25 aprile 2026

"Io ragazzo in quel 25 aprile '45. Le campane a festa salutano l’arrivo dei partigiani in città. I tedeschi in ritirata si concentrano fra Baldesio e colonie padane. Nei rifugi le litanie delle suore"

In piazza a festeggiare quel 25 aprile del '45 c'era anche lui, Ennio Serventi, amico e memoria della vecchia Cremona. Pue con qualche acciacco dovuto all'età, Ennio ha voluto esserci anche quest'anno per il suo 81° 25 aprile. In tanti l'hanno salutato. Ennio Serventi aveva scritto il 25 aprile del 2007 su "La Cronaca" i suoi ricordi dell'aprile del '45. Le bombe, il collegio in via Geromini, le scuole trasferite a Sant'Agata dove funzionava nelle cantine un rifugio antiaereo. E poi l'arrivo dei partigiani, il vescovo che fa suonare le campane di tutte le torri della città, l'assalto alle caserme lasciate vuote. In occasione del 25 aprile riproponiamo quel racconto. (m.s.)

All'apertura dell’anno scolastico non trovammo più la nostra scuola. Gli avvenimenti bellici l’avevano destinata ad altro uso, non seppi mai con precisione a quale. C’era chi diceva che vi avessero istallato gli uffici di un ministero come già era avvenuto in altri palazzi cittadini, altri sostenevano che vi fosse acquartierato un distaccamento della “brigata nera”. Altri propendevano per una motivazione più umana: la vicinanza con la stazione ferroviaria, possibile rinnovato obbiettivo di bombardamenti aerei che avrebbero messo in pericolo la incolumità dei piccoli scolari e la istallazione, sulle terrazze della dirim- pettaia villa Grassi, di una batteria di mitragliatrici antiaeree. Qualunque fosse stata la destinazione di quell’edificio requisito per cause di guerra, noi di quella classe  quinta elementare avremmo cominciato l’anno scolastico 1944-45 da un’altra parte. A me spiaceva non percorrere più quel breve tratto di strada che da via Geromini ci portava alla scuola, all’incrocio del viate Trento-Trieste con la via Palestro. Sul viale all’angolo con via Faerno, proprio da- vanti alla casermetta dei carabinieri, una villetta bianca mi apriva spazi di fantasia. Nella parte rivolta al viale e per un breve tratto di via Faerno, poi erano capannoni e magazzini, un basso muretto reggeva una staccionata fatta con liste di legno dipinte di azzurro che finivano, in alto, con punte che richiamavano quelle delle antiche lance. Spuntoni di ferro sporgevano ancora dal muretto e dai pilastrini, segno evidente che la staccionata di legno sostituiva una precedente inferriata sicuramente divelta durante la campagna per la raccolta del “ferro per la patria”.

Il muretto contornava un non piccolo giardinetto interamente occupato da due aiuole, dove alla stagione buona fiorivano delle rose. La casa era bassa ad un solo piano oltre quello posto allo stesso livello del giardino. Le finestre del primo piano si aprivano su di un loggiato dove i tralci di una pianta rampi- cante si reggevano attanagliati alla ringhiera. Tutta dipinta di bianco, era la villa degli Etter, come indicava inequivocabilmente il nome inciso con bella gra- fia in “corsivo” sulla grande lastra di ottone dalla perenne lucentezza. Famiglia di origine svizzera, gli Etter si erano da tempo trapiantati in città,dove avevano avviato un fiorente commercio di prodotti lattiero caseari. La villa avrebbe potuto essere la casa nel bosco di tante fiabe infantili, se non fosse stato per l’odore di formaggio che prorompente e perenne, attraverso le finestre aperte dei depositi di via Faerno,  si propagava repellente per tutto il circondario.

Non disponibile la nostra scuola, fummo ospiti della parrocchia di S. Agata. Il portone dell’oratorio si apriva in fregio al corso a fianco della chiesa, proprio davanti al palazzo “Cittanova”. Infilata la porta si passava sotto una specie di tunnel per sbucare, dopo una leggera deviazione verso sinistra, in un cortile con il piano in terra battuta. 

Sulla destra, sotto un porticato, una porticina aveva dipinti a lato due cerchi concentrici con una grande erre al centro ad indicare che da quel passag- gio si accedeva al rifugio antiaereo. 

