, in tempo di pace, ad altre funzioni ed essere progettato in modo da venire trasformato in rifugio antiatomico con la messa in atto di approntati, progettati e rapidi mezzi protettivi integrativi. Nel nostro esempio, in tempo di pace il sotterraneo è adibito a parcheggio dell’attività commerciale soprastante. Oltre agli accorgimenti necessari per garantire la sopravvivenza dei rifugiati, pochi interventi saranno messi in atto, per trasformarlo in rifugio antiatomico, se l’interrato ospitasse roulotte o tende o camper, per alloggiare intere famiglie, ad esempio del sempre allora costruendo edificio su viale Po, e se fosse dotato, già dalla costruzione del supermercato, di un locale atto alla decontaminazione (tramite doccia e cambio di abiti) delle persone, prima che esse entrino nel rifugio dalle escursioni esterne di ricognizione e/o di soccorso dopo l’attacco subìto. Il locale di decontaminazione deve, però, in tempo di pace essere utilizzato per altri scopi, nello specifico una fruizione di natura sportiva dei due spogliatoi con annesse docce. Spogliatoi che potrebbero risultare a servizio dei vicinissimi impianti sportivi pubblici. La struttura può anche essere utilizzata come presidio sanitario. La parete divisoria mobile degli spogliatoi, infatti, consente di realizzare una zona filtro; mentre l’area sotterranea permette di allestire -con il ricorso, per esempio, ad ambulanze e/o a tende da campo- un centro di pronto soccorso anche generico e di ambulatorio per accertamento rapido della contaminazione radioattiva tramite monitoraggio sulle persone, presumibilmente esposte al fallout della nube radioattiva, che le Autorità sanitarie locali avranno fatto confluire in quel luogo.
Nella ideazione del locale di decontaminazione si è adattato quanto elaborato per il Centro di Raccolta per l’allora emergenza da centrale di Caorso.
Gli interventi di decontaminazione sulle persone potrebbero anche essere relativi a contaminazione chimica, conseguente ad incidenti come quello occorso alla ditta Icmesa di Seveso oppure conseguente a trasporti di sostanze particolarmente tossiche.
Il sotterraneo, inoltre, per la proprietà antisismica dell’edificio (requisito derivato dalla progettazione antiatomica) potrebbe dare ospitalità -sempre in tempo di pace- ad un centro operativo di protezione civile in caso di terremoto.
È necessario predisporre la struttura edilizia per essere integrata a tempo debito da interventi atti a raggiungere la completa e progettata sicurezza del rifugio. Le caratteristiche delle porte di accesso al rifugio devono garantire gli stessi fattori di riduzione dell’esposizione già citati e non essere in numero eccessivo. I passi carrai (accesso veicolare al parcheggio sotterraneo) in fase di approntamento del rifugio -a tempo debito- andranno chiusi e protetti da terra fino al livello della soletta superiore del rifugio; quindi, non è richiesta alcuna loro blindatura. L’accesso (pedonale) al rifugio -così come l’abbandono- deve essere possibile sempre; a tal scopo si dovranno sfruttare, con opportuni accorgimenti, alcune delle scale di evacuazione antincendio previste dalla normativa vigente per le autorimesse sotterranee.
Gli spessori delle pareti esterne, compreso il solaio, del rifugio sono idonei anche a proteggere non solo dagli effetti delle radiazioni, ma anche dagli effetti termici degli incendi che possano prodursi nelle vicinanze.
Il rifugio che verrà
In un’ottica di prevenzione da eventi violenti come atti di sabotaggio, di guerra, di terrorismo, non solo con conseguente inquinamento radioattivo, ma anche di natura chimica e biologica, il ricorso al rifugio ora delineato è ancora valido.
L’esempio del rifugio collettivo, come quello pensato per il sotterraneo del supermercato Coop di via del Sale, può essere adattato al più ampio sotterraneo del supermercato Esselunga di via Ghisleri e di altri presenti in Cremona e dintorni (che non conosco), al parcheggio interrato (2 piani) di piazza Marconi, agli enormi scantinati degli ex conventi di via Bissolati (mi ricordo quello della caserma ex convento di santa Monica, dove da piccolo andavo con la banda a giocare).
La via l’ho indicata e tracciata; l’idea l’ho lanciata; la base teorica e lo sviluppo logico, pure.
Si tratta ora di reperire forze nuove, con volontà innovativa, preparazione professionale e/o politica, lungimiranza, per realizzare il rifugio che verrà, sperando che giunga prima della “Apocalisse”.
La vostra; io sono già alla fine del “cammin di nostra vita”.
Eh, sì. Ai tempi della sciagura di Chernobyl, ero nel “mezzo” di quel cammino: “tempus fugit” come diceva il poeta romano conterraneo Virgilio, pensando all’irreversibilità del tempo ed alla opportunità di cogliere il momento; molto più spiritualmente di Lorenzo de’ Medici col suo godereccio “carpe diem”, oppure meno pratico del “pensiero ed azione” di Giuseppe Mazzini o meno incisivo, esortativo, imperativo del conciso “dàaghe dènter” di noi cremonesi. (7-fine)
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