18 luglio 2026

Abdon e Sennen, arriva la sagra di Casteldidone, il programma

C’è grande attesa, a Casteldidone in occasione della sei giorni di festa in occasione della ricorrenza patronale dei santi Abdon e Sennen. Si parte giovedì 23 luglio col cinema sotto le stelle e la proiezione del film drammatico “Le assaggiatrici”, alle 21, in piazza Giovanni Paolo II, Il giorno seguente, venerdì 24 luglio, alle 20, al castello Mina della Scala, appuntamento con “Festalcastello2, evento su prenotazione da effettuare contattando i numeri 3481408350, 0375704563 o 3662403592.. La serata, idata e promossa da Claudia Fragni, spazierà tra atmosfere, vinili, sensorialità, percorso tra i sapori, sorrisi, ricerca, esperienze, vini buoni e non mancheranno nemmeno i fantasmi. Ci saranno le “tapas nostrane” by Le Paroli Cateriong con un ricco menù che comprende anolini estivi ripieni di formaggio, julienne di prosciutto di Parma e scaglie di Parmigiano Reggiano; maccheroncini al torchio con pesto, pomodorini, mozzarelline e olive taggiasche; selezione di formaggi e di salumi e polenta fritta; involtini di melanzane; crostini di pane scuro, robiola e zucchine; bruschette con pomodorini, stracciatella e alici; crocchette di verdure; treccia di bufala pugliese, pomodoro e basilico. Ci sarà un assortimento di cestini di pasta brisèe con sala tonnata e capperi; gongorzola e cipolla caramellata e robiola e peperoni ma anche specialità gourmet che comprendono mini croissant ai cereali, maionese di avocado, lime e bresaola; panini al burro con miniburger e le sue salse; insalatina di pollo gourmet e melone in bellavista. In conclusione il sorbetto al mango e il dolce al cucchiaio in monoporzione. Il catering sarà curato e gestito dalle sorelle Paroli mentre il vino sarà di CaliciVivi di Matteo Pessina mentre il Dj con vinili sarà Andrea Gabbi. Una serata, questa nella magnifica cornice del castello, molto attesa.

Sabato 25, invece, dalle 18, in Enobottega Viola, aperitivo e apericena in enobottega e, alle 21, al Centro anziani, tombola estiva. Martedì 28, alle 21, in piazza Giovanni paolo II, torna il Cinema sotto le stelle con il film per bambini “Raya e l’ultimo drago”. Tutto si concluderà giovedì 30 luglio, alle 20,30, al cimitero con la celebrazione dei santi Patroni che inizierà con la recita del Rosario e proseguirà con la processione e la messa nella bella chiesa parrocchiale dedicata proprio ai santi Abdon e Sennen.