In fondo al cortile, sul lato corto del rettangolo, due rampe di scale contrapposte portavano al primo ed unico piano sopraelevato dal lastrico. Noi salivamo per la scala di sinistra, raggiunto un piccolo pianerottolo per una unica porta si entrava nella stanza che sarebbe stata la nostra aula. All’intemo quattro file di doppi banchi, una lavagna ed una cattedra. Non ricordo ci fosse anche la classica carta geografica appesa al muro. La luce entrava da due finestre che davano sul cortile. 

Noi eravamo seduti nella fila di banchi più interna, l’ultima per chi entrava, lui verso il muro ed io in fregio al passaggio che ci separava dall’altra fila. Chissà da dove era sbucato quel mio compagno di banco del quale non sapevo assolutamente niente. Forse aveva frequentato le precedenti classi elementari in altri centri scolastici cittadini, o forse veniva da altra città e si era spostato a nord sotto l’incalzare ed avanzare del fronte di guerra. Non parlò mai dei suol genitori nè seppi se avesse fratelli o sorelle. Intuii che doveva abitare dalle parti di via Aselli, probabilmente in uno di quei vicoli dai quali non ero mai passato, cui nomi leggevo quasi quotidianamente mentre con la fila dei ragazzi del collegio andavo alla chiesa del “Foppone” a portare il nostro retribuito cordoglio per la dipartita di un ignoto benefattore. Via Aselli, via Traversa, via Bardellona, via Borghetto, via Gioconda, alcune di queste vie declinavano verso il muro di cinta del vecchio ospedale in corrispondenza con il lato delle lavanderie, perennemente avvolto nei vapori puzzolenti che uscivano dalle finestre a mezza luna protette da grate di ferro. Era il vecchio e malfamato quartiere S.Francesco che oltre all’immancabile convento trasformato in reclusorio- riformatorio per ragazze ospitava postriboli e bettole di malaffare. Famose fino a non molti anni fa erano quella di Secondo all’innesto di via Bizzarra con via Gioconda, che tutti chiamavano della “Rosetta” dal nome della prostituta che lì esercitava liberamente il suo antico mestiere. In via Aselli l’osteria “dell’ascaro” ricordava i fasti delle mercenarie truppe coloniali.

Il compagno di banco come improvvisamente comparve all’inizio di quell’anno scolastico misteriosamente ed im- provvisamente scomparve alla fine della guerra, dopo il 25 aprile. Quando tornammo a fare le lezioni nella nostra scuola di viale Trento e Trieste non c’era più e di lui non è rimasto che il ricordo di quei pochi mesi. 

Parlava poco e con voce bassa come se si vergognasse. Sembrava timido, pauroso, a me piaceva anche perchè non cercava di imporsi, come fanno spes- so i ragazzi. Con la sua voce timida mi raccontava storie strane che sembravano inventate. Capii invece che erano storie vere un giorno che mi disse guar- dandomi direttamente in faccia: tocca qui. Toccai con la mano nello “sboffo” del giubbetto stretto in vita e sentii due, forse tre cose che mi sembrarono barattoli. “Sono bombe a mano” rispose alla mia domanda. Non pensai minimamente al pericolo che potevano costituire, rapito ed affascinato da quegli aggeggi, di cui sapevo l’esistenza ma che non avevo mai visto e continuavo a non vedere. La mia fantasia volava ed andava alle illustrazioni contenute nel libro di lettura dove qualcuno già colpito a morte dal “piombo nemico” si ergeva ai bordi della trincea tendendo il braccio e con estremo gesto lanciava un oggetto, sicuramente una bomba a mano gemella di quelle che il mio amico teneva nello “sboffo” del giubbetto, oltre la linea “nemica’. Gli ef- fetti di quel lancio venivano evidenziati con bagliori di fiamme rossastre e con i corpi straziati dei “nemici”.

Le didascalie glorificavano sempre il lanciatore, ma gli uomini morivano di una stessa morte con, o senza, una inutile gloria. Immaginavo che anche lui, il mio compagno di banco, un giomo si sarebbe trovato a lanciare bombe a mano ed a riceveme, accovacciato nella sua buca da combattimento. Ma io co- minciavo ad affezionarmi a quel ragazzo e non volevo che morisse. Tutto si confondeva un po’. Ad una mia domanda tesa a capire dove avesse preso quegli oggetti mi spiegò che con altri ragazzi frequentava un posto, una caserma, dove venivano impartite loro delle “istruzioni”.

