27 aprile 2026

Motta Baluffi, memoria e libertà: celebrato l’81° anniversario della Liberazione

E’ stata una cerimonia intensa e significativa, tra storia, memorie e valori da infondere nelle giovani generazioni quella con la quale, a Motta Baluffi, domenica mattina, su iniziativa dell’Amministrazione comunale, è stato celebrato  l’81esimo anniversario della Liberazione. In piazza Pierino Gaboardi, di fronte al municipio,  si è tenuta  la posa con la benedizione delle corone d’alloro per i monumenti ai caduti di Motta Baluffi e Solarolo Monasterolo, alla presenza del sindaco Antonietta Premoli, di don  Antonio Bandirali e del maresciallo dei carabinieri Antonio Della Ragione. “Siamo qui – ha detto il sindaco Antonietta Premoli – per dare un volto, una voce ed un’età a quella parola enorme che chiamiamo ‘Libertà’. Troppo speso la storia rischia di diventare un freddo elenco sui libri di scuola, ma la Libertà di cui godiamo oggi non è nata dal nulla: è costata la vita di ragazzi nati e cresciuti nelle nostre stesse case che hanno camminato nelle nostre stesse vie, che hanno guardato il nostro stesso Grande fiume”. In un borgo di campagna come Motta Baluffi, alla fine, a conti fatti, molti erano nonni, zii e parenti di persone tuttora viventi. Il sindaco ha ricordato Pietro Gaboardi, detto Pierino, al quale è dedicata la piazza del comune; Giuseppe Cernuzzi, strappato alla vita a soli 32 anni, proprio il 24 aprile 1945, ad un passo dalla Liberazione, sull’argine di Solarolo Monasterolo. Quella Solarolo in cui vivevano anche Rosolino Bassi di 34 anni, Aldo faccini di 28, Enea Gandolfi di 24, Renzo losi di22, Luigi Pinardi di 33. A Motta Baluffi abitavano invece Ernesto Araldi di 25 anni, Amedeoi Bernardi di 31, i già citati Pierino Gaboardi e Giuseppe Cernuzzi, Luigi Del Miglio di 32, Giovanni Grandi di 30, Giuseppe Magni di 28, Rosolino Stagnati di 23,, Mario Storti di 20, Paolo Tonghini di 22, ottorino Venturini di 29 e Pietro Storti di cui non è nota l’età ma morì a Motta Baluffi. Ragazzi e giovani uomini che avevano una vita davanti, sogni da realizzare, famiglie da amare, campi da coltivare, in qualche caso anche figli da crescere o genitori anziani da curare. Spesso, come ricordato dal sindaco, giovani inviati al fronte o che improvvisamente si erano ritrovati a dover fare una scelta abbandonando gli affetti, le famiglie, le nostre cascine e le nostre terre di fiume; senza mappe né strategie geopolitiche. In molti casi non sapevano nemmeno dove stessero esattamente andando, muovendosi nel buio di una guerra non certo voluta da loro (ma del resto, aggiunge chi scrive queste righe, assistiamo all’azione di Capi di Stato guerrafondai, che senza girarci troppo attorno dovrebbero essere definiti criminali di guerra o responsabili di genocidi e quindi assassini, che mandano a morire migliaia di giovani mentre loro se ne stanno comodi, sui velluti, a farsi lavare il cervello da quel denaro che, comunque, non si porteranno in quella tomba in cui prima o poi anche loro finiranno) e sicuramente molto poiù grande di loro. Sapevano da che parte stare, che non si poteva più vivere sotto il giogo dell’oppressione, della dittatura e della violenza. “Non sapevano dove andavano fisicamente – ha sottolineato Antonietta Premoli – andavano in un’unica direzione: la Libertà. Hanno lottato per quel profondo desiderio di vedere nascere un Paese democratico e in pace. A noi oggi spetta un compito altrettanto difficile: non rendere vano il loro sacrificio. Questi ragazzi ci hanno consegnato  un testimone prezioso: ci hanno insegnato che la libertà non è un regalo che si riceve una volta per tutte, ma un bene fragile  che va protetto, curato e difeso ogni singolo giorno con le nostre azioni, con la nostra solidarietà e soprattutto con il nostro senso di comunità. Oggi guardando i nomi incisi su queste lapidi fermiamoci un attimo e diciamo loro: “Grazie! Non vi dimenticheremo. Viva l’Italia libera”. Chi scrive queste righe aggiunge, molto umilmente, un piccolo invito: quando passate davanti ad una lapide, anche la più piccola, in cui si commemora chi ha dato la vita per la nostra Libertà inchinatevi in silenzio, portate un fiore, dite una preghiera (e non importa nemmeno di quale religione siate) e se potete lasciare una luce: affinchè giorno e notte brilli sempre il desiderio di pace che, anche dalle terre del Po, si deve levare forte e chiaro.