Chiesa che  fu consacrata il 25 Ottobre del 1891 dall'allora Vescovo di Cremona monsignor Geremia Bonomelli laddove, in passato, sorgeva un altro edificio religioso. Sulle terre emergenti di Casteldidone, ovvero il Mot, suolo matildico fortificato, è probabile, nello specifico, che esistesse una cappella curtense e che essa fosse consacrata ai santi martiri persiani Abdon e Sennen, dato che proprio in quel periodo storico vennero rinvenuti i loro corpi santi (anno 960). Quella che venne abbattuta per erigervi l'attuale, era però una chiesa più tarda, costruita, secondo quanto afferma don Palmiro Ghidetti (già parroco di Casteldidone) nel 1433, ubicata sopra un' altura artificiosa, a tre metri dal piano stradale. Era ad una sola navata, coperta a capriate, con due cappelle laterali che le facevano assumere l'aspetto di croce; la sagrestia era coperta con travetti e tavelle; le fondamenta, in pilastri ed archi, erano assai profonde ma il fondo era composto da materiale di cattiva qualità, per lo più da sedimentazioni di costruzioni precedenti. Questa descrizione la si legge nel libro del 1965 del parroco don Emilio Mazzani sulla chiesa di Casteldidone. Don Mazzani scrive  anche che coro e presbiterio erano angusti, che la chiesa presentava screpolature in ogni senso, che le assi del soffitto attaccate con chiodi al di sotto delle travi erano cadenti; inoltre l'area antistante la chiesa era in buona parte occupata da una casa colonica con torchio d'olio di proprietà del conte Schizzi e da orti annessi. Erano questi motivi sufficienti per elaborare sulla chiesa, nel terzo decennio dell'ottocento, ben tre progetti in 12 anni? Si sa anche che la vecchia chiesa era ormai fatiscente, ma non del tutto irrecuperabile se tra le varie ipotesi ce ne fu anche una che prevedeva di recuperarla e ingrandirla. Ma questo primo progetto di restauro e ampliamento di Giuseppe Boccalari, un ingegnere di Piadena, non andò a segno a causa di troppe difficoltà, osservazioni, modifiche e costi insostenibili. L'idea di una chiesa nuova si fece dominante allorché si pensò che la nuova costruzione sarebbe stata più capiente, adeguata alla popolazione che allora contava 1300 anime, urbanistic mente più corretta e scenograficamente diretta perché disposta di prospetto alla via principale del paese. Così il secondo progetto, dell'ing. Carlo Brilli di Cremona, prevedeva una nuova costruzione con facciata verso la via maggiore; ma il tracciato non permetteva un perfetto allineamento con la via principale, si invadeva uno stradello di accesso alla cascina Bolzesi, l'abside risultava troppo addossata al granaio della cascina, le dimensioni sembravano piccole e si fecero anche le prove coi banchi che vennero allineati tra le mura che stavano sorgendo; proprio relativamente alla capienza, il progetto non offriva precise garanzie alla popolazione, decisa a realizzare ad ogni costo una chiesa grande e spaziosa; si boicottarono così i lavori già iniziati dall'ing. Brilli. Si consultò quindi Luigi Voghera e gli si affidò l'impegno di disegnare un nuovo progetto, il terzo. Luigi Voghera era l'architetto che in zona andava per la maggiore a quei tempi e in loco trovò consensi che, nonostante le ingenti spese e la scarsissima disponibilità di fondi, gli permisero di tracciare le fondamenta del nuovo edificio nell'ottobre del 1835, di terminare i lavori già nel 1837 e di procedere al collaudo nel 1838. I Casteldidonesi, finalmente, trovarono piena rispondenza alle loro esigenze nel nuovo progetto dell'architetto cremonese che, ripristinando l'impostazione assiale est-ovest, potè fruire di uno spazio congruo che lo facilitò nella progettazione della chiesa e anche nella successiva impostazione dell'enorme e robusto stelo del 'campanile (su nuove fondamenta di 37 metri a fronte dei 18 m. del campanile vecchio). Durante il periodo di costruzione della nuova parrocchiale, cioè dal 1835 al 1837, i casteldidonesi, grazie alla disponibilità dei Conti, la domenica andavano a messa a Palazzo, cioè al castello, nell'oratorio di S. Antonio, allungato con una costruzione in legno, mentre ci si serviva per i giorni feriali, battesimi e funerali, della Camera dei Confratelli, contigua al campanile. Il 25 ottobre del 1891 il vescovo Geremia Bonomelli consacrò la chiesa e l'altare maggiore. La chiesa odierna, su base rettangolare, è lunga m. 40,75 e larga m. 12, che arrivano a 18 nel punto in cui assume l'aspetto di croce e si impostano i pilastri a sostegno della cupola che è alta ben 19 m.; lo spazio si ricompone poi nel presbiterio e nella curva del catino absidale. In capo al transetto due ariosi altari dedicati a S. Giuseppe e alla Vergine del Rosario, preceduti dalle sei cappelle della navata che è chiusa da una imponente volta a botte. La decorazione murale, di epoca più tarda, ma sempre abbastanza rispettosa dello stile neoclassico, è vivificata dalla luce che proviene dai finestroni semicircolari e, in particolar modo, dal lucernario della cupola: è questo fascio luminoso che, rischiarando ogni superficie, si fa protagonista dell'intero complesso architettonico. All'esterno le superfici definiscono volumi precisi e si distendono in grandi campiture coprendo anche la curvatura della cupola, mentre si animano con compostezza e sobrietà nella facciata dove alternano, con armonia classica, gli elementi architettonici nel loro gioco cadenzato: vi si aprono tre ingressi racchiusi tra gigantesche semicolonne ioniche che frenano il loro slancio al di sotto della trabeazione e del frontone triangolare. Il campanile, dopo un'interrotta corsa verso l'alto, si articola nelle quattro aperture della cella campanaria che richiamano lo schema compositivo della facciata; sopra le quattro edicole con timpano si imposta un tamburo ottogonale che sorregge la cupoletta di copertura.