Capii che venivano addestrati all’uso delle armi, una specie di “premilitare” tanto in voga in quegli anni, ma con armi vere che sparavano veramente, non come il moschetto “1991 / ‘38 ridotto” in uso ai balilla che aveva la canna otturata, una volta addestrati a dovere sarebbero andati in “ rastrellamento”. Cosi imparai una parola nuova il cui triste e terrorizzante significato conobbi nella sua crudele interezza solo pochi mesi dopo. Il “rastrellamento”, mi spiegò, consisteva nel “setacciare” un terreno, una campagna od una montagna, procedendo a “vista”, tutti insieme. Lo scopo era quello di scovare e di snidare chi eventualmente vi si nascondesse. A loro era stato dato il compito di “ripulire” Bettola, a suo dire, località infestata da uomini cattivi che se ne stavano, armati di grossi coltelli, annidati sulle piante ai lati delle strade pronti a saltare sulle spalle ed a sgozzare gli ignari passanti. Insomma quei bambini, lui era poco più grande di me, venivano addestrati alla guerra antipartigiana. Voci sulla presenza di ribelli e partigiani sulle vicine colline ed anche nei nostri bo- schi rivieraschi erano giunte anche a noi ragazzi del collegio che pure vivevamo una vita abbastanza appartata. Probabilmente devo a questa circostanza se quella località, Bettola, dal nome che richiamava le “bettole”, luoghi di malaffare che un poeta ottocentesco accumunava “alle chiese ed alle ciance dei poeti” come posti e cose da evitare con cura, mi ha sempre suscitato uno strano timore. Lo strano senso di paura e di diffidenza nei confronti di quella località durò nel tempo e non passò nemmeno dopo una mia prima visita che feci andandovi con il “trenino” che partiva da una stazioncina a lato della stazione ferroviaria centrale di Piacenza. Avevo dodici, forse tredici anni, quando vi andai in gita aggregandomi ai dipendenti della ”Società Editrice Cremona Nuova”, dove Maurizio lavorava come apprendista linotipista. Conservo, di quella gita, oltre ad un chiaro ricordo, una piccola fotografia di gruppo dove, a mala pena, mi si intravede. C’è anche la Bruna, che abitava in via Bissolati, oltre la caserma e l’antico galoppatoio, vicino alla gelateria del “Nello”. Misteriose mi parvero le grandi lapidi infisse sulla facciata del palazzo comunale e la stele posta all’ingresso del ponte sul torrente ed il loro significato compresi solo più tardi. Con il tempo quell’ingiustificato timore si è tramutato in un particolare affetto tale da indurmi a tornare spesso in quella località. E davanti alle grandi lapidi che ricordano la “Repubblica Partigiana”, i caduti partigiani di Bramaiano e di tante località della zona uccisi da truppe tedesche , turkestane ed italiane fasciste della repubblica di Salò, penso anche a quel ragazzo di quinta elementare che vorrei rivedere, parlargli di nuovo desiderando che mi dicesse “no! io da queste parti non ci sono mai venuto e di quello addestramento non se ne fece niente”. Un giorno il maestro lo chiamò per una delle consuete interrogazioni. Non seppe rispondere alle domande e si ebbe un severo rimbrotto. 

Sentimmo tutti le parole del maestro:” addestramento o non addestramento tu devi studiare”. Il ragazzo abbassò la testa e non replicò. Al mattino se- guente, all’ora consueta per l’inizio delle lezioni lui, il ragazzo, non era ancora arrivato. Il maestro stava facendo l’appello segnando sul registro, nelle apposite colonne, i nomi dei presenti e degli assenti. Si aprì la porta e comparve il ragazzo. Non era solo. Lo seguivano due giovanotti in camicia nera, cinturone e bandoliera ed insieme si accingevano ad entrare nell’aula. Il maestro ebbe uno scatto ed andò loro incontro, con le braccia spalancate sospin- se il terzetto verso la porta impedendogli di addentrarsi nell’aula. Uscì anche lui richiudendosi la porta alle spalle. Il ragazzo rientrò quasi subito e venne a sedersi al suo posto. Mi alzai per lasciarlo passare, non gli chiesi niente. Mi guardò con uno sguardo che mi parve triste e si sedette, senza dire niente, al suo posto. E’ l’ultimo ricordo che ho di lui. Entrò il maestro, cominciò la lezione e dell’accaduto non si parlò. 

