27 aprile 2026

Dopo l'esplosione, i primi interventi. Il disastro di Chernòbyl quarant' anni dopo (2)

Gli interventi immediati-Parte prima

Soccorritori

Le persone che svolsero immediate operazioni di emergenza per il contenimento del disastro nelle prime ore successive all'incidente; furono 1.057 e vennero chiamati soccorritori. Erano lavoratori della centrale e del centro medico locale, forze dell'ordine e pompieri. A questi, non adeguatamente equipaggiati e preparati a una tale evenienza, fu affidato il compito di spegnere l'incendio operando in condizioni al limite della sopravvivenza e ricevendo altissime dosi di radiazioni, ben al di là del fondo scala degli strumenti di misura di cui erano equipaggiati, ma che fu possibile stimare per mezzo degli effetti biologici subiti. Questi ricevettero da 2 a 20 gray; secondo letteratura, dosi 8-30 Gy conducono a morte in 2-14 giorni.  

Solo un limitato numero di strumenti di rilevazione a disposizione era in grado di effettuare misure fino a 360.000 röntgen/ora (R/h), ma risultarono indisponibili, chiusi in cassaforte; quelli impiegabili arrivavano a un massimo di 3,6 R/h, valore di fondo scala. I contatori Geiger della sala di controllo indicavano 3,6 R/h, un valore del tutto accettabile, da far supporre che il reattore fosse ancora integro; questo valore era solo apparentemente rassicurante, essendo il fondo scala dei contatori, che non erano in grado di visualizzare valori maggiori, ma in sala comando si era sicuri che il valore effettivo fosse più alto. Immediatamente furono mandati operatori della centrale per effettuare rilevamenti, attrezzati di contatori Geiger con fondo scala a 360.000 R/h e mascherine chirurgiche; un operatore tornò con dei dati sconcertanti: le radiazioni nei pressi del reattore misuravano ben 15.000 R/h, valori così inverosimilmente alti che i dirigenti pensavano che fossero gli strumenti di misura a non funzionare correttamente.

Furono, dunque, i soccorritori che si distinsero per notevoli atti di eroismo. In particolare, sono da considerarsi veri e propri eroi i 28 che morirono nei giorni successivi al disastro per le forti dosi di radiazioni assorbite e che si sacrificarono in piena coscienza, come peraltro i 19 che morirono nel periodo 1987-2004. 

Per rendere idea del valore enorme del campo di radiazioni sprigionato, si pensi che a Cremona, il fondo ambientale naturale è mediamente 6 µR/h, ovvero 6.000 miliardi di volte più piccolo del valore stimato nei pressi della centrale di 36.000 R/h. Se è sufficiente un'esposizione a 500 R/h per 5 ore (pari a 22 Gy) per uccidere un essere umano, molti operatori furono esposti a dose mortale di radiazioni con esposizioni di pochi minuti.

Il mattino del 26 aprile 1986 è stato documentato dal regista Vladimir Shevchenko, il quale, non consapevole dei rischi cui era sottoposto, si avventurò nella zona fortemente contaminata senza alcuna precauzione, arrivando addirittura a filmare a pochi metri sopra il reattore in fiamme. A causa delle radiazioni morì dopo lunga malattia. Nel suo filmato, tra altro, sono visibili le migliaia di mezzi dell'esercito accorsi sul luogo.

Dato poco conosciuto. Le operazioni di soccorso entro la zona di 30 km hanno impegnato 450 squadre per complessive 6.000 persone, così suddivise: 1.240 medici, 920 infermieri, 360 assistenti laureati, 2.720 assistenti paramedici, 720 studenti di istituti medici. Una riflessione: non ho trovato notizie, né cifre, relative alle prime infermiere e medici che hanno assistito senza dovute precauzioni i primi feriti, sia per il fortemente intenso campo di radiazioni presente nelle vicinanze dell’impianto, che per la contaminazione degli abiti e talvolta dei corpi stessi.

È riferito che i corpi degli eroi vennero sepolti in bare di zinco e piombo in un cimitero militare dedicato solo a loro, con una cerimonia celebrata velocemente. 

Non c’è da stupirsi, dato che le divise dei pompieri abbandonate nei sotterranei dell'ospedale di Prypiat ancora nel 2015manifestano alti livelli di radioattività; qualche decina, talvolta centinaia di millisievert/ora, specialmente gli scarponi, che calpestarono i detriti, la grafite, le tracce di combustibile e tutto quello che il reattore eruttò.

