3 marzo 2026

Quando l'amore tossico porta alla morte. Successo per "L'angelo del Focolare" di Emma Dante. Lo spettacolo in scena al Ponchielli a pochi giorni dalla giornata della donna

Se qualcuno ricorda Nastagio degli Onesti, personaggio del Decameron boccaccesco, non può dimenticare l’orrenda scena a cui assiste. Una donna inseguita dai mastini viene uccisa da un amante rifiutato che dà poi il cuore della giovane in pasto ai cani. Un istante dopo, però, la donna torna viva per proseguire all’infinito questa alternanza di morte e resurrezione: una caccia infernale, una pena infinita.  E "L’angelo del Focolare" di Emma Dante, andato in scena al Teatro Ponchielli per la stagione di Prosa, è una proiezione in senso moderno del racconto boccaccesco. Una moglie, colpita con un ferro da stiro da un marito violento, muore. Ma la mattina, ogni mattina, deve riprendere vita: perché nessuno le crede. Deve ricominciare a pulire casa. Fare il caffè. Lavare i panni. Confortare un figlio disperato. Accudire una suocera petulante, istrionica e distruttiva. Sopportare un marito vittima, ma nello stesso tempo schiavo, delle bassezze dei quartieri metropolitani. Invasato da schiocchi e inutili valori di pseudo machismo relegati tutti nella cura di un fisico altresì piccolo, brutto; e perfino sconfinate nel grottesco. 

Emma Dante scrive un testo che mescola continuamente il dramma all’ironia. Il sarcasmo con il profondamente doloroso. Inchioda senza pietà quell’uomo che si fa servire, appoggiato ad un tavolo in mutande, il caffè dalla madre: ogni mattina. E’ una requisitoria durissima contro madre e figlio che alleati, o solo finti nemici, mettono in croce una donna che crede in ben altri valori. Nello spirito bello della musica. Nella poesia. Nella gentilezza. Nella bontà d’animo. Nell’empatia verso un figlio che nutre dubbi sulla sua identità e che palesa, terribilmente, il suo ‘male di vivere’ in una famiglia sprofondata in una meschinità pervasiva. In un’antologia di valori piccoli, piccoli. Bassi, bassi. Pressoché solo fisiologici o poco più: come il cibo. L’egoismo dilagante e onnipresente di suocera e marito sarà così il ‘motore immobile’ del femminicidio. Una grettezza e un’indifferenza, quella di madre e figlio, talmente amplificata da negare anche la stessa morte della donna. Storia triste, ma comune. Fin troppo. In tante famiglie. In tante relazioni sentimentali. In molte unioni e coabitazioni che si rivelano senza senso alcuno. 

A Emma Dante va dato il merito di aver scritto un testo graffiante. Duro. In alcuni tratti feroce, Senza alcun bon ton interpretativo. Di aver affondato dentro la tossicità di relazioni sbagliate. Condizionate da una grigia cappa di piombo dove il legame tra madre e figlio maschio deturpa i sentimenti senza pietà. Dove l’uomo non sarà essere tale per manifesta egocentricità. Per mancanza di flatus sentimentale. Sprofondato nei suoi infimi bisogni, giustificati da iesistenti fantasmi. 

Il lessico, volutamente in vernacolo napoletano, accentua il tutto. Dilata all’infinito le contraddizioni. Le cattiverie. Le maldicenze contro la moglie: fino all’esplosione della violenza e di conseguenza dell’uccisione. Ma tutto ciò non vincerà perché la moglie si riscatterà nel bellissimo finale dove ‘balla da sola’ sul palcoscenico sulle note della travolgente Alla fiera dell’Est di Angelo Branduardi.

Tutti bravissimi i protagonisti a partire da Leonarda Saffi la moglie. Ruolo non facile ma interpretato con grandissimo pathos. Con una recitazione vibrante. Acceso di fuoco. Diperata e volte, ma sempre con guizzi di ironia pungente. Altrettanto bravo Ivano Picciallo: il marito, capace di dare forma e voce a quell’uomo invasato dalla  volontà di emergere nella giungla della vita senza alcuna qualità di fondo. Attento dolo alle cose sciocche e inutili.  Il figlio David Leone ha colto in pieno la fragilità personalità di un personaggio immerso nella palude del non conoscere se stesso. In balia di un padre superfluo e di una madre stregata da una dura violenza fisica e morale. Strabiliante anche la suocera: Giuditta Perriera. Personaggio quasi macchiettistico ma reale. Ricolmo di quella perfidia che serpeggia così comunemente nelle famiglie.

Belle anche le luci di Cristian Zucaro.

Ponchielli in piedi per applaudire un grande testo. 

Foto MasiarPasquali-Piccolo Teatro Milano

Roberto Fiorentini


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