Le lezioni erano spesso interrotte dal suono delle sirene che annunciavano lo stato di allarme aereo. 

Questo non significava che poi ci sarebbe stata una incursione sul nostro territorio ma, semplicemente, che erano stati avvistati degli aerei la cui rotta avrebbe potuto interessare anche la nostra zona. A proposito di bombardamenti l’opinione della gente era unanime: se proprio avessimo dovuto subirne uno era preferibile che fossero gli inglesi a farlo. Girava voce che quelli della RAF fossero più accurati, più attenti nell’individuare l’obbiettivo, più precisi nello sganciare le bombe e che nell’incertezza, prima di aprire i portelloni che erano posti sotto le fusoliere, avessero l’avvertenza (la cortesia) di fare un altro giro di ricognizione. Insomma, erano “inglesi”. Non così, sempre a detta di chi di queste cose ne sapeva, si comportavano gli americani. Loro, gli americani, nell’incertezza dell’obbiettivo preferivano non arrischiare e, disinvolti, prendevano più largo. Al segnale dato dal fischio alternato della sirena scendevamo in quella che fino a pochi mesi prima era soltanto una cantina Adesso con tanto di indicazione sulla porta di qualche panca per sederci e la presenza di quelli dell’UNPA era diventato il nostro rifugio antiaereo. Quelli dell’UNPA erano una specie di pompieri volontari, al segnale dato dalla sirena andavano nei rifugi con compiti di prima assistenza. Portavano in testa una specie di elmetto ed, agganciati ad un cinturone, un’accetta, un martello da carpentiere e forse qualche altro attrezzo. 

Nel rifugio le panche per sederci erano state sistemate lungo i muri perimetrali che reggevano anche le “volte” del soffitto. Gli addetti dell’UNPA sostene- vano che quella fosse la posizione più sicura. Le caditoie con apertura al piano di calpestio del cortile, una volta usate per dare luce ed arieggiare il locale sottostante e per facilitare lo scarico del carbone nella cantina, erano diventate “uscite di sicurezza” con tanto di sacchetti pieni sabbia in superficie per proteggerne l’apertura e scaletta di ferro per la eventuate risalita. La composizione delle classi era rigidamente divisa per genere, ad ogni classe maschile ne corrispondeva un’altra, analoga, femminile mentre il rifugio ospitava sia gli uni che le altre. Mi viene da pensare che l’aggressione alla separatezza dei generi sia cominciata proprio lì, nei rifugi antiaerei. Accompagnate dalle suore arrivavano, non ho mai saputo da dove, anche delle bambine. Le monache cominciavano subito il loro cantilenante pregare cercando di coinvolgerci. Quello sgranare invocazioni perchè ci fosse risparmiato il peggio non era cer- tamente il mezzo migliore per tenerci un tantino allegri, molto meglio le canzoncine del maestro Denti che don Felice, vicario della chiesa di S. Agata, approfittando dell’attimo di silenzio necessario alle monache per riprendere fiato, prontamente intonava. Una volta mi cimentai nella lettura, ad alta voce, di alcune poesie di Lonati. Il dialetto era molto diffuso e si parlava comunemente in casa e fra gli amici. La lettura comportava qualche problema con tutti quegli accenti e le vocali raddoppiate cosi, per la mia esibizione, scelsi fra quelle, non erano poche, che bene o male sapevo quasi a memoria. Questo “sapere” era frutto del declamare che la sarta del secondo piano ogni tanto faceva, mentre lavorava, per rompere il silenzio della “saleta” e sentirsi meno sola. Il maestro interveniva solo per spiegare alcune cose che potevano essere di non immediata comprensione, come le metafore o le consuetudini del dire. Mentre non aveva bisogno di essere commentato il verso “aimè vesina m’e cascat abbass ste cara bertoulina” ne richiedeva “le dis cousé in tuscan” o la spiegazione di quel quesito storico che chiedeva “dove e quand chell re tudésch 1’è statt coucc trè nott at frèsch”. Un fischio continuo e prolungato della sirena dava il segnale che l’allarme era finito e che era tempo di risalire in superficie. 

Si respirava con l’aria, era un diffuso sentire che quell’aprile avrebbe portato grandi cambiamenti. Le notizie ed il chiacchericcio sulla prossima fine della guerra si infittivano e coinvolgevano noi ragazzi del collegio anche se, come detto, vivevamo abbastanza isolati dal resto della comunità cittadina.

