Masters of Beauty, a Crema il talento si fa arte: Eleonora Ferraro vince la prima edizione
Un sabato da “strike a pose” avrebbe cantato Madonna nella suo brano “Vogue” ed è così che nella sede di Ancorotti Cosmetics a Crema, cinque giovani make-up artist si sono confrontate fra icone della musica, suggestioni artistiche e bellezza naturale.
C’è la bellezza che occupa lo spazio di un’immagine e quella che, prima ancora di apparire, richiede studio, disciplina e mestiere. C’è la bellezza levigata dei social, costruita per non mostrare esitazioni, e quella reale, imperfetta e irripetibile, che racconta qualcosa della persona che la indossa.
La prima edizione di Masters of Beauty, ospitata nella sede di Ancorotti Cosmetics a Crema, ha portato in scena proprio questo confronto: non soltanto una gara fra giovani make-up artist, ma una riflessione contemporanea sul significato della bellezza e sulla responsabilità di chi, attraverso il trucco, la moda e l’immagine, contribuisce a definirne i nuovi linguaggi.
A conquistare il primo posto è stata Eleonora Ferraro. Seconda classificata Giorgia Sara Samoila, seguita al terzo posto da Martina Vilizzi. Tre talenti e tre sensibilità differenti, emersi al termine di una competizione nella quale tecnica, creatività, cultura visiva e capacità di interpretazione hanno avuto lo stesso peso.
Il risultato più interessante, tuttavia, va oltre il podio. In un settore nel quale l’effetto finale rischia spesso di nascondere il percorso, Masters of Beauty ha scelto di mostrare il lavoro: i tempi da rispettare, la concentrazione, i pennelli in movimento, la ricerca dell’equilibrio fra un’idea e il volto chiamato a rappresentarla.
Il glamour, questa volta, non ha cancellato la fatica. L’ha illuminata.
Da Mina alla bellezza “clean”: le tre prove. Le cinque finaliste si sono misurate con tre temi. La prima prova, dedicata alle grandi icone della musica, ha riportato al centro una figura inconfondibile dello stile italiano: Mina. A emozionare è stata soprattutto la reinterpretazione del suo sguardo, quell’occhio sottolineato dal tratto nero che nel tempo è diventato una firma estetica prima ancora che un dettaglio di make-up.
Evocare Mina significa confrontarsi con un’immagine entrata nell’immaginario collettivo. Non basta disegnare una linea grafica: occorre restituire il magnetismo, la libertà e l’eleganza anticonvenzionale di una donna che ha saputo trasformare il proprio volto in un linguaggio.
Il secondo tema, “Art imitates art”, ha chiesto alle concorrenti di tradurre l’arte attraverso un’altra forma d’arte. Il volto è diventato tela, la materia cosmetica colore, il make-up una composizione nella quale citazione e interpretazione personale dovevano trovare un equilibrio.
È stato anche il terreno sul quale è emersa una delle considerazioni più interessanti di Cristina Fogazzi, alias L’Estetista Cinica, opinionista della manifestazione: la tecnica può essere valutata pienamente da chi possiede una preparazione specifica, mentre il gusto è ciò che arriva a tutti. Ed è proprio il gusto, talvolta, a prevalere sulla perfezione tecnica, perché crea una relazione immediata con chi osserva.
La terza prova, svelata a sorpresa, ha condotto le partecipanti nella direzione apparentemente opposta: il make-up minimale, vicino all’estetica “clean girl” e al cosiddetto no-make-up make-up. Una bellezza fresca e quasi spontanea, almeno in apparenza, fatta di incarnati luminosi, trasparenze, sopracciglia ordinate e lentiggini che oggi, paradossalmente, vengono spesso disegnate.
È una delle ironie più sottili del beauty contemporaneo: occorre molto lavoro per ottenere l’effetto di non aver fatto nulla.
Ma dietro questa tendenza esiste anche una domanda più profonda. Quanto c’è di reale nell’immagine naturale costruita per i social? E quanto, invece, continuiamo a modificare il viso per aderire a una spontaneità diventata essa stessa un modello?
Cristina Fogazzi lo sottolinea: «La bellezza vera parla di noi». La Fogazzi ha rappresentato una delle presenze più significative di questa prima edizione. Il suo intervento ha spostato l’attenzione dal prodotto alla persona, ponendo l’accento su un tema che non riguarda soltanto le nuove generazioni: la distanza fra l’immagine digitale e la vita reale.