Vigili del fuoco

Il primo allarme per i Vigili del fuoco di turno della Brigata paramilitare n. 2 di Chernobyl fu diramato alle 01:25 del 26 aprile; si segnalava semplicemente un incendio alla centrale nucleare.

Un primo gruppo di 14 pompieri iniziò a spegnere gli incendi all’1:28 e altre squadre continuarono ad arrivare fino alle 4 del mattino, tutti senza sapere delle radiazioni. Alle 5 gli incendi sui tetti e nell’impianto erano spenti, ma i pompieri accumularono alte dosi di radiazione, pagando un alto tasso di decessi.

I quattordici pompieri del turno notturno, guidati dal giovane tenente Pravik, stanziati in una caserma a soli 500 metri dall'impianto, avevano udito l'esplosione e potevano vedere la nuvola di fumo a forma di fungo (come fu riferito da testimoni) che si era innalzata dalla centrale. Gli uomini salirono quindi rapidamente a bordo dei loro mezzi e si diressero al luogo dell'incidente, che raggiunsero pochi minuti dopo l’allarme. 

Nella vicina Prypiat era presente una seconda unità di vigili del fuoco, la Brigata paramilitare n. 6, che fu allertata alle 01:29; i 9 pompieri di turno, guidati dal tenente Kibenok, si diressero alla centrale, che raggiunsero sei minuti dopo. 

Le tre autopompe del tenente Pravik superarono i cancelli della centrale e raggiunsero la struttura delle unità 3 e 4. I pompieri si resero subito conto della gravità dei danni, vedendo che il tetto e una parete dell'unità 4 erano distrutti e che infuriava un vasto incendio. Il tenente Pravik, molto impressionato, diramò via radio il segnale di massima allerta 3 e quindi si spostò con la sua squadra verso l'unità 4. Le fiamme sembravano provenire dal tetto della sala turbine e il tenente Pravik fece avvicinare un'autopompa ed alcuni i vigili salirono sul tetto per valutare la situazione. Il tetto appariva cosparso di detriti di uno strano materiale argenteo luminoso; si accorgono che i getti non sono efficaci contro le fiamme, poiché l'acqua evapora prima di entrare in contatto con i blocchi di grafite, mentre il bitume del rivestimento si stava sciogliendo, rendendo difficile muoversi attaccato agli stivali.

I vigili del fuoco, equipaggiati con il normale equipaggiamento protettivo, ignoravano completamente i rischi che stavano correndo e credevano di dover spegnere un normale incendio, causato da un cortocircuito e quindi non erano equipaggiati con maschere antigas e tute protettive, che non sarebbero servite comunque a nulla, visto l'altissimo livello di radiazioni provenienti dai detriti. 

Dopo pochi minuti dall'intervento della squadra del tenente Pravik, arrivarono alla centrale anche i pompieri della Brigata n. 6 proveniente da Prypiat; il tenente Kibenok e i suoi uomini, tra cui il sergente maggiore Ignatenko, si spostarono verso l'unità 3 e salirono sul tetto del reattore, che anch’esso aveva preso fuoco. I vigili montarono le manichette e iniziarono a spegnere le fiamme mentre contemporaneamente la squadra di Chernobyl lavorava sul tetto della sala turbine. Anche il tetto dell'unità 3 era pieno di pezzi di grafite radioattiva, che i pompieri rimuovevano senza alcuna protezione; anche i vigili del tenente Kibenok, quindi, assorbirono dosi elevatissime di radiazioni.

I vigili del fuoco lavoravano in un ambiente pieno di fumo e in mezzo a detriti radioattivi mentre una misteriosa nebbia “dall'odore caratteristico” fuoriusciva dal cratere dell'unità 4. 

I vigili lamentavano nausea, vomito, cefalea e vertigini e avevano bisogno di un immediato intervento; dovettero essere tutti trasportati all'ospedale di Prypiat dove il medico di turno comprese subito che si trattava di malattia acuta da radiazione; informò le autorità superiori. Il comandante, come altri suoi uomini, perì 13 giorni dopo l'incidente. È possibile che la radiazione sul tetto dell'unità 3 abbia raggiunto, durante l'intervento dei vigili del fuoco, un livello di 3.000 R/h, e in alcuni punti anche 8.000; altre fonti parlano di 20.000 R/h. Alcuni pompieri avevano assorbito una dose letale di radiazione in appena quattro minuti. 

