18 gennaio 2026

Benedizione di cani, gatti e criceti affidati a Sant’Antonio Abate, all’oratorio di Spinadesco

Sabato, nel giorno in cui la Chiesa cattolica ricorda Sant’Antonio Abate, il parroco di Spinadesco don Fabio Sozzi ha benedetto gli animali domestici dei fedeli, che hanno aderito all’invito, portando con sé cani, gatti e persino un criceto, da affidare alla benevolenza del loro patrono. La breve cerimonia è avvenuta all’aperto, sul campo da basket dell’oratorio. All’appuntamento ha risposto pure qualche abitante di Cremona.

Il sacerdote ha esortato i padroni “a prendersi cura delle loro bestiole così come Dio fa con noi”. Ai presenti è stata donata un’immaginetta raffigurante colui che fu un potente taumaturgo, in grado di curare gravi malattie. Il fondatore del monachesimo cristiano nacque a Coma, in Egitto, nel 251 d. C. e morì nel 356, nel deserto della Tebaide, alla veneranda età di 105 anni. Vi si era ritirato, dopo essersi spogliato dei propri beni, per condurre un’esistenza all’insegna della povertà, della solitudine, del digiuno e della preghiera, grazie a cui sconfisse le tentazioni del demonio. È inoltre considerato protettore di macellai, salumai, agricoltori, allevatori e del fuoco, in quanto, secondo alcune leggende, novello Prometeo, avrebbe rubato una scintilla ignea agli inferi, per regalarla agli uomini. Per questo motivo, veniva celebrato con grandi falò, che rappresentavano la purificazione, il calore e la lotta contro il male. Secondo una credenza popolare e contadina, nella notte tra il 16 e il 17 gennaio, asini, cavalli, bovini, ovini e tutti i loro “colleghi” a quattro zampe possono parlare e ciò è di buon auspicio, a patto che tali dialoghi non vengono ascoltati dagli umani, che devono pertanto stare lontani dalle stalle. Sant’Antonio è rappresentato con il bastone degli eremiti a forma di “tau”, ovvero l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, simbolo di salvezza e di redenzione. Accanto a lui c’è un maiale, con al collo una campanella: l’antico ordine ospedaliero degli Antoniani allevava infatti i suini, per ungere del loro grasso gli ammalati colpiti dall’ergotismo, il famoso herpes o “fuoco di Sant’ Antonio”. Dagli smemorati e dai distratti, Sant’Antonio viene invocato per ritrovare quanto smarrito, pronunciando la formula “Sant'Antonio dalla barba bianca, fammi trovare quello che mi manca”. Pare funzioni infallibilmente: provare per credere.

 

Barbara Bozzi


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