Ai nostri microfoni ha osservato: «Dovremmo imparare a distinguere la bellezza di Instagram dalla bellezza reale e ricordarci che la realtà non è fatta soltanto di sorrisi perfetti e labbra voluminose. Lo si capisce benissimo andando al supermercato, oppure andando su qualsiasi spiaggia italiana, la bellezza vera non è quella dei social, non è la bellezza di tutte noi. È estremamente importante che tutti noi teniamo presente che ciò che vediamo in Instagram non la realtà vera; un tempo sfogliavamo maggiormente le riviste ed avevamo chiaro cosa stavamo facendo, dovremmo applicare lo stesso principio anche se il cellulare l’abbiamo in borsetta, è un messaggio che ognuno di noi dagli adulti ai ragazzi dobbiamo tenere presente. Oggi è più difficile, un tempo una foto patinata era chiara ed era chiaro il processo per realizzarla, Instagram rende tutto più accessibile ma non dobbiamo dimenticare che la maggior parte dei contenuti sono filtrati».
Un messaggio essenziale in una stagione dominata da filtri, ritocchi e volti sempre più simili. L’omologazione non nasce esclusivamente dalla chirurgia o dalla medicina estetica: può iniziare da uno schermo, da un filtro applicato quasi per gioco, dalla ripetizione quotidiana di un’immagine che finisce per essere percepita come normale.
Il rischio è quello di non riconoscere più la distanza fra il volto e la sua rappresentazione. Di giudicare la pelle vera utilizzando come termine di paragone una pelle digitale. Di inseguire proporzioni che non appartengono alla fisiologia, ma a un algoritmo.
Il make-up, invece, può svolgere una funzione differente. Può trasformare senza cancellare, esaltare senza uniformare, accompagnare l’identità anziché sostituirla. È questa la bellezza alla quale Fogazzi ha richiamato il pubblico: non un modello da replicare, ma uno strumento per riconoscersi.
Anche Renato Ancorotti, padrone di casa ha posto l’accento su un altro aspetto molto importante: «La moda dovrebbe educare al rispetto».
Il fondatore di Ancorotti Cosmetics, il senatore Renato Ancorotti, raggiunto dai nostri microfoni durante l’evento ha lanciato un messaggio che collega moda, arte e responsabilità sociale: «La moda non è percezione: è stile, armonia, espressione d’arte ed è qualcosa che ci permette di sentirci a nostro agio. Oggi fa parte della nostra quotidianità e dovrebbe anche educare al rispetto».
Parole che attribuiscono alla moda un compito più ampio rispetto alla costruzione dell’immagine. Se la moda e il beauty entrano ogni giorno nella relazione che abbiamo con il corpo e con gli altri, non possono sottrarsi alla responsabilità dei messaggi che producono.
Educare al rispetto significa non trasformare la differenza in difetto. Significa evitare che il desiderio di migliorarsi diventi l’obbligo di assomigliare a qualcun altro. Significa ricordare che stile e armonia non coincidono con l’uniformità.
In questo senso, portare una competizione dedicata ai giovani all’interno di un’azienda cosmetica assume un valore preciso. La creatività viene messa in relazione con la conoscenza dei prodotti, la ricerca, la qualità e la cultura professionale. Il talento non viene celebrato come un’intuizione isolata, ma come qualcosa che deve essere formato, esercitato e reso responsabile.
A guidare le giovani concorrenti è stata la make-up artist Sabina Pinsone. Le acconciature sono state curate dall’hairstylist Matteo Susini, mentre la parte nails è stata affidata a Elisa Villa, professionista presente anche nel backstage delle riprese milanesi di Il diavolo veste Prada 2.
La manifestazione è stata condotta da Giulia De Nicola di Fab!, che ha accompagnato il pubblico nelle diverse fasi della competizione mantenendo insieme il ritmo dello show e l’attenzione per il lavoro delle finaliste.
Fra le presenze della serata anche Cristina Milanesi, beauty director di iO Donna, e il senatore Giampietro Maffoni.
La giuria ha riunito rappresentanti autorevoli del settore: Dorina Forti, presidente di MUA Italia; Gianfranca Ghiro, presidente nazionale CNA Estetica; Benedetto Lavino, presidente di Cosmetica Italia; e Carlo Palmieri, presidente del Gruppo Moda di Assolombarda e coordinatore del Comitato dei Territori di Confindustria Moda.
Presenti inoltre Tiziana Chiorboli, presidente della Camera Italiana dell’Acconciatura; Nicoletta Fasoli, presidente di OPA–Onicotecnici Professionisti Associati; Enrico Zannini, direttore generale di BolognaFiere Cosmoprof; e Michele Ziveri, presidente di Confartigianato Acconciatori.