Quella che poi sarebbe diventata una delle grandi divisioni di tutto il successivo periodo storico era già inconsapevolmente presente e divideva noi ragazzi del collegio. Manco a dirlo, c’era chi fra noi parteggiava per gli americani e chi per “l’Armata Rossa “. Un giomo noi, i secondi, con un inaffiatoio scrivemmo sulla terra battuta del piano di calpestio del cortile un gigantesco “Viva Stalin”. Avemmo il nostro da fare a tenerla bagnata in continuazione quella scritta perchè il vento di quell’aprile non la cancellasse prematuramente. Qualcuno di quei ragazzi, negli anni successivi, riscrisse più volte quell’evviva. Altri rivolsero la loro attenzione altrove e di quella scritta forse gli rimase solo un ben occultato ricordo.

Una mattina le lezioni finirono con largo anticipo.Venne un tale a parlare con il maestro e dopo quel colloquio il maestro ci disse di andare a casa. Noi quattro ci incamminammo per quello che adesso si chiama corso Garibaldi, per poi girare a sinistra ed imboccare via Oberdan. Giunti all’incrocio con via Palestro decidemmo, prima di rientrare all’istituto, di andarci a comprare del pane. Erano mesi nei quali avevamo sempre fame. Sull’angolo di via Fondulo c’era fino a non molti anni fa un negozio di fomaio. Adesso in quei locali d’angolo c’è un bar. La facciata della chiesa di S. Vincenzo, via Fondulo , via Palestro erano e lo sono ancora tre dei quattro lati della piazzetta che prende il nome dal santo ricordato dalla chiesa. Il quarto lato era costituito da un tratto del muro di cinta della caserma intitolata al “generale Paolini”, demolita per costruire sopra quell’area la pomposamente chiamata “cittadella degli studi”. In quei giomi alla “Paolini” erano accasermati un centinaio di militi della brigata nera. Mentre eravamo in fila al bancone del fornaio, una voce disse in dialetto “guardate, guardate, scappano”. Guardai dalla parte indicata, vidi che da una delle finestre della caserma, l’ultima prima che i due corpi di fabbrica si innestassero fra loro, alcuni uomini si calavano verso terra. “Scappano”, commentò il fornaio da dietro il banco, aggiunse: “hanno cominciato ieri”.

In collegio c’era agitazione. Notizie di quel che si diceva e stava succedendo in città erano state riportate da studenti arrivati prima di noi e dagli allievi che lavoravano in diverse botteghe fatti rientrare anticipatamente dai datori di lavoro. Ci eravamo tutti raggruppati al di qua del grande cancello che ci divideva dalla strada, luogo dove era in corso di svolgimento qualche cosa di straordinario. Tenevamo costantemente sott’occhio il vano della portineria, posto dal quale sarebbero sbucati gli ultimi a rientrare. C’era timore, curiosità, voglia di sapere e anche un po’ di affascinante attrazione per quell’avventura che sembrava giocarsi dall’altra parte di quel cancello. Dalla portineria entrò Mario Modina, era uno dei più grandi, in un attimo gli fummo tutti attorno. Con la consueta vivacità raccontò di essere stato coinvolto in una certa cosa. In una lettura fatta anni dopo mi parve di trovare tracce e riscontro del suo racconto. Quella notte dormii nel mio letto di via Bissolati, mio fratello era venuto a prendermi e riportato a casa.

Chissà come nella strada si intuì che gli occupanti se ne erano andati, lasciando la caserma incostudita. Quando questo divenne certezza la gente si riversò nella strada e correndo raggiunse il grande portone. Le grandi ante spalancate non opposero resistenza ed i cortili vennero invasi. Vuota di soldati la caserma venne anche svuotata di ogni cosa che fosse trasportabile. Per un tempo che non so quantificare la caserma fu sottoposta al saccheggio di quanti speravano di potersi finalmente sfamare dopo quei tanti mesi di privazioni. Alla gente mancava quasi tutto quello che era indispensabile per vivere, tutto poteva essere utile e tutto venne asportato, compreso l’inutile. La gente correva, andava svelta e si chiamava, consapevole e timorosa che il tempo di quell’illusoria occasione non sarebbe durato a lungo.

