Cremona torna seicentesca con "La fortuna è un instabile equilibrio", metafora dell'arte monteverdiana tra cielo e terra
Hoggi si ride recita lo splendido madrigale monteverdiano Chi vol che mi innamori. Ebbene la piazza del Comune è stata tutta un sorriso. Stupito. Allegro. Spensierato nell’accogliere La fortuna è un instabile equilibrio. Evento pubblico che ha portato il Monteverdi Festival nel cuore della città. Una prodigiosa macchina del tempo che ha riportato Cremona in quel fulgido momento temporale a cavallo tra Cinquecento e Seicento. Periodo di feste. Di allegrezze. Di celebrazione comune del piacere della vita. Musica e Fortuna Canti e gesti legati al concetto e all’estetica barocca del ‘meraviglioso’. Al momento che doveva stupire fosse una macchina teatrale o più semplicemente un acrobata. Un artista di piazza, un mimo o un cantastorie. Il canto del cigno di quella civiltà prima del flagello della peste seicentesca di manzoniana memoria.
E così mentre nel cielo terso sopra la piana cremonese, tra la grande torre e le antiche prigioni scivolavano, sulla fune, acrobati del gruppo CremonaCheCasca ( in collaborazione con Mystica ASD – APS), nella piazza hanno risuonato le note monteverdiane. Quelle iniziali del Vespro della Beata Vergine del 1610 . Annunciate dalla potente fanfara dei fiati e scandite poi da decine di cantori facenti parte dei complessi vocali della Cappella Mediterranea e del Chœur de Chambre de Namur, a cui sono unite numerose realtà corali cittadine, guidati da tutti da Leonardo García Alarcón. Al loro fianco il complesso degli strumenti archi e fiati, come nel celebre dipinto del Genovesino, custodito in Cattedrale a pochi passi da loro. Archetipo di queste immaginifiche celebrazioni di comunità. Tra arte e fede. Tra divertimento e voglia di stupirsi. Tra il senso di appartenere ad una comunità e il singolo piacere personale per il bello e per il fantastico. Un incipit, quello del Vespro, che ha rappresentato metaforicamente l’inizio di questa grande manifestazione musicale che il Monteverdi Festival che sta pian piano a riappropriassi degli spazi urbani e delle mente e dei cuori dei cremonesi. E poi ancora i cori a raccontare la vita quotidiana: quella degli affetti, della natura, del sentimento attraverso i componimenti profani in stile madrigalistico, un tempo riservati solo alla società colta.
E i cremonesi tanti con il naso all’insù a vedere le acrobazie sulla fune. Altrettanti a immortalare felici quella musica meravigliosa che ha dato la dimensione reale della Cremona del tempo, certo con altri pezzi e brani ma quella era l’ambientazione. E’ stato scritto che voleva essere ‘una suggestiva rappresentazione dell’equilibrio del rischio e della tensione verso l’armonia’, la stessa che anima sempre la musica e le parole di quel Chi vol chi mi innamori, mi dica almen di che: se d'animati fiori, un fiore che cosa è se de bell'occhi ardenti ah, sian tosto spenti?
Ovvero il senso della vita.
Fotoservizio e video di Francesco Sessa Ventura
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti