28 aprile 2026

I liquidatori della centrale di Chernobyl e il sarcofago della centrale. Il disastro 40 anni dopo (3)

I liquidatori – parte prima

I Liquidatori sono coloro che operarono negli anni 1986-1987, con un prosieguo delle attività fino al 1990, avendo come compito la decontaminazione del sito del reattore, dell’edificio e delle strade, la costruzione del sarcofago per contenere il reattore, ed altre mansioni collegate, come ad esempio il supporto logistico delle operazioni di bonifica.

In base a leggi promulgate in Bielorussia, Russia e Ucraina, molte migliaia di persone, militari e civili, uomini e donne, ricevettero speciali certificati che confermavano il loro status di "Liquidatori". 

Quanti fossero di preciso non è certo; molto probabilmente 600.000 (OMS Chernobyl Forum, 2005); alcune stime basate su registri nazionali parlano di 400.000, mentre altre riferiscono di 800.000 persone.

Sembra che furono sommariamente informati sulla pericolosità dell'operazione e sulle conseguenze sanitarie; in gran parte non indugiarono un momento: non comprensione delle parole? (analfabetismo, 

provenienza da zone povere dell’URSS); amor di patria? (indottrinamento sociopolitico); compenso economico e privilegi? (fu promesso loro che al termine di un monte di ore di servizio sul sito del disastro avrebbero avuto, ad esempio, il diritto alla pensione anticipata di tipo militare). 

In gran parte, non erano equipaggiati di tute protettive adeguate, ma solo di maschere e guanti.

Per mantenere basso il livello di radiazioni assorbite, furono stabilite turnazioni brevissime nei lavori. In diversi casi, tuttavia, come mostrato da alcune registrazioni tra gli elicotteristi e le centrali operative, i militari sovietici rifiutarono volontariamente l'avvicendamento, contravvenendo agli ordini.

Una volta spento l'incendio e tamponata la situazione di emergenza, si procedette alle già elencate operazioni di recupero e di decontaminazione dell'edificio e del sito del reattore e delle strade intorno, così come alla costruzione di un "sarcofago" per coprire il reattore esploso.

Incaricati di queste operazioni furono i Liquidatori, molti dei quali facevano parte del personale tecnico specializzato in operazioni di bonifica nucleare, ma soprattutto molti militari URRS. 

Nota inedita. Tra i Liquidatori si annoverano anche i Cadetti delle scuole antincendio, cui il 1° ottobre 1986 fu affidato (comandato) di pulire le piattaforme ad anello del camino di ventilazione a servizio delle unità 3 e 4, che si erge per 150 m.

primi Liquidatori vennero incaricati di uscire sul tetto semi esploso del reattore e di raccogliere, con badile o a braccia, talvolta con un secchio, le macerie e i pezzi di grafite altamente radioattiva del peso di 40÷60 chilogrammi, per gettarle dal bordo del tetto nella voragine sottostante del reattore, il più rapidamente possibile, calpestando e/o inciampando sui detriti sparsi. Alla fine di tutto, le macerie sarebbero state sigillate dentro ad un sarcofago di cemento e acciaio, appositamente costruito.

Il tempo previsto per il completamento di ogni manovra inizialmente fu 2 minuti; in seguito, venne stimato che questi turni non avrebbero dovuto superare 40 secondi di esposizione, pena assorbire una dose letale di radiazioni.

I filmati mostrano improvvisate protezioni con lamine di piombo, modellate estemporaneamente, talvolta in aggiunta a grembiuli di piombo da radiologo (uno anteriore, l’altro posteriore), che li appesantivano, impacciandoli e/o impedendoli nei movimenti, già gravosi; poi la protezione migliorò.

Questo è il commento sarcastico di Aleksej Navalnyj 

«Per strada i soldati erano inguainati da capo a piedi in insolite tute bianche. Indossavano maschere antigas che li facevano assomigliare a una qualche strana specie animale. Io vengo da una famiglia di militari, e ovviamente a casa avevamo delle maschere antigas, ma la loro unica funzione era essere indossate dai figli degli amici dei miei che venivano a trovarci: si mettevamo a correre per l'appartamento, fingendo di essere elefanti e strillando di gioia. Il gioco poteva durare due o tre minuti al massimo, perché sotto le maschere antigas si moriva di caldo. I soldati in strada non stavano giocando e non si divertivano affatto. Fermavano le automobili e le lasciavano procedere solo dopo aver esaminato le loro ruote con una speciale asta metallica: un comportamento piuttosto bizzarro.»