Erano giunte sul luogo del disastro 186 vigili del fuoco con 81 autopompe lavoravano per mettere sotto controllo la situazione. Poco prima delle ore 07:00 del 26 aprile gli incendi visibili erano stati spenti. Si dichiarò che l'emergenza era terminata e che la situazione era tornata sotto controllo. In realtà, anche se il fuoco era stato spento, dal cratere dell'unità 4 continuavano a uscire fumo nero e il misterioso “vapore dall'odore strano” che si disperdevano nel cielo. 

Una notizia, di cui non ho trovato seguito, riferisce di una ipotesi sul mancato funzionamento del sistema di raffreddamento di emergenza che è a dir poco stupefacente, se non fantastica. Viene rivelata da Alex Milits, scrittore e giornalista freelance residente a Stoccolma ed uno dei maggiori esperti del mondo sovietico, in tono dissidente. L’impianto di raffreddamento di riserva, che doveva entrare in funzione in caso di guasto all’impianto principale, non era stato disattivato volutamente per poter eseguire il test senza intralci, ma non ha agito perché non era nel punto, all’esterno della centrale, in cui venne installato, bensì fungeva da impianto di irrigazione per i campi di un vicino kolkoz. I contadini infatti, racconta Milits, ritennero ingiusto che in centrale ci fosse un impianto lasciato sempre inoperoso (e forse giudicato inutile), quando invece a loro sarebbe servito per raggiungere i limiti di produzione imposti dai piani quinquennali prelevando l’acqua, copiosamente abbondante nella zona, ma difficilmente trasportabile nei campi. Il giornalista riferisce inoltre , a giustificazione e testimonianza dell’incredibile « furto», che le squadre di soccorso giunte in centrale hanno cercato invano un impianto di raffreddamento esterno che secondo le planimetrie doveva trovarsi dove vi erano solo le piattaforme di cemento.

 

Gli interventi immediati – parte seconda

 

 

Evacuazione

Le misure di sicurezza adottate dopo il verificarsi dell'esplosione coinvolsero migliaia di vigili del fuoco e militari accorsi immediatamente sul luogo del disastro. Benché la situazione apparisse già nell'immediato critica, le autorità sovietiche iniziarono ad evacuare la popolazione dell'area circostante Chernobyl solo 36 ore dopo l'incidente. Infatti, nella notte, 24 ore dopo l’esplosione, viste le condizioni di numerose persone già sotto terapia, si decise l'evacuazione della città di Prypiat, con la motivazione di “un allontanamento temporaneo precauzionale” nella zona di Kiev; alla popolazione vennero date due ore di tempo e per ridurre i bagagli, si disse che l’evacuazione sarebbe durata 3 giorni; venne detto di portare documenti, cibo, e il necessario personale. Sembra che vennero confiscati misuratori di radiazioni. Non ritornarono più, se non anni dopo, per rivedere con nostalgia e dolore i luoghi, oppure per un fugace recupero di oggetti cari. Agli ex residenti è concessa una visita nell'anniversario della tragedia e nella ricorrenza del Primo Maggio.

Giunsero da Kiev 1.200 autobus, che successivamente vennero abbandonati in una sorta di cimitero nella zona di alienazione (esclusione), dove ancora oggi si possono osservare migliaia di mezzi utilizzati per lo sgombero e la gestione della zona; molti sono veicoli militari. 

Per ospitare gli abitanti evacuati, essenzialmente lavoratori della centrale, fu costruita una nuova “città atomica”, come fu Prypiat: Slavutych, a circa 50 km dalla centrale nucleare; nel 2022 gli abitanti erano scesi a 24.464, dal doppio dei primissimi anni.

I filmati della evacuazione mostrano la calma che quel giorno regnava in città.

Nessuno era realmente conscio di ciò che stava accadendo. 

Si dice che decine di persone si soffermarono fino a tardi, la notte della esplosione, per “ammirare la luce scintillante in cielo sopra il reattore”, emessa dall’incendio della grafite, ma non sembra sia vero. 

L’evacuazione durò 72 ore. 

Il 2 maggio la commissione governativa decise, sia per non esporre gli abitanti locali, sia per prevenire l'ingresso nel territorio più fortemente contaminato, di evacuare tutti i residenti entro il raggio di 30 km dal reattore esploso: 90.000 persone di 178 fra cittadine e villaggi. 

Fra questi, la città di Chernobyl, 13.000 abitanti, che negli anni Sessanta dello scorso secolo, era diventata un centro regionale, con un ospedale, un istituto tecnico, la scuola agricola, il conservatorio, piccole imprese industriali, fabbriche alimentari, e un cantiere navale per riparare le imbarcazioni che navigano i due fiumi, Dnepr e Prypiat. Dopo l’incidente è diventata, al pari delle altre evacuate, un luogo deserto, svuotato di vita (umana), sullo sfondo di una foresta silenziosa. Poi si è ripopolata; oggi vivono 686 persone, operai impiegati nella centrale e civili in età piuttosto avanzata.

