27 aprile 2026

Hadelich e Owen, trionfo al Museo del Violino: una serata stellare tra i capolavori del Novecento

Una serata stellare ha illuminato l’Auditorium Giovanni Arvedi del Museo del Violino di Cremona, dove due tra i più apprezzati interpreti dell’attuale scena musicale internazionale, Augustin Hadelich e Charles Owen, hanno conquistato il pubblico con un recital di rara intelligenza programmatica e di altissimo profilo interpretativo. Un programma costruito con finezza e coerenza, capace di far rivivere alcuni grandi classici del Novecento violinistico intrecciando storie, tradizioni interpretative e genealogie musicali che attraversano l’intero secolo.

Il percorso immaginato dai due interpreti non si è limitato a una semplice successione di capolavori, ma ha riportato in superficie nomi e stagioni leggendarie del violinismo del secolo scorso — da Ginette Neveu a Mathieu Crickboom, da Eugène Ysaÿe a David Oistrakh e Henryk Szeryng — ricollegandoli attraverso composizioni che hanno segnato in modo indelebile il repertorio violinistico.

In apertura, una trascrizione dello stesso Hadelich del Récit du Chant di Nicolas de Grigny ha assunto il valore di un preludio, quasi di una porta socchiusa su un universo sonoro che avrebbe trovato immediata e compiuta realizzazione nella Sonata di Debussy. Il capolavoro della maturità del compositore francese è emerso in un’esecuzione trasparente, luminosa e coinvolgente, sorretta da un equilibrio mirabile tra i due interpreti. Hadelich ha scolpito la linea violinistica con attenzione quasi miniaturistica al dettaglio: armonici, portamenti, sfumature dinamiche e colori timbrici sono stati cesellati con naturalezza, senza mai cadere nel compiacimento. Owen, dal canto suo, ha restituito alla tastiera una tavolozza vellutata e chiarissima, capace di sostenere e dialogare con il violino con sensibilità cameristica esemplare.

A seguire, Distance de Fée di Tōru Takemitsu ha rappresentato uno dei momenti più suggestivi della serata. La pagina giovanile del compositore giapponese si è dispiegata come una successione di variazioni ed episodi costruiti attorno a una melodia onirica ed eterea, dai richiami quasi cinematografici. Non sono mancate le influenze francesi, vero filo rosso dell’intero programma, che Hadelich e Owen hanno saputo restituire con raffinata leggerezza e senso della sospensione.

A chiudere la prima parte, la Sonata di Francis Poulenc, tra le pagine più drammatiche della sua produzione cameristica. Il carattere apertamente scenografico del brano ha travolto il pubblico soprattutto nel movimento conclusivo, affrontato con energia quasi teatrale, tra gesti sonori drammatici e tensioni che hanno lasciato gli ascoltatori sospesi tra terra e aria. Di rara intensità anche l’Intermezzo centrale, dedicato alla memoria di Federico García Lorca: i “motti” iniziali esposti all’unisono e le atmosfere rarefatte hanno introdotto una dimensione lirica e affettuosa che fino a quel momento era rimasta solo sottotraccia, riequilibrando l’intera architettura della prima parte.

La seconda metà del concerto si è aperta con la più “francese” delle Sei Sonate per violino solo di Ysaÿe, quella dedicata all’amico Crickboom. Un distico che esplora ogni ambito della tecnica violinistica e accentua tutte le peculiarità stilistiche che dovevano caratterizzare il dedicatario. In questa pagina il Guarneri ex Leduc è letteralmente esploso sotto le dita di Hadelich, che ha mostrato un controllo assoluto tanto sul piano tecnico quanto su quello espressivo, affrontando con sicurezza e fantasia una sonata che si inserisce in quel vero e proprio “tour europeo” del violinismo immaginato da Ysaÿe.

Gran finale con la Seconda Sonata per violino e pianoforte di Prokofiev, nata dalla trascrizione dell’originale sonata per flauto voluta dall’amico David Oistrakh. Qui il duo ha probabilmente espresso il meglio delle proprie qualità: sfrontatezza, precisione, virtuosismo e intesa assoluta. Ogni diavoleria tecnica è stata affrontata con apparente naturalezza, senza mai sacrificare la chiarezza del discorso musicale. Il Moderato iniziale è parso nobile e incisivo, lo Scherzo fulmineo e tagliente, l’Andante di grande respiro, mentre l’Allegro con brio conclusivo ha infiammato definitivamente la sala.

Applausi scroscianti, auditorium gremito e un entusiasmo palpabile hanno salutato un recital di altissimo livello, in cui intelligenza musicale, raffinatezza interpretativa e virtuosismo si sono fusi in un programma costruito con rara coerenza. Una serata che non ha solo celebrato il grande repertorio violinistico del Novecento, ma ne ha fatto rivivere, con forza e consapevolezza, la memoria viva.

Foto di Francesco Sessa Ventura 

Filippo Generali


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