Più seri, ma sempre mendaci, sono alcuni commenti di Michail Gorbaciov.

«A mio parere Chernobyl rimane uno dei più tragici incidenti del nostro tempo. Dal momento in cui venni informato telefonicamente, alle 5 del mattino di quel fatidico 26 aprile 1986 - che un incendio era divampato nel Reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, la mia vita non è stata più la stessa. Il peggior disastro con cui il genere umano si sia mai dovuto confrontare, legato all'incapacità di scienziati e ingegneri di prevedere come problemi apparentemente piccoli possano tramutarsi in disastri di scala quasi inimmaginabile. Nel caso di Chernobyl, se il mondo ha potuto apprendere la verità sul disastro e trarne gli insegnamenti, il merito è da attribuire al processo della "perestroika" e della politica di "glasnost" che stava affermandosi in Unione Sovietica. In caso contrario, i fatti e gli effetti sarebbero stati nascosti o distorti.»

Io preferisco ricordare il loro lavoro e talvolta sacrificio con quanto, come ogni anno, appare sul sito del Museo Nazionale di Chernobyl. L’anno è il 2025. 

«Il 14 dicembre è il giorno di onore dei partecipanti alla liquidazione dell'incidente della centrale nucleare di Chernobyl.

L'impresa dei Liquidatori dell'incidente di Chernobyl è un simbolo di coraggio e sacrificio, coraggio e incrollabile lealtà al loro dovere. Questa è la storia di persone che, rischiando la propria salute e la propria vita, sono diventate uno scudo per milioni di persone. Il loro eroismo non nasce dalla gloria, ma dalla responsabilità e dalla profonda umanità. Ognuno dei Liquidatori ha onore e professionalità, resilienza e determinazione, forza interiore che ha contribuito a resistere a una minaccia invisibile. Le loro azioni divennero un esempio di resistenza e spirito indomabile.

Questa impresa non ha prescrizione. Porta con sé sia il dolore delle perdite sia l'amara verità sul prezzo di un atomo pacifico.
Chiniamo la testa a tutti coloro che in quegli anni entrarono in battaglia con una minaccia invisibile e vinsero!

Vi ricordiamo come eroi e persone dal grande cuore che hanno dato la loro salute e ad alcuni la vita affinché altri avessero una possibilità per il futuro.»

I liquidatori – parte seconda

Il 9 maggio 1986, le 5.000 tonnellate di materiale scaricate nei primi giorni sul reattore per spegnere l'incendio della grafite, gravarono così tanto sul reattore già distrutto da crollare ulteriormente dentro la voragine. 

Secondo gli esperti vi erano concrete probabilità che il nocciolo -ancora incandescente per la energia sempre sprigionata naturalmente dai decadimenti radioattivi del materiale fuso- non raffreddato, potesse sprofondare ulteriormente arrivando a contatto con l'acqua delle falde, causando così nuove esplosioni di vapore e pesanti inquinamenti del fiume Dnepr, che costituisce l’approvvigionamento idrico di Kiev. Vennero chiamati dei minatori che lavorarono a braccia sotto il reattore scavando un tunnel per inserire sistemi di raffreddamento nei livelli inferiori della centrale. Spesso le mascherine protettive rendevano loro difficoltosa la respirazione, costringendoli a lavorare in condizioni al limite del sopportabile, ben documentate da un filmato del Museo Nazionale di Chernobyl.

La mappatura definitiva, condotta con l'ausilio di robot automatizzati, del combustibile disperso nei livelli inferiori della centrale attestò comunque che in nessun caso il nucleo liquefatto superò il solaio immediatamente sopra le fondamenta della centrale.

Aperta parentesi

Notizia poco nota, almeno per i più, me compreso.