Per quanto riguarda la parte pittorica, le cappelle e il catino absidale sono state decorate più tardi rispetto alla costruzione e sono opera di Francesco Rocca di Rivarolo Fuori che vi lavorò dal 1877 e terminò nel 1886, come si può leggere dalla firma e dalla data che compaiono sul messale aperto nel medaglione di centro; nella volta del presbiterio compaiono simboli liturgici, nelle cappelle laterali motivi floreali. Le decorazioni sfruttano motivi non rigidamente neoclassici che rendono, insieme alle diverse colorazioni, meno rigorosi e complessivamente più gioiosi, gli altari; più rispettosi dei canoni neoclassici invece i due altari nel transetto sui cui architravi si stendono festoncini d'alloro. Gli effetti marmorei sono risolti ad encausto (tecnica pittorica che consiste nell'uso di colori diluiti con cera fusa e applicata a caldo). AI 1930 risalgono invece le decorazioni della volta a botte della navata centrale che sono del pittore Barbieri di Parma e raffigurano negli angoli i quattro profeti maggiori, Isaia, Geremia, Daniele, Ezechiele, mentre al centro è rappresentata la Trinità. Le statue della Madonna e di S. Giuseppe sono tipici gessi tardoottocenteschi di bella fattura. Così si può dire anche per i santi patroni Abdon e Sennen dei quali l'ancona ripropone lo stesso schema: colonne, architrave con cimasa curvata. Le cantorie non sfuggono al medesimo schema; esse sono state disegnate dallo stesso Voghera, così come il frontale dell'organo; lo strumento datato 1840 è un Montesanti, maestro organaro mantovano. Dalla chiesa vecchia demolita provengono: la balaustra, realizzata aggiungendo alla centrale quella dei due altari laterali preesistenti; l'altare, opportunamente allargato con materiali tombali policromi al cui centro è riprodotto l'ostensorio della parrocchia, opera di scuola mantovana del XVII secolo; ancora dalla vecchia chiesa proviene la vasca battesimale in marmo datata 1694.L'iconografia connessa al culto e all'identificazione degli altari si avvale di alcuni dipinti di un certo decoro: sono, in genere, quadri provenienti dalla chiesa preesistente e di scuola locale. I più interessanti sono quelli riconducibili, sia pur attraverso incerte attribuzioni, ai pittori A. Bonisoli, R. De Longe, C. Urbino. A sinistra nel transetto Lo sposalizio della Madonna è attribuito al Bonisoli, così come, con minore certezza, le due tele raffiguranti l'estasi di S. Francesco e S. Ignazio di Loyola. Agostino Bonisoli nacque a Cremona nel 1635, morì nel 1707 a Tornata, dove risiedette per un certo periodo e dove è sepolto, secondo la sua volontà, sotto l'altare dell'affresco della Madonna col Bambino. Bonisoli fu per 28 anni pittore di corte dei Gonzaga di Bozzolo, più precisamente del principe Francesco. Evidenzia una propensione per il classicismo. Dopo aver studiato coi maestri Tortiroli, Miradori e Jacopo Ferrrari, si ispirò solo al veneto Paolo Veronese specialmente per il modo di dipingere le vesti e di arruffare barba e capelli, o di usare colori con effetti serici, rapporti preziosi. A destra il quadro dei SS. Abdon e Sennen di anonimo del XVI sec. che fungeva da pala dell'altare maggiore della chiesa precedente. AI centro della tela sono rappresentate le belve feroci che, miracolosamente, non attaccano i due martiri. A seguire, dopo la statua di S. Giuseppe, un quadro di anonimo con S. Antonio da Padova, probabilmente un ex voto, risalente al 1650 circa. Nella successiva cappella, detta di S.Antonio, troviamo un quadro di autore ignoto del XVII secolo: La Sacra famiglia e S. Antonio, già della vecchia chiesa.