Affacciato alla prima finestra della caserma, quella all’angolo con via “Vachina”, un tale in maglietta bianca e maniche corte con ampia gestualità e con la voce incitava chi ancora era nella strada ad affrettarsi. Il signor L. che abitava nel cortile ed era il padre di bambine con le quali giocavo, andava verso casa cercando di non fare traboccare il vino dalle secchie che teneva una per mano. Sorridente rispondeva alle battute ironiche che la gente gli rivolgeva. Giorgio e Roberto M. scendevano per il vicolo dove abitavano nella casa che fu anche di S. Omobono, il più grande si era caricato sulle spalle un mobile con specchio e cassetti che poteva essere stato parte dell’arredarnento della barberia della caserma. Il fratello, più piccolo, non ricordo cosa portasse, ma aveva anche lui le mani occupate. 

Arrivavano dalla “Colletta” che aveva subita la stessa sorte delta “Manfredini”, incrociandoli mi dissero: “vai c’è anche E.” Io tornai verso il mio angolo di via Bissolati. “E.” era un ragazzino che abitava alla estremità della strada, verso la piazzetta di Santa Lucia, anni dopo mi raccontò che lui si era dato da fare con un aggeggio gigantesco che poteva essere stato o la batteria di una orchestrina o la grancassa di una banda. Non riuscendo a sollevarlo, aveva fatto rotolare quell’immenso tamburo come si faceva per gioco con i cerchioni in disuso delle biciclette. Poi, per l’intervento di un adulto, aveva desistito. 

Quel mezzogiorno il pasto fu più veloce del solito, Maurizio doveva andare a “suonare le campane”, io andai con lui. Data l’ora era escluso che lo scampa- nio dovesse servire per richiamare gente ad una funzione religiosa. Uscimmo che la sarta stava già cercando di ritrovare la pagina del libro dove aveva interrotto la lettura il giorno prima. Leggeva sempre subito dopo avere mangiato. Finita la guerra, a liberazione avvenuta cominciarono ad uscire i liberi giornali. In quello spazio di tempo il libro venne sostituito da un “quotidiano.”

Cosi fecero la loro comparsa in casa prima “IL FRONTE DEMOCRATICO” e, più tardi l‘“AVANTI!”. Con Maurizio, che dopo la vittoria della rivoluzione cinese prendemmo a chiamare “Mao”, percorsi per intero la navata centrale della deserta chiesa di S. Agostino e ci infilammo in una porta d’angolo. Entrammo nella buia ed un tantino misteriosa sagrestia di quella chiesa dove trovammo ad attenderci il parroco don Stuani con il sagrestano. Il sagrestano lo conoscevo bene, nel tempo libero andava per i cortili a rifare i materassi. Era venuto anche da noi. Io ero convinto che per suonare le campane fosse necessario salire in alto, magari fino in cima alla torre, invece dopo avere salito una rampetta di scale ci trovammo in una stanza dove dall’alto pendevano alcune grosse corde. Non riuscii a vedere dove fossero agganciate. Il parroco che era di colorito roseo con stampata sulla bocca una piega che sem- brava un permanente sorriso, guardava costantemente l’orologio. Tutte le volte lo estraeva e riponeva in una tasca della tonaca. Era chiaramente attento a non farsi sfuggire l’ora concordata per un appuntamento che non poteva mancare. Poi l’orologio lo tenne in mano, senza distogliere lo sguardo dal quadrante assunse quella caratteristica espressione di attenzione di chi aspetta una cosa che certamente avverrà. Proveniente dall’esterno si sentì un suono di campana. Il parroco diede un’ultima occhiatina al quadrante dell’orologio mentre diceva: “Questo è il torrazzo” e fece un cenno con la testa. Il sagrestano e Maurizio tirarono forte la corda che avevano già stretta fra le mani, la lasciarono di colpo e si spostarono velocemente a tirare l’altra. Sentii distintamente i primi due rintocchi delle nostre campane, i successivi si fusero con quelli delle altre torri. Il parroco era molto attento ai suoni che provenivano dall’esteno, sembrava eseguire un controllo. Ormai le campane delle chiese cittadine suonavano quasi tutte in un unico concerto ma lui, il parroco, di ogni nuovo rintocco sapeva dire la provenienza: questa è S. Ilario e quest’altra è S. Sebastiano. I rintocchi del campanone del Torrazzo sovrastavano tutti gli altri e quando quella campana cessò di battere il sagrestano e Maurizio smisero di tirare le corde. Il parroco disse alcune parole, il cui senso poteva essere: “Il vescovo ha fatto certamente una scelta meditata, noi abbiamo ubbidito”. Tornai verso casa, le strade erano deserte. Nel nostro angolo di via Bissolati trovai gli altri ragazzi della contrada, mi fermai con loro. Improvvisamente ci rendemmo conto del silenzio che ci circondava. Non si sentiva assolutamente niente se non il silenzio. Le porte delle case cominciavano ad essere chiuse e cosi le finestre dei piani bassi. Un tantino impauriti da quella quiete andammo tutti verso casa. Io attraversai in diagonale la strada e mi infilai nel corridoio che da questa portava al cortile, la gente della casa era riunita in quel passaggio. Ogni tanto qualcuno andava a dare una sbirciatina all’esterno finchè tutti andammo sul marciapiede. Il silenzio era sempre totale ma il deserto cominciava a non essere più tale.