Non solo furono usati robot specifici, ma anche, soprattutto nei primi mesi, veicoli speciali, derivati dalla cooperazione tra militari e tecnici.

Tra questi il veicolo Ladoga VTS (Veicolo Altamente Protetto); un cingolato a sei rulli con motore a gas da 1.250 CV, per una velocità di 75 km/h. Le sue caratteristiche permettevano alle 6 persone dell’equipaggio di essere autonome per due giorni e di studiare, anche con periscopio, visori notturni e due videocamere, le zone altamente contaminate, fornendo protezione -non solo tramite la corazzatura, ma ad esempio, la presenza di uno specifico sistema di soffiatura di aria compressa sui cingoli per abbatterne la polvere, che è radioattiva- al personale durante misurazioni e ricognizioni per determinare la situazione delle zone nelle immediate vicinanze del reattore distrutto o nell'area della città di Prypiat.

Nello scafo corazzato sono collocati gli spazi di lavoro dell'equipaggio, sistemi di aria condizionata e supporto vitale, comunicazioni radio, apparecchiature di osservazione, misurazioni, compresi vari parametri ambientali, e strumenti di ricerca; tutto ciò analogamente al sistema autonomo di supporto vitale utilizzato nell'astronautica, che rende possibili condizioni normali di lavoro in un volume di spazio completamente sigillato e di piccole dimensioni. Militarmente, e si dice anche comodamente, adatto per carro comando in battaglia nucleare.

Curiosità: non può operare oltre i 3.000 m di altitudine ed ha una riserva di marcia di 330 chilometri.

In totale, dal 3 maggio al 28 settembre 1986, Ladoga percorse più di 4.720 km, muovendosi in campi di radiazioni fino a 1.600 R/h. 

Ne furono prodotti forse quattro o cinque, poi scomparvero. Ne riapparse uno, ripreso e colpito da drone ucraino nel marzo 2024; aveva subito una seconda riconversione, da civile a Chernobyl a militare. Prova che i russi stanno riciclando mezzi corazzi, per colmare gli ingenti veicoli persi.

Chiusa parentesi

Organizzazioni delle Nazioni Unite (OMS, UNSCEAR, IAEA) affermano che a tutto il 2002 non è stata epidemiologicamente rilevata fra i Liquidatori mortalità in eccesso per tumori o leucemie. Viene fornita però la stima che, fra i circa 200.000 Liquidatori che assorbirono 100 mSv, vi potrebbero essere nel periodo 1986-2018 fino a 2.200 decessi in eccesso per tumori o leucemie; tuttavia, non sarà possibile rilevarli epidemiologicamente, distinguere statisticamente, rispetto ai 40.000÷50.000 individui, che comunque moriranno per malattie oncologiche per cause non legate all'incidente. 

Il compenso

Furono promessi loro, in cambio di un prestabilito numero di ore di servizio, la possibilità di un pensionamento anticipato e un salario durante il servizio. Alcuni, provenienti dalle campagne, si fecero avanti o per sostenere economicamente la famiglia o mossi dalla povertà tipica dei contadini russi. I giovani, in particolar modo, erano entusiasti di ricevere uno stipendio vero e guadagnarsi la pensione servendo il proprio paese. Purtroppo, molti di loro non arrivarono a maturarla.

Nel 1991 furono assicurati ai Liquidatori diversi diritti, tra cui l'assistenza sanitaria gratuita e la possibilità di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici. 

Nel 2004, tuttavia, 10 di questi 25 privilegi furono soppressi. Ora versano in condizioni di estrema povertà senza avere nemmeno più la possibilità di curarsi, con diffusa e pesante dipendenza da alcol, alla quale rimase soggetto dopo l’incidente non solo chi partecipò a vario titolo alle “operazioni”, ma anche molti degli “sfollati”. 

I Liquidatori hanno ricevuto vari tipi di riconoscimenti per il loro lavoro svolto nella “zona di esclusione”, tra cui uno speciale distintivo e una medaglia, istituiti per premiare il loro encomiabile lavoro.