Il secondo altare è dedicato a S. Gaetano da Tiene la cui devozione viene dalla soppressione dei Teatini che avevano in Casteldidone una casa con scuola ed ospedale e gestivano i beni del Consorzio di S. Omobono (nel sec. XVII). L'ultimo - o il primo - altare a destra è dedicato a S. Giovanni Bosco che compare in una tela del pittore Palmiro Vezzoni di Rivarolo del Re risalente agli anni '60. Del medesimo pittore, che ha lavorato anche per altre chiese della zona, la decorazione e le figure di Santa Maria Goretti e San Domenico Savio, dipinti su supporto di masonite inchiodata alle pareti laterali. Sulla controfacciata due dipinti attribuiti a Roberto De Longe: Le nozze di Cana e La caduta della manna. Roberto de Longe domina con Angelo Massarotti, Francesco Bocaccino, Bernardino Dehò, Giacomo Guerrini il panorama pittorico della zona. Nato a Bruxelles nel 1646, è detto il Fiamminghino. A 12 anni viene in Italia: Firenze, Genova, Venezia, Roma, Milano, Cremona dove affrescò chiese della città: Battistero, S. Sigismondo. Si pensa che siano andate perdute molte opere, però ne è riemersa recentemente una: la volta della chiesa della caserma Manfredini, (ex convento di S Salvatore, in zona S. Ilario), una bella volta affrescata. Secondo il Lanzi avrebbe anche frequentato la scuola di nudo di Agostino Bonisoli, presso la corte gonzaghesca di Bozzolo. Morì nel 1700 a Piacenza dove si era recato nel 1685 per lavori. A Solarolo Monasterolo c'è una grande composizione sua che rappresenta Anania che battezza Saul. Nella cappella del battistero spicca una tela con cornice dell'800 col Battesimo di Gesù ed un'Ultima Cena attribuita alla scuola di Carlo Urbino da Crema, un pittore del XVI sec. molto leggiadro e facile nel disegno; collabora con Bernardino Campi allora molto impegnato (nella chiesa di San Marco a Milano e nel duomo di Cremona). Fornisce disegni per composizioni avendo molta fantasia immaginativa, si distingue per l'animazione delle figure viste in grande varietà di pose: figure sottilmente cadenzate, animate, prerogative che mancavano allo stesso Campi e che il pittore esegue con poche varianti pur perfezionandone la preziosità e le calligrafiche sottigliezze. Molti i suoi lavori grafici: disegni per ante d'organi, gonfaloni, stendardi, prontuari di figure maschili, femminili, di armi, di trofei...Opere di Carlo Urbino sono a Crema in diverse chiese, a Pavia, alla Certosa e al Broletto, a Milano in S. Eustorgio, in S. Marco, in Santa Maria della passione, Santa Maria della scala. Suoi anche molti disegni per le vetrate del duomo. L'altare successivo è dedicato a Sant'Agnese. Nella Cappella "detta del Crocifisso" un quadro del XVII secolo L'Immacolata e San Francesco d'Assisi, proveniente dalla chiesa vecchia, ed un crocefisso, scultura lignea del XVI-XVII secolo, proveniente dall'Oratorio del Palazzo.