Dunque, dalla notte del 27 aprile fino al settembre, furono evacuati dalla zona di esclusione (raggio di 30 km e oltre) altri 220.000 abitanti. In totale furono 336.000 le persone obbligate a lasciare in poche ore le proprie case, cani, gatti e averi, senza una motivazione ufficiale, e destinate in località sicure rispetto al rischio di contaminazione, sembra in numerosi casi anche separando i famigliari tra loro. 

Così come la semplice residenza, anche qualsiasi attività civile o commerciale, è legalmente proibita e punibile. L'unica eccezione ufficialmente riconosciuta è la occupazione in lavori all'impianto nucleare.

Il territorio ed i confini della zona sono controllati da una Polizia speciale del Ministero degli Interni.

Gli interventi immediati – parte terza

Prypiat era considerata una città sovietica modello ed era un luogo ambito in cui vivere. Per i suoi 50.000 abitanti c'erano 15 asili nido, 25 negozi, 5 scuole, caffè, ristoranti, un ospedale, un hotel, un porto fluviale, un cinema e una piscina; ma c’era a 2 km anche la centrale elettronucleare, che si diceva una delle più avanzate del settore e dove era ambito lavorare perché economicamente vantaggioso.

Ora è un museo all’aperto, desolante e triste, con un simbolo: la ruota panoramica mai usata del parco divertimenti.

Da calamità a calamita. A partire dal 2011 l'accesso alla zona è comunque possibile per brevi visite organizzate e severamente controllate: vi sono viaggi organizzati della durata di un giorno da Kiev e del costo di 100 dollari.

Oggi Prypiat resta intatta come un museo a cielo aperto: le scuole, gli ospedali e i parchi giochi raccontano la vita precedente al disastro; molti edifici mostrano segni di deterioramento, ma conservano la loro struttura originale. Lungo il percorso, sia in centrale (ciò che resta, per monito a che cosa può portare un errore umano e quali sforzi sono stati fatti per la “liquidazione”) da percorrere rapidamente secondo le indicazioni della guida, che nella città, si ha l’impressione che talvolta gli oggetti siano stati ad arte collocati per indurre empatia.

Per gestire l’ordine pubblico: posti di blocco, vigilanza degli accessi, prevenzione “sciacallaggio”, scorta veicoli di emergenza, controllo turisti, ecc…, vengono impiegati 16.500 poliziotti, privi di qualsiasi equipaggiamento di sicurezza, né tute, né contatori Geiger o dosimetri. 

Dati senza fonte, indicano che 57 sono morti per radiazioni, 1.500 svilupperanno malattie respiratorie e 4.000 altre malattie; ciò però non è menzionato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.

Luoghi significativi, non tutti in unico tour, sono: la città abbandonata di Prypiat con le sue scuole e il parco divertimenti (mai inaugurato, lo doveva essere quel primo Maggio; utilizzato come campo di atterraggio per gli elicotteri dei Liquidatori, poi dei turisti); il reattore n.4; la stazione ferroviaria; il didattico Museo della Catastrofe di Chernobyl; la Foresta rossa, area di massima contaminazione e rigenerazione naturale; le zone di osservazione della fauna selvatica nella Riserva naturale.

All’inizio, i visitatori erano pochi e spesso si trattava di curiosi, ricercatori o giornalisti; l’incremento progressivo delle visite ha avuto un’impennata significativa nel 2019, quando oltre 124.000 persone hanno visitato la zona di esclusione di Chernobyl, quasi il doppio rispetto ai 70.000 visitatori del 2018. Ciò è dovuto alla miniserie televisiva “Chernobyl” di HBO (Home Box Office, emittente televisiva statunitense), che ha riacceso l’attenzione globale sulla tragedia e ha amplificato la fascinazione per la zona di esclusione. Poi, a partire dal 2020, un drastico calo del 70% a causa della pandemia di COVID-19, cui si è aggiunta dal 2022 (24 febbraio) l’invasione russa dell’Ucraina che ha cambiato completamente la sicurezza. 

La zona è stata occupata dalle forze russe nelle prime fasi del conflitto; il che ha prodotto un temporaneo innalzamento dei livelli di radiazione causato dal movimento di molti veicoli pesanti che ha smosso, risollevandola, la polvere radioattiva.