Il sarcofago

I tentativi disperati degli operatori della centrale di raffreddare il nocciolo immettendo acqua nell'unità 4 non avevano ottenuto alcun risultato utile ed evidente; al contrario avevano allagato con acqua contaminata radioattiva il seminterrato delle unità 3 e 4 e si era favorita la formazione di vapore radioattivo (la nebbia osservata dai pompieri), che fuoriusciva continuamente dal cratere. L'unità 4 inoltre era ancora incandescente ed emetteva aerosol (ndr: particolato disperso nell’aria atmosferica) si pensava ci fosse il rischio di fusione sia dei rivestimenti del combustibile, sia dell'uranio stesso del reattore, con conseguente ulteriore incremento della radiazione.

Era quindi assolutamente necessario spegnere l'incendio sul fondo del cratere e interrompere l'emissione di radiazioni, sigillando il reattore.

Il primo sarcofago non fu un contenitore permanente e duraturo per il reattore distrutto, a causa della sua affrettata costruzione.

Il reattore danneggiato è stato incassato in un rivestimento di cemento armato, montato attraverso macchine automatiche controllate a distanza. Vi è inoltre un sistema di ventilazione che assicura l’ingresso dell’aria dal basso e la sua uscita dall’alto, attraverso filtri che ne abbassano la radioattività.

Il progetto originario aveva considerato una durata massima del sarcofago di 30 anni, in quanto esso era stato previsto solo come misura di emergenza temporanea per dare il tempo di realizzare una struttura permanente.

Nonostante venissero periodicamente eseguiti dei lavori di ristrutturazione e consolidamento, l'edificio stava invecchiando. La presenza di crepe nella struttura ne stava accelerando il deterioramento permettendo le infiltrazioni di acqua. Inoltre, l'edificio non venne costruito su solide fondamenta, perciò ancora oggi sprofonda lentamente nel terreno deformandosi. 

Il 30 novembre 2016, a 30 anni dal disastro, è stata ultimata la costruzione del nuovo sarcofago di acciaio, con il relativo posizionamento. La nuova struttura è progettata per durare 100 anni. 

Nel 1998 il costo è stimato, per progettazione e realizzazione, 780 milioni di dollari, ma poi lievitò. Il nuovo sarcofago metterebbe in sicurezza il sito per altri 100 anni (un secolo!).

In totale, i lavori del nuovo confinamento e le connesse attività, compresa la stabilizzazione della vecchia struttura di protezione, sono costati 2,2 miliardi di euro; sono stati finanziati dal Fondo, cui hanno partecipato 45 paesi, tra cui gli Stati Uniti, mentre l’UE, principale donatore, ha contribuito con circa 432 milioni di euro.

Il progetto prevedeva la costruzione, esternamente alla precedente e lontana 180 metri, di una struttura a doppia volta (una sopra l'altra); il tutto poi è stato fatto scorrere su rotaia.

Questa enorme copertura misura 108 metri di altezza (15 m in più della Statua della Libertà oppure come il Torrazzo del Duomo di Cremona), 164 m di lunghezza e 257 m di larghezza. 

Il 14 febbraio 2025, un drone da combattimento russo armato con una "testata ad alto esplosivo" ha colpito il sarcofago, causando danni significativi, ma secondo la IAEA non portò a un aumento dei livelli di radiazione nell'area circostante che rimangono “normali e stabili” rassicurando così la comunità internazionale sulla sicurezza della situazione, anche se dalle sue ispezioni (dicembre dello stesso anno) risulta che lo scudo protettivo non è più in grado di arginare la fuoriuscita di materiale e radiazioni.

La Russia negò le accuse, sostenendo invece che funzionari ucraini lo avessero affermato per disturbare i negoziati di pace.

Comunque sia, una certezza: l’evento evidenzia i rischi associati ai conflitti armati in prossimità di siti nucleari. (3-continua)

Leggi qui la prima puntata

Leggi qui la seconda puntata

Dal museo di Chernobyl a Kiev le prime protezioni dei liquidatori, poi il veicolo cingolato da ricognizione Ladoga VTS, il distintivo e la medaglia dei Liquidatori di Chernobyl, il primo e il secondo sarcofago

 

Pieremilio Priori


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