Ma chi era Pietro (Pierino) Gaboardi?. Domanda lecita perché c’è da immaginare che, come spesso accade, molti pur sapendo a chi è dedicata la piazza centrale del paese non si siano mai particolarmente interessati della sua vicenda che, invece, è importante.  Come si evidenzia anche nelle memorie preziose lasciate dall’indimenticato Angelo Galli, insigne storico del paese, Pietro (Pierino) Gaboardi nacque a Motta Baluffi il 9 dicembre 1920 in via Cantarane (ed anche su questo toponimo, largamente diffuso in tanti comuni lombardi ed emiliani, sarebbe interessante un bell’approfondimento,  e per ora ci si può limitare a scrivere che questa denominazione ricorda e rievoca zona paludose nelle quali “cantavano” le rane) e morì a Horinicia il 27 maggio 1944. Era un contadino  e venne chiamato  alle armi nel 1940. Due anni più tardi  fu inviato in Jugoslavia  quando l’esercito italiano la invase. Con l’Armistizio dell’8 settembre 1943,  per non cadere prigioniero dei tedeschi, entrò a far parte della costituenda divisione Garibaldi “Italia” e precisamente del gruppo volante del VI battaglione Matteotti operante in Slovenia a fianco dei partigiani jugoslavi di Tito contro i tedeschi. Il 27 maggio 1944 verso le ore 12 in località Koricna Glamoe (Juogoslavia) Gaboardi  moriva in combattimento a seguito di gravi ferite e non fu nemmeno possibile la sepoltura della salma, che venne abbandonata dai commilitoni, costretti alla ritirata incalzati dai reparti tedeschi. Altra figura locale di spicco è quella di Giuseppe Cernuzzi (SAP Garibaldi Ghinaglia), nato a Motta Baluffi il 28 settembre 1912 e morto nella stessa Motta Baluffi il 24 aprile 1945 (81 anni fa esatti). Come ricordava il compianto Angelo Galli “Alle ore 17 del 24 aprile 1945, presso l’argine maestro di Solarolo Monasterolo in località Baraccone – poco lontano dalla propria abitazione – Cernuzzi Giuseppe di anni 32 alla vista di un gruppo di militari delle brigate nere comprendenti anche alcune donne, transitanti sull’argine maestro distante da lui un centinaio di metri, tentava di nascondersi in un fossato. Tale gesto fu forse male interpretato dai militari che gli spararono, uccidendolo. È quasi certo che a colpirlo a morte fu una raffica sparata da una donna. I suoi resti mortali sono nell’ossario del cimitero di Solarolo Monasterolo dove c’è una lapide con foto e date di nascita e di morte. Ripescando sempre, a piene mani, tra le drammatiche pagine di storia legate al secondo conflitto bellico, da non dimenticare la data del 26 dicembre 1944. Quando perse la vita l’anziano Francesco Venturati, padre dell’allora parroco don Gottardo Venturati., la prima vocazione sacerdotale del ventesimo secolo del folto gruppo di sacerdoti nativi di Arzago d’Adda. Nato nel 1905, don Gottardo entrò nel seminario di Cremona all’età di 11 anni e fu ordinato sacerdote nel 1931. Dopo la sua ordinazione venne mandato come vicario nella parrocchia di Stagno Lombardo. Nel 1933 fu inviato, sempre come vicario, nella parrocchia di Vescovato, e nel 1937 fu trasferito nella cittadina di Soresina. Nel 1942 diventò parroco di Motta Baluffi dove restò per un decennio, fino al 1952 quando fu nominato parroco di Genivolta, dove