Qualche cosa si muoveva all’incrocio di vicolo Ferrario con via Bissolati, davanti alla porta della caserma. Un gruppo si staccò e venne nella nostra direzione. Oltrepassò la leggera sporgenza delle case davanti a quella dei Gerosa e quegli uomini furono davanti a noi. Non indossavano divise ma erano armati di fucile. Ci superarono dandoci una occhiata ma senza dirci una parola. Saranno stati quindici, o forse venti. “Sono quelli dell’oratorio di S. Pietro” disse la sarta del secondo piano, che aveva riconosciuto fra quegli armati uno dei figli della Ida Matarossa. La Ida abitava in una casetta in via del Giordano proprio di fronte allo sbocco della via Lungastretta.

A dire della sarta il parroco di S. Pietro aveva visto di buon occhio, ed anche stimolati, i giovani dell’oratorio ad andare con i partigiani. Cosi, sempre a giudizio della sarta, non si era comportato il parroco di S. Agostino. Poco dopo un gruppo di partigiani ripassò davanti alla nostra casa provenienti dalla direzione opposta ai primi. Potevano essere gli stessi che per una qualche ragione tornavano sui loro passi. “Non sanno neanche loro cosa fare” commentò la sarta a quel ripassaggio. Un gruppo di partigiani cominciò a radunarsi al portone della casa di Milanesi, proprio dirimpetto alla nostra. Milanesi era il capo dell’ U.P.I. (ufficio politico investigativo del fascio repubblichino) la sua sede abituale di lavoro era la “Villa Merli”, luogo di in- terrogatori e di tortura. Per i cremonesi “villa Merli” divenne sinonimo di sofferenza e dolore.

Qualche annoi fa una signora ospite di una casa di riposo cremonese alla classica domanda “si trova bene?” rispose: “come a villa Merli”.

Alcuni di quei partigia- ni vennero a chiacchierare con le ragazze del cortile finchè non furono richiamati. Picchiarono rumorosamente al portone che ri- mase chiuso. Uno di loro aiutandosi ed aggrappandosi alle inferriate delle finestre del piano terra si affampicò fino al balcone, stese la mano per aiutare altri a salire. Lo conoscevo bene, era stato in collegio con me ed anche negli anni successivi avemmo sempre un buon rapporto. Era Otello Marri.

I tedeschi, in ritirata, stavano attraversando il Po concentrandosi sull’argine maestro fra la Baldesio e le colonie padane. Si sparse la voce che nel ten- tativo di aprirsi la strada verso il nord quella notte avrebbero investito la città sottoponendola al saccheggio. “Rico”, l’unico uomo del cortile che avevo visto indossare una divisa militare, andò e ritornò armato di fucile. Mi disse che le armi venivano distribuite in piazza del Comune. Sotto la legna accatastata nel cortile vennero nascoste le poche cose ritenute di valore come lenzuola e qualche aItro capo di biancheria. Nessuno di noi possedeva argenteria. La porta verso strada venne chiusa e rinforzata con un paletto messo di traverso ed incastrato fra i muri laterati. Alle due finestre del piano terreno, che si aprivano verso la strada protette da grate di ferro, furono sistemati dei materassi per impedire che oggetti lanciati dall’estemo potessero finire dentro casa. “Rico” aveva organizzato la difesa ma i tedeschi non entrarono in città, defluirono per strade laterali e la notte passò tranquilla. 

 

Ennio Serventi


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