Per quanto riguarda i patroni, i santi Abdon e Sennen, si tratta di due martiri certamente esistiti nel III secolo, che subirono il martirio a Roma; le notizie che riguardano la loro vita sono leggendarie, ma un fondo di verità ci deve essere senz’altro. Per prima cosa essi sono ricordati da un gran numero di testi ufficiali e martirologi, come il “Depositio Martyrum”, il “Martirologio Geronimiano”, il “Calendario marmoreo di Napoli”, nei “Sacramentari Gelasiano e Gregoriano”. Questi testi citano la deposizione delle reliquie, nel Cimitero di Ponziano dei santi martiri di Roma ‘Abdos et Sennes’; questo cimitero era sulla via Portuense, presso l’attuale via Alessandro Poerio e citano alcuni come il ‘Martirologio Geronimiano’, la celebrazione al 30 luglio, data che poi è passata nel ‘Martirologio Romano’, testo ufficiale in vigore nella Chiesa Cattolica. Ancora celebri testi medioevali, ricordano che tanti pellegrini giunti a Roma, visitavano la via Portuense, entrando nella basilica dove riposavano i loro corpi, questa chiesa era abbastanza grande e nel ‘Liber Pontificalis’ si dice che fu restaurata dai papi Adriano I (772-795) e Niccolò I (858-867). L’ignoto autore della ‘passio’ dei due santi, forse indotto dai loro nomi esotici, li classifica come due principi persiani, che nella loro condizione di schiavi o di liberti a Roma, si prodigavano a seppellire i martiri. Questo loro impegno li fa accusare presso l’imperatore Decio (200-251), artefice della settima persecuzione contro i cristiani, che li fa mettere in prigione; in seguito essi compaiono davanti al Senato, rivestiti da abiti dignitosi ma incatenati. Giacché rifiutarono, secondo la prassi, di sacrificare agli idoli, vennero condannati a morte e condotti nell’anfiteatro dove sorgeva il Colosso di Nerone, fra l’Anfiteatro Flavio e il tempio di Venere, per essere divorati dalle belve feroci. Ma essi miracolosamente ammansirono gli animali, che li evitarono, allora Abdon e Sennen vennero decapitati dai gladiatori. I loro corpi vennero gettati davanti alla statua del Sole, dove rimasero tre giorni, finché il diacono Quirino li raccolse nascondendoli nella sua casa, dove restarono per lunghissimo tempo. In seguito, grazie ad una rivelazione (fenomeno che compare in molte vite di santi), vennero ritrovati e portati nel Cimitero di Ponziano. In questo cimitero vi è un affresco del VI secolo che li raffigura con barba, vestiti di tunica, con il berretto frigio, sopra l’affresco una iscrizione latina li nomina senza equivoci; nell’affresco Abdon appare più maturo con barba corta e rotonda, mentre Sennen ha la barba a punta e senz’altro più giovane; ancora nello stesso cimitero fu ritrovata una lampada di terracotta del V secolo, con l’immagine di un personaggio in preghiera, coperto da un ricco mantello persiano con barba breve e rotonda, in cui si è voluto identificare Abdon. Le loro reliquie furono poi ‘depositate’ nella basilica di S. Marco papa, al tempo di papa Sisto IV (1471-1484), infatti nel 1948 si rinvenne sotto l’altare maggiore, un’arca granitica contenente una grande cassa di cipresso con molte reliquie e una pergamena datata 1474, che indicava la deposizione delle reliquie dei santi Marco papa, Abdon e Sennen martiri, Restituto ed altri. Nel Medioevo una parte delle reliquie furono trasferite ad Arles-sur-Tech nei Pirenei Orientali; la diocesi francese di Perpignon, appunto nei Pirenei, li venera come suoi patroni. I due santi sono stati oggetto privilegiato di molte opere artistiche in varie chiese e cattedrali, in Italia ed in Europa; oltre la ricchezza delle vesti per indicarne l’origine persiana, spesso portano un diadema regale come quello attribuito a volte ai Re Magi che appunto erano orientali; ma la presenza costante è la spada con cui vennero decapitati. Nella basilica di S. Marco di Roma c’è infine un altare con le reliquie  a loro dedicato.

Eremita del Po

Paolo Panni


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