Proprio Tiziana Chiorboli ha richiamato un punto decisivo: nel mondo dell’acconciatura e, più in generale, nelle professioni della bellezza, è la formazione a fare la differenza.
Creatività e talento possono aprire una porta; preparazione e aggiornamento consentono di attraversarla.
Masters of Beauty si è inserito nel programma della quinta Milano Beauty Week, appena conclusa dopo cinque giorni di eventi, incontri e iniziative diffuse fra i luoghi simbolo del capoluogo lombardo.
Promossa da Cosmetica Italia in collaborazione con Cosmoprof ed Esxence, l’edizione 2026 ha scelto come tema l’essenzialità: un invito a riportare il cosmetico alla sua funzione autentica di cura, benessere, ricerca ed espressione personale.
Palazzo Giureconsulti ha ospitato il Beauty Village, con aziende, masterclass ed esperienze aperte al pubblico. Palazzo Bovara è diventato il luogo dei Beauty Talk, mentre Palazzo Castiglioni ha accolto iniziative formative e progetti charity. Beauty Cube, tram, installazioni, temporary space e appuntamenti nei punti vendita hanno esteso la manifestazione all’intera città.
La cerimonia inaugurale al Castello Sforzesco ha legato la cultura della bellezza alla tutela del patrimonio, attraverso una donazione destinata al restauro conservativo del Pozzo del Broletto.
È forse questo uno dei lasciti più significativi della settimana milanese: aver raccontato la bellezza non come un territorio superficiale o separato dalla società, ma come una filiera fatta di scienza, creatività, lavoro, responsabilità ambientale e impatto sociale.
I dati definitivi sull’affluenza dell’edizione appena conclusa non sono ancora stati diffusi dagli organizzatori. È però già evidente l’ampiezza di un progetto che ha proposto oltre cento appuntamenti e coinvolto il pubblico in una riflessione capace di superare il semplice lancio di prodotto.
Alle sue spalle c’è uno dei comparti più rilevanti del Made in Italy. Secondo i dati presentati in occasione della manifestazione, l’industria cosmetica italiana ha chiuso il 2025 con un fatturato di circa 18 miliardi di euro e 8,6 miliardi di esportazioni. Considerando l’intera filiera, il valore economico generato raggiunge i 49 miliardi, con circa 500 mila occupati.
Numeri che chiariscono perché il beauty non possa più essere liquidato come un universo frivolo. Il cosmetico è ricerca scientifica, produzione, occupazione, export e cultura progettuale. È anche un bene presente nella vita quotidiana delle persone, associato alla cura di sé, all’igiene, al benessere e alla costruzione dell’identità.
Per chi scrive di questa giornata ha significato anche tornare in un luogo già visitato per un precedente servizio di CremonaSera.
Entrare in Ancorotti Cosmetics permette di osservare la bellezza dalla parte che normalmente rimane invisibile: quella delle formule, dei laboratori, dei controlli, della produzione e delle competenze necessarie per trasformare un’intuizione creativa in un prodotto.
Ancorotti opera nel contract manufacturing cosmetico e sviluppa make-up e prodotti per la cura della persona destinati a marchi internazionali. Parte della sede occupa l’ex stabilimento Olivetti di Crema, recuperato dopo anni di abbandono e restituito alla produzione.
Dove un tempo si costruivano macchine per scrivere, oggi si realizzano strumenti differenti per raccontarsi.
Il legame con Milano Beauty Week evidenzia anche il ruolo del territorio cremasco nella geografia internazionale della cosmesi. Crema non è la periferia del beauty milanese: è uno dei luoghi nei quali il beauty prende concretamente forma, attraverso ricerca, formulazione, produzione e packaging.
La prima edizione di Masters of Beauty si è conclusa con un podio, ma non con una divisione netta fra chi ha vinto e chi ha perso.
Eleonora Ferraro ha conquistato il primo posto, Giorgia Sara Samoila il secondo e Martina Vilizzi il terzo. Eppure, la sensazione, al termine della giornata, è stata quella di una vittoria condivisa: per le concorrenti che hanno avuto l’occasione di mostrare il proprio talento, per i professionisti che le hanno accompagnate e per un settore che ha scelto di investire nella formazione delle nuove generazioni.
Come è stato ricordato durante la manifestazione, hanno vinto tutte. E ha vinto la bellezza, quando riesce a essere competenza prima che immagine, identità prima che imitazione.
Il trucco può essere rimosso. Una fotografia può essere modificata. Una tendenza può durare il tempo di una stagione.
La capacità di riconoscersi, invece, resta il più contemporaneo degli stili.
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