Dal 2 aprile 2022, dopo il ritiro definitivo delle truppe russe, la zona è sotto strettissimo controllo e chiusa ai turisti ed è stata interrotta ogni attività legata al turismo.

Decine di persone si rifiutarono di lasciare le loro case; dopo molti tentativi di espellerli, le Autorità si rassegnarono alla loro presenza e hanno addirittura permesso il passaggio di beni loro destinati. La popolazione nella zona è composta anche da vagabondi ed emarginati.

Queste persone dichiarano di avere una forte passione per la natura che li circonda e per lo stile di vita rurale e negano o sono rassegnati a qualsiasi conseguenza derivante da così alti livelli di contaminazione; sono una popolazione di anziani, priva di ricambio generazionale che possa garantire un futuro alla città. 

Alcuni degli “esiliati”, dopo poche settimane, decisero di ritornare nelle proprie abitazioni, anche per difficoltà ad integrarsi nelle loro nuove dimore; tornarono così a coltivare le terre, praticare l'allevamento nei pascoli contaminati, la caccia e la pesca. Raccontano di aver notato la ricomparsa della vegetazione e il ritorno degli uccelli migratori già due anni dopo il disastro.

Un documentario, trasmesso su Rai 1 il 26 aprile 2020, riporta che secondo stime del governo russo, si tratta di una comunità di circa 1.500 persone, cui è stato riconosciuto il diritto a una nuova abitazione lontano dei luoghi contaminati e un vitalizio mensile in riparazione dei danni subiti. Non si conosce quanti abbiano accettato.

Lo sciacallaggio, il disboscamento abusivo e la salvaguardia del materiale tecnologico e militare abbandonato sono i problemi odierni della zona. Nonostante continui controlli di polizia, i disoccupati delle zone circostanti, e sono molti, spesso si introducono nel perimetro dell'area per prendere materiale inquinato, dall'elettronica ai sedili per il WC, specialmente a Prypiat, dove i residenti di una trentina di grandi condomìni hanno dovuto abbandonare tutte le loro cose. Nonostante lo sciacallaggio diffuso, diversi fabbricati non sono mai stati violati. Nel 2007 il governo ucraino ha varato norme più severe e ha rinforzato le unità di polizia. 

Sembra che tra il 2 ed il 16 giugno vennero fatti evacuare tutti i bambini di Kiev di età compresa tra i 7 ed i 14 anni; altro non ho reperito, soprattutto sul loro ritorno a casa.

La nuova città satellite, Slavutych, in sostituzione della inabitabile Prypiat, fu decisione del governo del 2 ottobre 1986 intitolata «Sulla costruzione di una nuova città per la residenza permanente dei lavoratori della centrale nucleare di Chernobyl».

La popolazione stimata era di 20 mila persone, con una prospettiva fino a 30 mila.

In totale sono stati costruiti 11 edifici a cinque piani e 44 cottage a due piani, per 120 mila mq di abitazioni; gli edifici erano luminosi e spaziosi (superficie abitabile di ciascuno 65,9 mq, pavimenti in linoleum), talvolta collegati a coppie da verande vetrate. Le autorità cittadine hanno fornito ai nuovi residenti delle tessere per l’acquisto di mobili, assieme ad una speciale brochure con consigli su come arredare le abitazioni a Slavutych.

Sono stati anche costruiti i primi necessari servizi sociali per i residenti: asilo nido da 1.266 posti, una piscina, tre palestre (per gioco, riscaldamento, ginnastica), scuola con laboratori, incluso quello di informatica, ed una serra. A settembre 1988 è pronta una seconda scuola. 

Nella assegnazione veniva data priorità alle famiglie numerose e al personale con condizioni di lavoro impegnative. I primi abitanti di Slavutych (43 famiglie), che ricevettero le prime assegnazioni, arrivarono nella città satellite il 26 marzo 1988, principalmente su pullman da Kiev, dopo circa tre ore di viaggio. 

L'apertura di Slavutych divenne una festa collettiva; quel giorno speciale vennero accolti solennemente con pane e sale, fiori, ma anche agrumi, datteri e altro, come un gatto, simbolo della solidità del focolare familiare.

Il 29 marzo 2000 venne decisa la cessazione dell'esercizio del reattore n. 3 e con essa la chiusura definitiva della centrale entro l’anno. La città iniziò a svuotarsi e fu poi solo abitata dagli operatori, che tutt’ora presiedano la centrale; a tutto 2024, sono 2.244. (2-continua)

Leggi qui la prima parte

 

Pieremilio Priori


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