rimase sino al 1972 (anno in cui si ritirò). Morì il 14 ottobre 1988 nella clinica “Figlie di san Camillo” di Cremona. Don Gottardo, figura di grande carisma, secondo la sua volontà, fu sepolto ad Arzago, suo paese d’origine al quale era particolarmente legato. Tragico fu il destino di suo padre, Francesco Venturati, appunto. Il 26 dicembre 1944 splendeva il sole a Motta Baluffi ma la giornata si trasformò presto in tragedia. Infatti, mentre nel pomeriggio sull’argine non poche persone passeggiavano, nel centro del paese si trovavano diversi mezzi militari tedeschi, visto che un nutrito gruppo di soldati aveva occupato case. A passeggio, col sigaro in bocca, si trovava anche Francesco Venturati diretto all’osteria dove avrebbe raggiunto alcuni amici, ma all’improvviso all’orizzonte arrivarono alcuni caccia alleati e, alla vista dei mezzi tedeschi, virarono e si misero in posizione di tiro. Subito la gente che era sull’argine si gettò a terra nelle buche scavate appositamente per difendersi dal bombardamento aereo. Pare che qualcuno avesse anche gridato a Francesco Venturati di mettersi al riparo, ma l’uomo avrebbe riposto che gli alleati non sapevano cosa farsene di un vecchio come lui, continuando il suo percorso verso l’osteria. Le raffiche alleate inevitabilmente partirono; nessun tedesco venne colpito, mentre l’anziano padre del parroco, all’altezza della macelleria fu colpito a morte ed alcuni proiettili si conficcarono letteralmente in un muro di via Roma (ancora oggi si possono vedere i segni). Una tragedia che sconvolse tutta la comunità rivierasca, già provata non solo dalla guerra stessa ma anche da quanto accadde il 4 dicembre dello stesso anno. Una giornata ricordata come nebbiosa, con una abbondante coltre nevosa a terra. In quel periodo erano in corso i lavori di costruzione di una strada nei pressi della cascina Ronchetto (quella in cui, fino a poco tempo fa, sorgeva l’Acquario del Po). Si lavorava ugualmente, nonostante la neve e il freddo, e con un fuoco si teneva al caldo il cibo e si cercava di ripararsi dal freddo. Verso le 9 del mattino un aereo alleato sorvolò la zona sganciando un ordigno che provocò la morte di cinque persone (quattro di Cella Dati ed una di Reboana) e ne ferì parecchie altre. Al lavoro si trovavano, in tutto, circa 700 persone che cercarono, vanamente, di tornare a casa portando con loro i morti. Tentativo vano, appunto, perché i soldati tedeschi puntarono loro i mitra costringendoli a proseguire il lavoro. Sull’accaduto ci sono da tempo diverse versioni; una di queste sostiene che l’aereo avesse visto il fumo del fuoco acceso dagli operai spuntare dalla nebbia; altri ipotizzano che il pilota volesse liberarsi del fardello della bomba cercando di scaricarla in Po. Stando agli archivi americani dell’Us Air Force pare che quel giorno non fossero comunque programmate missioni particolari nella zona del Po, bombardando solo se ne valeva la pena. E’ quindi plausibile che un bombardiere alleato, venuto a conoscenza dei lavori in corso nei pressi della cascina Ronchetto, possa avere sganciato la bomba alla vista del fumo.

Eremita del Po

Paolo Panni


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